Andrea Gabriele

Lo studio di Andrea Gabriele è al piano terra di un’anonima palazzina nel centro di quel luogo acentrico che è Montesilvano. Dall’esterno non tradisce minimamente le attività che si svolgono all’interno: potrebbe essere lo studio di un geometra come un laboratorio di pelletteria cinese clandestino. Dentro è un universo compresso e pronto ad esplodere. In pochissimi metri quadri ci sono un centinaio di strumenti musicali diversi, amplificatori di tutti i tipi e migliaia di metri di cavi, ognuno col suo jack. Al centro di tutto, un po’ c0me il pilota di un’astronave tipo Enterprise, c’è Andrea. In pochi secondi è capace di passare dall’ukulele al moog, dal basso al pianoforte, è un versatile, quanto raffinato, compositore innamorato della musica. Lo si capisce da come ci parla dei suoi progetti musicali, delle esperienze che lo hanno portato a lavorare ovunque con moltissimi artisti. Questo aspetto è interessante, perché i musicisti godono di questo particolare privilegio: parlano una lingua universale che li mette subito in comunicazione con persone delle culture più diverse e dagli ambiti più distanti. Questa apertura la ritroviamo nella disinvoltura con cui Andrea ci parla dei suoi lavori che spaziano dalla musica sperimentale a quella da club. Un atteggiamento libero, curioso, sempre investigatore e mai superficiale. Entrare nel mondo di Andrea significa immergersi nei suoi pensieri e storie, nelle strane, minime, domande che animano costantemente il suo lavoro, come questa: “qual è la soluzione dell’amore?”. Se siete interessati, come noi, alla risposta al quesito non dovete fare altro che attendere di ascoltare il prossimo lavoro di Andrea.

 

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In cosa consiste il tuo lavoro?

Faccio musica e tutto ciò che vi ruota intorno. Faccio un sacco di cose diverse, sia propriamente nella musica, passando dalla musica sperimentale a quella da discoteca, che nell’arte, collaborando con altre persone, soprattutto artisti e videoartisti.

 

Ci sono altre attività che porti avanti parallelamente?

Avendo una famiglia, lavoro circa tre mattine alla settimana come programmatore. Mi tengo ancora stretto questo lavoro di “riserva”. È un lavoro come un altro, giusto per avere qualcosa di garantito per la famiglia.

 

Ci si può vivere di musica?

Sì, bisogna però impegnarsi: lavoro in studio dalle 8 di mattina fino alle 7 di sera, full time. Dedico tutto il giorno a cercare nuove idee, nuovi progetti da fare, lavoro anche a progetti commerciali, quelli che permettono di guadagnare un po’ soldi.

 

Nel tuo campo cos’è che porta soldi?

A me personalmente, sono le commissioni per pubblicità, eventi etc., e i diritti d’autore. Non sembrerebbe vero ma è così.

 

Esiste veramente questa cosa dei diritti d’autore?

Esiste ma è fatta male. È completamente sbilanciata: ci sono pochi che guadagnano tantissimo e tantissimi che non guadagnano niente. Io ci guadagno qualcosa perché, non so se è fortuna o altro, ho incontrato persone che mi hanno permesso di fare determinati lavori, come quelli per radio rai. E da quando ho cominciato a guadagnarci, la siae fa di tutto per mettermi i bastoni tra le ruote… Incredibile…

 

Fai sigle e  jingles?

Faccio soprattutto sottofondi, cose che tra l’altro neanche si sentono, perché la gente ci parla sopra.

 

Fai il sottofondista?

In realtà il nome ufficiale è underscores, ed è, tra le tante cose, quella che mi porta più soldi. È una cosa stranissima, perché in realtà la gente nemmeno li ascolta… li percepisce… forse.

 

Questo è frustrante?

No, è un lavoro come un altro, fai della musica a cui in realtà non tieni tantissimo. La fai per un determinato scopo, per quel programma specifico. Mi dicono il tipo di atmosfera che serve e io la faccio.

 

Quali sono le indicazioni che ti danno, tipo “atmosfera tropicale e sbarazzina con punte di jazz ma non troppo…”

Le indicazioni sono sempre stranissime, dipende molto dallo scopo e dal contesto,  faccio musica anche per gli spot commerciali, eventi eccetera. In genere, però, quando il cliente arriva a me già mi conosce e sa che tipo di musica produco. Questa condizione mi lascia abbastanza libero. Di solito sono io che capisco qual è l’atmosfera, propongo 10 cose diverse, cortissime e, a partire da quelle, si arriva alla scelta finale.

 

Qual è la richiesta più strana che ti hanno fatto?

Non lo posso dire perché c’è un contratto che mi vieta di dirlo.

 

Cosa fai, i jingle per la CIA?

Ci sono alcuni marchi che chiedono alle agenzie pubblicitarie, e alle persone che collaborano, di firmare contratti di riservatezza.

 

E una cosa che si può dire?

Ci sono diverse occasioni che potrei dirti. Per esempio quando ho suonato per Montezemolo. È stato divertente: io, un’arpista e una flautista (Marzia Del Biondo) a suonare la mia musica per la presentazione di una collezione di una sua azienda. Erano tutti bellissimi.
In un’altra occasione io e Marco Mazzei abbiamo suonato per Lapo Elkann. Ero a Milano da giorni e non avevo più né vestiti, né soldi. Comprai una maglietta all’ovviesse. Chissà se ne accorsero… Un’altra volta prima di andare a incontrare un cliente importante nell’albergo più costoso di Milano, l’agenzia mi ha chiesto gentilmente di andarmi a comprare delle scarpe nuove. Le mie erano troppo “sgarrupate”.
Un volta, poi, sono stato nella cucina di Carlo Cracco per campionare i suoni della sua cucina e mi ha fatto assaggiare di tutto cucinato all’azoto liquido. Non saprei, di cose bizzare, così come di cose interessanti, ne capitano di continuo.

 

Quando hai capito che questo poteva essere il tuo lavoro?

Ho iniziato a suonare da piccolo, a 12-11 anni. Ricordo che sentivo il basso nei pezzi di Bob Marley, aveva questo groove bello dritto, tranquillo, molleggiato, e desideravo suonare il basso anch’io. Così ho iniziato a suonare il basso, poi jazz, samba, bossa nova, per poi passare al contrabbasso.

 

Hai studiato in conservatorio?

No, sempre privatamente. Ringrazierò per sempre il mio primo maestro, un certo Rocco D’Alonzo, praticamente uno sconosciuto, ma non avrei potuto desiderare di meglio. Un amico di famiglia, un vicino di casa, che ha voluto insegnarmi la musica come fossi suo figlio.  Nel frattempo, mentre studiavo il basso, ho iniziato a sperimentare con un mixerino di quelli sfigatissimi, a due canali, e lo stereo a cassette. Ero completamente preso, non facevo che registrare il basso, o la radio, su una cassetta per poi riversarla sull’altra, per poi ritornarci ancora. Ci mettevo lo scotch sopra e ci potevo registrare sopra due volte. Passavo interi i pomeriggi a fare queste cose assurde, che tra l’altro ho ancora, erano ambient strana, malata.

 

Ed era tutto analogico. Col digitale cosa è successo?

Ho pensato: “adesso spacco tutto!” Ho iniziato a fare cose col computer, a sperimentare giorno e notte. Non esistevo più, ero completamente dentro la musica e basta, una droga totale.

 

Nel tuo lavoro questi due aspetti, uno più commerciale e uno più sperimentale, convivono o fanno un po’ a cazzotti?

Fanno a cazzotti. Infatti, spesso quando faccio i lavori commerciali inserisco cose bizzarre (per esempio canti di foche) e, a volte, mi chiedono di toglierle, a volte no, perché magari chi sta dall’altra parte ha voglia di qualcosa di nuovo. Immagino che sia così anche nel lavoro di architetti…

 

È abbastanza simile, solo che quando un cliente ti chiede di togliere qualcosa può essere perché non corrisponde ai suoi gusti ma, nella maggioranza dei casi, è perché vuole risparmiare. Nel tuo caso, se togli un suono, non c’è un risparmio…

In realtà, quando fai la musica per gli altri arrivano sempre commenti incredibili perché tutti credono di saperne qualcosa…

 

Come nell’architettura…

Infatti, ho pensato spesso che queste due discipline si assomigliano, perché tutti credono di sapere cos’è una casa, ci vivono dentro, e nella musica è la stessa cosa. Circa un mese fa ho fatto un lavoro per una società che fa alta gioielleria e vende in tutto il mondo. Si trattava di creare una musica di sottofondo per i negozi e un cd da regalare ai clienti. Quando ho presentato il lavoro mi hanno detto cose tipo “Questa cosa la vorrei più Carla Bruni… questa cosa mi piacerebbe che fosse più Al Jarreau…” Insomma, tutti, quando si tratta di musica, vogliono metterci bocca.

 

Per arrivare a fare il libero professionista nella musica, che percorsi hai seguito?

All’inizio facevo solo musica per me e secondo i miei gusti. Ho realizzato il primo disco a 18 o 19 anni con questo gruppo di Città Sant’Angelo che si chiamava Tu M’ ed era completamente sperimentale. Gradualmente ho iniziato a fare cose più leggere, ascoltabili. Praticamente tutto al contrario. In generale, penso che in questo lavoro contino molto le relazioni tra le persone, le esperienze fatte nel tempo. Ricordo che il primo lavoro commerciale è stato per un’agenzia di Milano che ha scelto dei pezzi da un mio disco per un negozio, è successo un po’ per caso, ma grazie a relazioni di amicizia e stima reciproca.

 

Dopo la prima esperienza in gruppo cosa hai fatto?

Ho iniziato a lavorare da solo e, grazie a un disco che ho fatto per un’etichetta francese nel 2003, sono andato a Parigi, ho fatto un tour in Francia e in Inghilterra e, da lì, è nato il mio lavoro nel campo più propriamente artistico.

 

Come si chiama questo disco?

Peanuts and Shells Geometria. Il gruppo si chiamava Mou lips, eravamo in due. I critici lo definivano “glitch pop”, nel senso che erano musiche distorte, rovinate, in cui l’errore faceva parte della composizione. Dopo, sono nate collaborazioni, altri progetti, come Pirandèlo, con Marita Cosma e Claudio Sinatti, live belli in festival in giro per l’Europa. Da allora ho continuato a fare la mia musica senza curarmene di niente. Alla fine è andata bene, nel senso che, anche se è una nicchia, il mondo della musica sperimentale funziona, ha il suo mercato, i suoi fan…

 

Ricordo la prima volta che abbiamo visto un tuo lavoro: ci avete bendati e spruzzati d’acqua…

Era un lavoro con Andrea Di Cesare dal titolo… non mi ricordo. Ho sempre cercato di fare i live in modo particolare, per evitare quella distanza che c’è tra chi suona davanti al computer e il pubblico. Con Pirandèlo abbiamo iniziato ad accompagnare la mia musica con le proiezioni di Claudio e le diapositive di Marita, poi con Andrea sono partite le performance, come quella a cui avete assistito, in cui bendavamo le persone e le facevamo ballare e poi abbracciare, vivere delle esperienze semplici, ma suggestive. Abbiamo proposto questo lavoro anche in un workshop a Latronico, in Basilicata, dove è stato coinvolto tutto il paese. Ha avuto un tale successo che l’abbiamo dovuto ripetere tipo 10 volte, è stato bellissimo.

 

Un’altra cosa che mi ricordo è il progetto Ogni dove.

Quello è un disco dedicato a Mario Masullo, un carissimo amico morto l’anno scorso durante la preparazione del disco.  Ho lavorato al progetto con Max Leggeri e Marco Mazzei ed è stato un modo per ammorbidire la botta di questa perdita così improvvisa.

 

Cosa ci racconti dei Clap Rules?

Clap Rules è un’altra collaborazione con Fabrizio Mammarella, Michelangelo Del Conte e Max Leggeri.  È un esperimento nella dance music, molto divertente, perché ci permette di inserire inserti bizzarri, eccentrici, sperimentali, all’interno di pezzi ballabili. A guardare la gente mentre balla e si diverte mi sembra che sia un esperimento riuscito.

 

Questa contaminazione di generi e suoni è un tratto distintivo della tua ricerca musicale?

Mischio sempre tutto, senza paura. Oggi, per esempio, ho registrato tutti gli strumenti musicali che ho qui mentre eseguono un motivo molto semplice. Volevo  vedere che succedeva dentro al suono. In realtà tutto è nato perché stavo cercando di rispondere alla domanda “qual è la soluzione dell’amore?”

 

Da dove arriva questa domanda?

Ogni cosa che faccio nasce da un’idea, un pensiero improvviso, una storia.  Per farti un esempio, mi ritrovo ad avere la linea simiana, questa linea dritta che attraversa il palmo delle mani, e ci ho scritto su un pezzo. Da un anno a questa parte ho iniziato a scrivere questi spunti man mano che affiorano nella mia mente e sono diventati la base per un lavoro in cui sono coinvolti vari videoartisti, tra cui alcuni a voi noti come Marco Antonecchia e Andrea Di Cesare. L’ultimo problema a cui sto lavorando è questo qui, “qual è la soluzione dell’amore?”, a cui, però, non ho ancora trovato una risposta.

 

Parti sempre da un’idea quando componi musica?

Sì, è necessario. Scelgo se partire dal suono o dalla musica e poi cerco di trovare un equilibrio tra questi due elementi. Ho una mia stupida teoria a riguardo: per me il suono è la parte maschile e la musica quella femminile. Il suono è maschio, cazzaro, dritto, non dice nulla da solo, la musica invece è più magica, mette in ordine le cose, ragiona.

 

Se tu dovessi dare delle dritte per iniziare ad ascoltare musica sperimentale, che consigli daresti?

Non è importante cosa, ma che sia qualcosa di diverso dal ‘solito’. Una mia illuminazione è stato ascoltare i Gastr del Sol in cui suonano Jim O’Rourke e David Grubbs. Questo disco, capitato nelle mie mani per caso, era pop, sperimentale, post-rock, è stato il primo disco “strano” che ho sentito, dopo i Weather Report, e mi è piaciuto. Quando si scoprono che le cose si possono fare anche in maniera diversa si apre un mondo. Oggi è facilissimo scoprire nuova musica, vai su itunes, selezioni un pezzo che ti piace e poi scegli, tra i consigli che ti propone, di ascoltare brani o artisti simili. Oramai compro sempre più raramente giornali di musica perché questo sistema delle anteprime nei negozi di musica digitale mi permette di scoprire sempre cose nuove.

 

A proposito di musica, parliamo di un argomento fondamentale: San Remo.

Quest’anno l’ho visto, ma più lo guardavo e più pensavo: “che schifo!”. C’era un pezzo che mi piaceva, quello di Francesco Renga, solo che lui canta troppo esagerato.

 

Sei rimasto deluso che non ha vinto?

Nooo, poi conosco il mondo che gira intorno e so che è solo commercio. Trovo interessante il modo in cui la forma delle canzoni sia cambiata col tempo. Le canzoni di San Remo, ma un po’ tutte oggi, hanno una forma in cui il ritornello, che dovrebbe essere la parte che si ricorda di più, è esageratamente predominante e le strofe sono quasi inesistenti. Se senti Luigi Tenco, prima di arrivare al ritornello crea un pathos enorme, magari con due strofe e un bridge, cosicché poi, quando arriva il ritornello, ti vengono le lacrime. Quello di San Remo è un modo di produrre musica veloce, di consumo, usa e getta. Infatti, tutte queste canzoni durano un annetto e poi cadono nel dimenticatoio.

 

Per conoscere i tuoi gusti, ci consigli un sito?

Non digito www da un sacco di tempo, il tempo per navigare è veramente poco. Se vai a vedere i miei siti su Safari trovi google, il mio ftp, posteitaliane, siae, soundcloud

 

Quello è un sistema interessante di condivisione della musica, soprattutto per la possibilità di inserire i commenti…

Sì, però è un sistema in cui è impossibile orientarsi perché i tag sono liberi. È  troppo caotico e, così, è difficile ascoltare cose davvero interessanti.

 

Riviste?

The Wire un paio di volte l’anno.

 

Libri?

Di solito compro saggi di musica, etnomusicologia, biografie. Un altro campo che mi affascina molto è quello della psicologia. Per esempio, un libro che mi ha colpito molto, a parte il titolo e la copertina bruttissimi, è Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé di Alice Miller.

 

Hai altri libri da consigliarci?

Ce ne sono talmente tanti… Riconoscere ciò che è. La forza rilevatrice delle costellazioni famigliari di Bert Hellinger, o parlando di musica Universi Sonori di Tullia Magrini. Anche Temperamento. Storia di un enigma musicale di Isacoff Stuart, la storia della scala temperata in musica, cioè come si è arrivati ad avere sulla tastiera i tasti bianchi e neri. È un racconto dietro cui c’è la scienza, la chiesa, cadaveri…

 

Più avvincente del Codice da Vinci! Tv? a parte San Remo…

La guardo spesso la sera per addormentarmi.

 

Film?

Ho un problema col cinema, non riesco a stare seduto per due ore di fila.

 

Musica?

È impossibile rispondere, non esiste un preferito, ci sono troppe cose belle. Posso dire le ultime cose che sto ascoltando, come questo gruppo brasiliano, che si chiama Uakti, che suona con vibrafoni di vetro i pezzi di Philip Glass. Poi, mi piace un produttore americano che si chiama Jimmy Tambourello e fa un pop godibile. Ma la musica è bella tutta, è bella la musica classica, Bach è bello. Ecco, se dovessi consigliare qualcosa direi di ascoltare Glen Gould che suona Bach. Con Bach sembra scontato, ma la musica ha raggiunto dei livelli altissimi. E poi tu hai detto “musica”, se mi avessi detto “suono”…

 

C’è una città in cui ti piacerebbe vivere?

No, però mi piacerebbe avere una villa in diverse città… Mi sono trovato sempre molto bene a Parigi, però la provincia e la campagna sono i posti migliori in cui vivere. Difatti, anche qui non si sta poi così male: la qualità della vita è abbastanza alta, ci si può muovere facilmente, perché lamentarsi sempre?

 

Dei tantissimi strumenti che sono in questo studio, qual è quello a cui tieni di più?

È il mio primo basso: per comprarlo ho dovuto fare due stagioni, usando il basso di un amico, in un’orchestra di liscio.

 

Lo strumento più curioso?

Lo scacciapensieri? Forse questo sintetizzatore marchigiano della Crumar che ormai non esiste più. Sono andato a prenderlo insieme a Fabrizio Mammarella a Rodi Garganico, da un tipo assurdo che l’aveva ricevuto come pagamento da qualcun altro. Mi piace perché è italiano e non ce ne sono tanti in giro. Però il migliore di tutti è lui, il moog: è il pennello migliore, ci puoi disegnare quello che ti pare. Peccato non sia mio.

 

Nel tuo lavoro quali sono le qualità necessarie? E, rispetto a queste, quali sono quelle che possiedi e quelle, invece, che vorresti avere?

Di sicuro serve la creatività, la pazienza e molto studio. Le idee per la testa non mi mancano mai ma, se proprio devo pensare a qualcosa che mi manca, direi che vorrei poter suonare meglio tutti questi strumenti, in particolare il pianoforte.

 

Cosa ti piacerebbe trovare nel tuo futuro?

Mi piacerebbe che le idee nascoste dentro la mia musica venissero pian piano sempre più fuori. Vorrei che i piccoli concept da cui parto per fare la musica fossero più chiari, evidenti. L’ultimo lavoro che sto facendo va proprio in questa direzione. Vedremo.

 

Forse quello che stai cercando di fare è trovare un equilibrio tra due estremi, una musica sperimentale, criptica ai più, e una più diretta e universale?

C’è anche questa come motivazione. Inoltre poiché la musica non la si ascolta più, pochissime persone lo fanno davvero, ho pensato di portare la musica nel video in modo tale che la gente possa ascoltarla guardando la televisione, in una condizione più intima, come quella della propria casa. Se consideriamo che gli impianti hi-fi non esistono più, sono convinto che l’unico mezzo diffuso in grado di riprodurre musica sia il televisore.

 

Perché dici che la musica non la ascolta nessuno? Non è dappertutto?

È proprio per quello. Immagina tutti i muri pieni di scritte, a un certo punto smetti di leggere, oppure, nella confusione totale non capisci niente, così è per la musica. Inoltre,  non esiste più il mezzo fisico, c’è talmente tanta musica ed è così effimera che puoi solo perderla.

 

Una preoccupazione?

Nessuna.

 

Ci fai il nome di persone che vorresti farci conoscere?

Dovreste intervistare: Bianco-Valente a Napoli, se li bloccate; Luigi Pagliarini a Pescara, se lo bloccate; Claudio Sinatti a Milano, se lo legate; Francesco Tenaglia a Milano, lui è quello che ne sa, per me.  Molti, invece, li avete già intervistati o sono stati nominati: Andrea Di Cesare, Marco Antonecchia, Marco Mazzei. Poi c’è Fabio Orlando EFFabio Perletta a Roseto… Cavolo mi viene una lista lunghissima, mi fermo. Questa è una domanda difficile.

 

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slideshow su flickr

 

LINKS:

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