Fame, arancini ed eterotopie

    Di Angelino Milano e del Fame Festival avevamo già parlato (qui e qui). Quando questo agosto siamo andati in Puglia per i rituali cinque giorni di vacanza non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione di chiamarlo per proporgli un’intervista. All’inizio eravamo un po’ titubanti, immaginavamo che Angelino fosse in pieno delirio da preparazione del Festival, magari non aveva tempo per vederci, giusto un saluto. Invece, la risposta è stata: “Grandissimi! Siete a cena da mia zia in campagna che mia madre fa le crocchette di riso.”
    Angelino è così: un turbine, un tornado umano che ti travolge, e stravolge, non appena gli passi vicino. Ci da appuntamento alla casa della zia, un po’ fuori Grottaglie, uniche indicazioni, “cancello rosso e stile Miami”. Arriviamo di fronte al cancello rosso, ci apre una bambina e quando, alla domanda “Angelino?” lei ci fa “Eeeeeeeeeee?” capiamo di non essere nel posto giusto. Un secondo dopo vediamo a cento metri di distanza Angelino in costume da mare che si sporge sulla statale sbracciandosi a più non posso.
    Dentro, la villa è veramente alla “Miami” e si respira un bel clima rilassato e accogliente. Cugini ed amici sono tutti molto ospitali, tranne un boxer femmina a cui non sto molto simpatico e che non smette di abbaiare e ringhiare per tutto il tempo. Tutti mi dicono che è buona, non ha mai fatto del male, di accarezzarla, che poi, dopo aver annusato, se ne va. Io però non ci penso nemmeno a offrire un osso gratis per massaggiare le gengive di questo simpatico cane. Rimaniamo così, io facendo finta di niente, e lei a osservarmi da lontano “in cagnesco”.
    Dopo un po’ di chiacchiere e dopo aver assistito a una gara di tuffi in piscina della Milano Family, ci trasferiamo a due passi di distanza nello studio di Angelino, il famosissimo Studiocromie. Facciamo l’intervista, che potete leggere qui di seguito, e decidiamo di accettare l’invito a cena.
    La serata si svolge secondo il classico rituale delle grandi famiglie meridionali: ognuno fa qualcosa, chi sposta le sedie, chi porta da bere, chi prepara la grande tavolata mentre a breve distanza quella santa donna della madre di Angelino frigge quintali di arancini di riso in un calderone di olio bollente. Alla fine dei preparativi, dopo che per due volte avevamo messo tutto al riparo a causa di una pioggerella incalzante, ci ritroviamo in più di una ventina intorno al tavolo. L’atmosfera è cordiale e caciarona, ci sono zie, zii, amici, una torma di cugini/e e relative compagne/i, il tutto in un allegro caos in cui non è mai chiaro grado e tipo di parentela. Ma è bello proprio per questo, perché, infine, anche noi ci siamo sentiti un po’ come dei lontani cugini in visita dai parenti.
    Per la cronaca, gli arancini erano buonissimi, ripieni di salumi e formaggio filante e serviti con sopra generose cucchiaiate di ragù e una spolverata di parmigiano grattugiato.
    Mi raccomando, sabato 24 settembre 2011 ci sarà la grande inaugurazione a Grottaglie della mostra collettiva, a seguire concerto dei La quiete e, per finire, festa di chiusura che, nelle intenzioni dichiarate di Angelino, sarà una vera apocalisse.

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    Ci spieghi cosa è il FAME Festival?
    Il Fame Festival nasce ufficialmente quattro anni fa. In realtà, il festival è stato anticipato l’anno precedente da un piccolo esperimento in cui, insieme ad alcuni artisti che avevo invitato per lavorare a delle serigrafie nel mio laboratorio Studiocromie, abbiamo iniziato a fare un po’ di cose in giro per Grottaglie. In quell’occasione mi sono reso conto che questa gente, proveniente da ogni parte del mondo, si innamorava di questo posto, notava particolarità e potenzialità che gli indigeni ignoravano.
    Questi artisti hanno sempre lavorato nell’ambito dell’arte pubblica e averli qui a Grottaglie era un’occasione imperdibile per loro, in quanto avrebbero avuto un potere comunicativo importante, ma soprattutto per la città che era in stato di abbandono culturale e materiale.

    In pratica, hai messo insieme lo studio di serigrafia, gli amici artisti e Grottaglie, hai shakerato ben bene ed è nato il Fame festival?
    Si, l’idea del festival è nata anche dal fatto che avevo elaborato, per finzione totale, una tesi in semiotica di… non mi ricordo che, sulla riqualificazione di Grottaglie.

    Ce ne parli?
    È una cosa ridicola, tutta una finzione per potermi laureare…

    Però, l’hai messa in pratica…
    Ho fatto l’università a Bologna in modo superficiale, per questo dico che era una finzione. Tuttavia, mi sono reso conto che nella tesi, per sbaglio, ho detto cose in cui credevo. Mi rendevo conto che il quartiere delle ceramiche, la punta di diamante del paese, era stato screditato da anni di malgoverno, tagliato fuori dal resto del tessuto della città. Se ti muovi attraverso gli altri quartieri non puoi sapere di essere nella città delle ceramiche, sembra solo un luogo piuttosto squallido con la tipica, inguardabile, edilizia degli anni ’70. L’idea era di riconnettere il quartiere delle ceramiche col resto della città invitando più gente possibile a scoprire questa unicità e ricchezza.
    Nella tesi parlavo del quartiere come di un’eterotopia, un posto a se stante con regole specifiche per l’ingresso e la partecipazione alle proprie attività. Prima, nella zona accedevano solo gli artigiani e i turisti, mentre il resto dei Grottagliesi ne rimanevano fuori. Invece, l’occasione di rivincita per l’intera città poteva arrivare proprio da questi posti e sembrava non ci fosse nessuno che se ne fosse reso conto, l’amministrazione in primis.

    Nella tua tesi immaginavi già di poter rilanciare il quartiere attraverso l’arte pubblica?
    Sì, però non parlavo esattamente di arte pubblica, pensavo a possibili interventi e connessioni tra la città e il quartiere. Ne parlavo in termini piuttosto ingenui: l’idea era di contaminare il resto della città con opere pubbliche in ceramica per far sì che anche il resto del paese riflettesse questa identità, per altro ancora oggi relegata alla presenza di qualche targa in ceramica con i nomi delle vie. Anzi, nel quartiere nuovo non ce ne sono neanche di queste targhe, manca qualsiasi testimonianza di questa tradizione.

    Come è nata l’idea di metter in piedi uno studio di serigrafia a Grottaglie?
    Prima di annoiarmi mortalmente di questo campo, facevo il grafico come lavoro. In pratica, siccome ero sempre insoddisfatto dei risultati delle stampe che commissionavo ad altri, ho deciso di occuparmi in prima persona anche di quest’aspetto e ho costruito con le mie mani e con l’aiuto di Giorgio, amico fidatissimo, questo laboratorio.

    Hai iniziato a fare grafica già quando studiavi a Bologna?
    Sì, facevo su e giù tra Bologna e lo studio qui a Grottaglie, era questo il mio mestiere. In realtà, se devo dirla tutta, prima, e contemporaneamente, facevo il ladro…

    …in senso metaforico?
    No, non sto scherzando, intendo il ladro “vero”, serio, con gli orari da ladro. Parlo di rubare in centri commerciali grossi, catene. Però, non ho mai derubato gente.

    Era per finanziare le tue attività artistiche? Sai, sto cercando di farti passare come un eroe romantico alla Robin Hood dell’arte, rubi ai ricchi per dare agli artisti…
    In parte sì, ma non riuscivo mai a fregarmi un portatile apple, li tenevano sempre nascostissimi ai tempi, e per comprarmi il primo ho dovuto lavorare duro! Poi sì, anche per finanziare la mia vita, o anche solo per l’adrenalina che, a dire il vero, era il motore di tutto. Certo, c’erano anche aspetti romantici ma, più che altro, alla radice c’era un ragionamento ingenuo e disinformato di consumo critico, o boicottaggio: se vendi 10 iPod a 300 € l’undicesimo me lo prendo io. Regalavo computer, iPod, portatili a un sacco di amici che, ai tempi, non avevano modo di comprarli.
    Poi ho smesso e sono passato a fare il grafico.

    E c’è differenza?
    C’è una gran differenza, come ladro non avevo committenti, c’era solo l’atto e l’eventuale vendita. Invece, nella grafica, c’era sempre qualcuno che mi chiedeva di fare qualcosa e io la dovevo fare… la cosa mi disturbava molto.
    Successivamente, dal fare il grafico sono passato a fare l’artigiano, il serigrafo. Stampavo copertine di dischi, poster, cose così, ed ero già più contento, finché non mi sono rotto le palle di avere sempre a che fare con dei committenti e ho deciso che era più divertente stampare i disegni dei miei amici.
    A Bologna dividevo la casa con Ericailcane e, per iniziare, decidemmo di stampare i suoi disegni. All’inizio, completamente ingenui, le regalavamo o le vendevamo a 5 euro (stampe firmate, tiratura 50 copie), finché Ericailcane non è andato a fare una mostra a Londra. Appena tornato mi racconta che aveva venduto le stesse serigrafie, portate così, quasi per gioco, a 180 pound l’una. Allora ho capito che la serigrafia poteva essere la svolta e che questi ragazzacci, che ai tempi facevano graffiti illegali inseguiti dalla polizia, stavano diventando artisti inseguiti dai galleristi e dalle istituzioni.

    Tu hai vissuto questo passaggio della street art dall’illegalità alla consacrazione delle istituzioni fino a diventare, oggi, una vera e propria moda? Come sempre accade quando una cultura da underground viene adocchiata e fagocitata dai mezzi di massa vuol dire che siamo arrivati a vedere la sua fine?
    Questo passaggio l’ho vissuto a pieno. Non si può parlare di fine perché, secondo me, è un mutamento che ha aspetti sia positivi sia negativi.
    Ci sono controsensi evidentissimi che affiorano ogni volta che si ha a che fare col fenomeno, sia quando entra negli spazi delle istituzioni, sia quando ne rimane fuori, come al principio.
    Questi “ragazzacci”, che non si definivano neanche loro stessi “artisti”, dipingevano per un bisogno di espressione che sfiora la compulsione. Era ed è spesso ancora così, lo “devi” fare! Se vogliamo, c’è sempre stata una componente aggressiva, rabbiosa, a volte unita a un impegno politico. Nel momento in cui le istituzioni e i settori commerciali hanno iniziato a interessarsi al fenomeno, e non potevano ignorarlo visto l’impatto comunicativo di queste opere e il loro seguito su internet e vari network digitali, si è generato un doppio percorso: quando artisti e istituzioni hanno trovato un compromesso, i contenuti si sono alleggeriti, desaturati; quando non c’è stato questo tipo di dialogo, si è arrivati alla rottura. Un esempio chiave è quanto è successo a Los Angeles col Moca che invita Blu e gli da carta bianca, per poi censurarlo quando scopre che i contenuti del disegno sulla loro facciata sono eccessivamente provocatori o schierati.
    Non è la morte del fenomeno, è un cambiamento, se vogliamo anche ipocrita: il mercato, per poter vendere certi artisti, ha bisogno che i contenuti siano addomesticati, mentre gli artisti, per poter proseguire i propri progetti personali, hanno bisogno del sostegno economico del mercato. Tuttavia, ci sono alcuni esempi a cui mi sto interessando adesso in cui non c’è un riscontro commerciale. Ci sono soluzioni per evitare la monetizzazione, è una grande speranza.

    Che relazione c’è tra il writer e l’artista che dipinge sui muri? Mi sembra che tu al festival non inviti  writer, in un certo senso sarebbe quasi un controsenso…
    Ora inizio ad invitare anche i writer, ed è un po’ un cambiamento di direzione del festival. In realtà questa distinzione è fasulla in quanto gran parte di questi artisti diventati “popolari” hanno un percorso parallelo come graffitari. Vedi i gemelli brasiliani Os Gemeos o Barry McGee, artisti da galleria o da museo che parallelamente a mostre e festival vanno per strada a vomitare tag e throw-up senza freno alcuno. Arrivano in città e sanno già dove andare e chi contattare per un po’ di vandalismo.
    Il mondo “alto” dei musei e quello “basso” della strada sono più contaminati di quanto si possa pensare. Barry McGee, invitato nei musei, fa queste throw-up giganti, queste tag “orribili” nonostante lo stile, quelle più violente di tutte. È una spettacolarizzazione del graffito illegale, grossolana, quasi goffa, sempre divertente.
    In tutto questo c’è un palese rapporto ipocrita che, però, fa contenti tutti: le istituzioni fanno l’occhiolino a questi artisti perché è la cosa cool del momento e gli artisti, seppure spesso schifati dal committente, ci vanno per i soldi e per poter fare i propri interessi.
    È un incontro che a me risulta divertente, perché lo voglio vedere divertente, altrimenti è un incontro dalle coordinate troppo ipocrite, sia da un lato che dall’altro.

    Come giudichi queste due anime del graffitismo, quella pura e dura e quella più commerciale?
    In questo momento sono un fan del vandalismo, il figurativo mi interessa molto di meno. Mi piace l’intervento spontaneo, violento e fuori luogo. Quando vedo le scritte sono più contento. Prima ero molto più idealista, avevo st’idea della riqualificazione, ma dde che?
    Adesso, invece, proprio per aver visto tutta questa partecipazione, questa compenetrazione tra un campo e l’altro, mi interessa di più il rumore, il fastidio, la non conformità. Se ci fai caso, quest’anno al festival ho invitato artisti molto più rumorosi, come Nug che sfascia tutto con sto spray nero…

    Sembra più una performance.
    Sì, però, mi sembra molto più bello l’atto rispetto al risultato. Non è interessante che il risultato sia bello, la bellezza è da ricercare nell’azione.

    Per quanto riguarda il Fame ci hai raccontato come nasce…
    Vuoi sapere come muore?

    Nooo, aspetta, facciamolo vivere ancora un po’, dammi almeno il tempo di parlarne.  Qual è stata l’evoluzione durante queste quattro edizioni sia dal punto di vista dell’accoglienza del pubblico che da quello propriamente artistico?
    Per quanto riguarda la risposta sociale c’è un’evoluzione, ed è stata estrema nel senso che il primo anno la gente non riusciva a spiegarsi il perché di questi disegni giganti, non c’era stato alcun precedente né una comunicazione preventiva. C’erano opinioni assolutamente contrastanti con punte estreme come quelle delle associazioni per la salvaguardia del centro storico che invitavano i Grottagliesi a munirsi di rulli e pennelli per cancellare i disegni…
    Negli anni la risposta è cambiata radicalmente. Già dal secondo anno c’era molta più tolleranza nei confronti di questi murales, l’evento aveva acquisito una tale risonanza internazionale che tutti avevano compreso il potenziale positivo per l’intera comunità. Per Grottaglie, ma in generale per le città piccole, funziona così: quando una cosa diventa conosciuta all’estero si trasforma in positiva, a priori.
    È stato un crescendo graduale e rapido, tanto che il terzo anno era già diventato noioso, tra consensi e sorrisi gratis. Questo quarto anno, l’idea è di tornare al principio, di fare schifo, per creare un minimo di movimento in più, per provocare quello squilibrio che rendeva interessante il festival. Tutto questo, sempre senza avere o richiedere l’appoggio di alcuna istituzione.

    Le istituzioni continuano a non appoggiarvi?
    Anche in questo c’è stato un cambiamento: prima ostacolavano, poi ignoravano, quest’anno lasciano fare. Recentemente hanno anche provato a contattarmi per creare un punto d’incontro. È il segno che qualcosa non funziona.

    Dal punto di vista artistico, invece?
    Quest’anno abbiamo fatto principalmente video, performance, installazioni, abbiamo lavorato con artisti che non toccano neanche rulli e pennelli e lavorano con l’arredo urbano: pali, bidoni, cose del genere. Ho invitato gente che fa cose diverse da quelle degli altri anni, sia per evitare la noia e l’abitudine, sia perché forse i miei gusti sono cambiati. C’è da dire, ed è abbastanza evidente, che tutto quello che si vede al festival è legato ai miei gusti personali, l’unico vantaggio di fare tutto da solo.

    Come scegli gli artisti da invitare?
    Cerco molto in internet.

    Oltre a essere l’organizzatore, quindi, agisci anche come curatore?
    Non so se si può dire così però, effettivamente, è uno dei ruoli che sta acquistando sempre più peso. La cosa turba me e, soprattutto, gli artisti. Spesso questi hanno come obiettivo andare in giro per il mondo a realizzare i disegni del proprio sketchbook. Senza pensare più di tanto al contesto. Quando arrivano a Grottaglie, cerco di far capire loro che non possono prescindere totalmente dal contesto, specialmente quando si tratta di muri privati: una vecchina che ti da il permesso di dipingere la parete di casa sua, costruita dopo 40 anni di sacrifici, non se lo merita un disegno che non le piace. Sul muro pubblico è già diverso.

    Come hai già detto, in tutto questo non hai sovvenzioni di nessun tipo. Come fai, allora, a mandare avanti il festival?
    Attraverso la vendita, alla mostra finale di settembre, delle opere realizzate dagli artisti durante la loro permanenza a Grottaglie, e attraverso la produzione e vendita sul sito delle stampe. Per questo, a volte, devo trovare un compromesso tra quello che mi piace e quello che so che può essere venduto più facilmente. Sono stato molto fortunato perché gli artisti che vendono di più sono quelli che mi piacciono, come Blu o Ericailcane, o che, comunque, rispetto da un punto di vista della loro attitudine artistica. Ammetto che a volte ho invitato gente lontana dei miei gusti sia per completare il panorama sul fenomeno, sia, semplicemente, per vendere e portare avanti la baracca, la mia in particolare, visto che coi muratori di Grottaglie c’è da perdere la testa…

    Lo sai che sei diabolico? Sei riuscito a fare una cosa che ti piace, con le persone che ti piacciono, dove ti piace, e riesci pure a trarci di che vivere…
    Mi sento diabolico ma, soprattutto, molto fortunato, è una vera e propria utopia realizzata e so che dovrei continuare finché posso. Però, come dicevo prima, la prassi del fenomeno mi spinge a cercare di fare qualcosa di nuovo.

    Se fossi stato in un altra città, per esempio se fossi rimasto a Bologna, avresti fatto qualcosa come questa di Grottaglie?
    Sicuramente no. Faccio anche il festival di Lisbona, ma non mi piace per niente, non vedo proprio la necessità di fare un’operazione del genere lì. Al contrario, qui, penso sia importante che succeda qualcosa, che ci sia un’alternativa all’andare al mare, uscire la sera, frequentare i posti che il consumo di alcool detta, per poi schiantarsi sul letto. Il fatto che ci sia qualcos’altro, qui, è vitale.

    Prima parlavi di riqualificazione urbana, pensi di esserci riuscito in qualche maniera?
    Secondo me sì, ma non io, piuttosto gli artisti. Sai da cosa me ne rendo conto? Dalla toponomastica. Ora, per indicare un luogo, non si dice più “vicino a quel negozio”, ma “addò stè la rana”, “addò stè la torta”. È il segno che, ormai, le opere del festival sono integrate nel sistema della vita grottagliese. Indipendentemente da questo, mi rendo conto che ci sono parti della città in cui, passeggiando, si riescono a vedere una ventina di disegni giganti, e non si può fare a meno di notarli, vuoi per le loro dimensioni, vuoi per la loro bellezza. Prima, invece, non si notava niente, c’erano solo architetture inutili, grigie, bruttamente neutre e assenti.

    Secondo te, quest’attività di riqualificazione è replicabile anche in altre città?
    Sì, ma non con lo stesso atteggiamento. In questo paese c’è un tale stato di illegalità, ipocritamente e volutamente ignorato dalle istituzioni, che mi ha permesso di fare cose altrove impossibili. Se le istituzioni avessero cercato di bloccarci, probabilmente sarebbero saltate fuori cose ben peggiori, ecco perché hanno preferito tollerarci. La cancellazione del primo disegno di Ericailcane, il famoso gallo nel quartiere delle ceramiche, ha avuto un clamore mediatico ben maggiore di quello ottenuto dalla semplice realizzazione. Hanno capito che, per loro, era controproducente ostacolarci.

    Ricordo che l’anno scorso era molto presente la questione della discarica…
    C’è tutt’ora. Per chi non lo sapesse, quindici anni fa, l’amministrazione ha autorizzato la costruzione di una discarica di rifiuti speciali sul suolo di Grottaglie, in realtà nelle vicinanze di un altro paese, San Marzano. Dal momento in cui la realizzazione è partita, sono nati una serie di interrogativi sulle reali motivazioni di quest’opera, sulla procedura adottata in fase di adozione e, soprattutto sulla sua pericolosità. Sono nati vari comitati come Vigiliamo per la discarica e Rinascita civica,  tutti hanno partecipato a questa mobilitazione per intervenire e cercare di fermare il fermabile. Purtroppo, nonostante piccole ma significative conquiste, non è stato possibile fermare niente. Ci siamo resi conto che la macchina era più grande di quello che potevamo pensare.

    Era dedicato a questo problema il murales che Blu ha fatto l’anno scorso?
    Non solo Blu ha voluto segnalare questo sconcio, anche Nunca, JR

    Invece, il murales che Blu ha realizzato per l’edizione del Festival di quest’anno, cosa riguarda?
    Quello di quest’anno non è indirizzato a un tema specifico, è un disegno preso dal suo sketchbook e riportato sul muro. Purtroppo abbiamo avuto discussioni su cosa fare e credo si sia scazzato. Lui voleva fare un disegno con contenuti pesanti, proprio sulla casa della vecchina che dicevo prima, e io lo invitavo a trovare un modo per esprimere concetti, anche molto duri, attraverso espressioni più piacevoli esteticamente. Questo mio tentativo di mediazione gli ha tolto l’entusiasmo e lo ha spinto a fare un pezzo più ambiguo, senza rimandi diretti. Ah, ma con lui dobbiamo discutere per forza, c’è poco da fare. E andiamo avanti.

    Torniamo alle domande canoniche, che tipo di formazione hai avuto e pensi che ti sia stata utile?
    Ho fatto il liceo classico a Grottaglie, ma solo per finta. Non so niente di niente, sono di un’ignoranza spropositata. Durante le lezioni scappavamo dalla finestra, andavamo in centro e tornavamo per la campanella. Dopo il liceo mia madre mi ha iscritto ai test d’ingresso di Scienza della Comunicazione a Bologna. Non avevo nessuna intenzione di fare l’università ma mi sono iscritto lo stesso e ho continuato quando ho capito che, per andare avanti, non era necessario studiare.

    Cosa facevi nel frattempo?
    Te l’ho detto, rubavo, e suonavo in un gruppo. Mi sono laureato in Semiotica in tempi brevi, anche perché comunque non mi interessava fare le cose per bene, e nel frattempo mi sono dedicato alla grafica.

    Ti è stata utile la laurea in Semiotica?
    Per niente al mondo!

    Ma scusa, non pensi che alla fine anche la tua tesi è confluita nella creazione del Fame Festival?
    Lo avrei fatto lo stesso, anzi, mi sarei attivato prima e con meno paranoie scritte…

    Dai, anche senza accorgertene, Foucault ti ha illuminato…
    Vuoi saper come so questa cosa delle eterotopie di Foucault? Esame di Semiotica di qualcosa, non ricordo cosa. Incontro Marta Fioni, mia compagna di corso secchionissima e disponibile, e le chiedo di cosa parla l’esame. Un attimo prima di entrare, mi racconta le eterotopie di Foucault. Risultato: esame superato. Da lì in poi l’eterotopia è una hit, una delle tre cose che mi ricordo ancora.
    Questo è solo un esempio per farti capire che non mi hanno mai spinto a studiare, né hanno mai verificato se effettivamente fossi preparato. L’università di Bologna, in particolare il corso di Scienza della comunicazione, è una truffa, la prova è che sono un ignorante totale in semiotica con tanto di laurea specialistica in tasca.

    Ho quasi paura a farti altre domande… Alla fine, anche se tu non lo vedi, secondo me a qualcosa ti è servita…
    Ti garantisco di no, in tutti i sensi. Si può pensare che andare a Bologna mi abbia permesso di conoscere gli artisti che poi sono arrivati al festival e via dicendo… Sbagliato! Questi artisti li ho conosciuti prima a Grottaglie e dopo li ho rivisti a Bologna. Tutto è avvenuto grazie a un festival di musica punk che avevo organizzato anni prima in un trullo abbandonato nella campagna di Grottaglie. L’idea era simile al Fame Festival ma declinato in ambito musicale. È stato allora, e tramite quella scena musicale, che ho conosciuto Ericailcane, Gorla, Baronciani, Canedicoda. Pensa che questa casa, prima di diventare il laboratorio di serigrafia, ha funzionato come sala prove e dormitorio per chi veniva a sti concerti.

    Tra le cose che hai fatto o seguito qui a Grottaglie, qual è quella a cui sei più affezionato?
    Il defunto gallo mi faceva stare molto bene perché era proprio nel quartiere delle ceramiche, aveva un valore simbolico fortissimo. Anche agli altri murales di  Ericailcane  sono legati molti ricordi… la polizia, i muretti distrutti con la proprietaria in fiamme perché non era stata avvertita, le varie violazioni di proprietà privata… Anche al monastero stesso, dove abbiamo fatto il video con Blu, sono legati bei ricordi… Se poi dobbiamo parlare di quelli che, a guardarli, ogni volta mi fanno star bene, c’è quello di Sam3, quello con la donna gigante e l’uomo che si difende con la scopa.
    C’è anche l’altro lato della medaglia, ci sono un bel po’ di cose che mi fanno star male. Il murales di Nunca, per esempio, mi fa star male perché lui è un soggetto orribile. L’opera è bella, ma lui, come persona, è pessimo. Quando veniva qui trattava di merda la ragazza, non lavorava ed era un vero psicotico. Immagina un sedicenne brasiliano preso dalla strada e messo a lavorare con la Nike… un vero esaltato. Questo è un lato negativo del festival, dover avere a che fare con persone ingombranti.

    A proposito di artisti che si prestano al mercato, abbiamo visto il video di Vhils per la Levis, tu cosa ne pensi?
    Ci sono rimasto male perché Alex è giovanissimo, ha 24 anni e ha sempre fatto cose per conto suo lavorando comunque all’interno di un circuito artistico. Questa è la prima scivolata che fa da quando è un artista affermato. Non ne ho parlato con lui, c’è stato un momento di imbarazzo perché quando è stato qui, la settimana scorsa, non ho tirato fuori l’argomento. Però, mi metto anche nei suoi panni, mi rendo conto che in periodi di crisi il compromesso è dietro l’angolo e, a un certo punto, hai pure voglia di un minimo di stabilità… e allora chissenefrega.

    Quando hai capito che la tua passione poteva diventare un lavoro?
    Ero a Bologna, nella camera di Ericailcane, con la sua prima stampa, un orso della serie del circo, e mi sono incantato pensando a come sarebbe stato bello se avessimo potuto invitare una serie di artisti a realizzare delle stampe da proporre alle gallerie – ai tempi ero ingenuissimo – o da vendere su internet. È stato allora che mi è entrato il tarlo nella testa, ma era ancora un’idea molto punk, giusto per coprire le spese e avere qualcosa da investire nella produzione successiva.

    A proposito, un punk quale tu sei, come vive all’interno del circuito dell’arte?
    Schifandolo tantissimo, e sfruttandolo. Ho un buon rapporto con i collezionisti a cui vendo, questo è una cosa di cui sono molto orgoglioso e che non ho detto mai prima: quando un collezionista non mi piace a livello personale, come si avvicina all’opera, come mi parla, decido di non vendergli le cose, a priori, e lo mando a quel paese anche con una certa dose di cattiveria. A volte si lamentano, dicono che parleranno con l’artista, che gli diranno di come li ho trattati… non me ne frega un cazzo. Ho a che fare solo con gente che mi piace.

    E, invece, con le gallerie?
    Fondamentalmente le ignoro. Tutto il circuito dell’arte in scatola mi fa un po’ tristezza. L’arte contemporanea, in particolare, mi fa stare male, non mi piace per niente, ci vedo tanta politica e arrivismo.

    Quando cerchi ispirazione o vuoi trovare la carica, cosa fai?
    Ultimamente faccio questa cosa delle tag. Nei momenti di stress, quando mi devo sfogare, faccio il vandalo, e mi piace molto. Indipendentemente da questo, mi piace andare in giro a suonare col gruppo, La quiete. È aria fresca per i polmoni, senza non ci so stare.

    In musica sei un autodidatta?
    No, nemmeno, sto dieci livelli sotto, non so proprio suonare. Quando qui suonavo la batteria andavo benino, lì mi chiesero di suonare il basso e, dopo una settimana di prove con questo strumento che non avevo mai suonato prima, eravamo in tour in Germania. Fuori dal gruppo non ho mai toccato il basso, facciamo più concerti che prove. Tornando alle cose che mi danno la carica, ci sono i viaggi, soprattutto d’inverno.

    In pratica è come se facessi un lavoro stagionale: lavori primavera ed estate e poi d’inverno vai fuori?
    D’inverno vado a fare l’estate da un altra parte… ho avuto il culo di andare in Argentina, Colombia, Messico, Australia, un po’ col gruppo e un po’ per i fatti miei o insieme agli artisti. Questa del lavoro stagionale è la soluzione ideale e, se potessi continuare così per sempre, sarei felicissimo. Non so stare al freddo.

    Domande alla Vanity Fair: consigliaci un sito.
    Non ho un sito in particolare da consigliare.

    Una rivista?
    Non leggo niente.

    Libri?
    Non leggo libri. In vita mia ho letto tre libri perché mia madre mi prometteva 5000 lire per ogni libro finito. Ricordo Il gabbiano Johnathan Livingston, Hook il Capitano Uncino e Il piccolo principe.

    Ma oltre a far felice tua madre, almeno li hai letti?
    Per il Gabbiano ho truffato, ho letto solo la fine.

    Tv?
    Mai.

    Cinema?
    Tantissimo, d’inverno anche tre al giorno. In genere mi piacciono i film morbosi, quelli in cui succede qualcosa di eccezionalmente orribile e schifoso a livello umano, tipo i film di Garrone, Sorrentino, Haneke. Ultimamente ho visto questo film bellissimo 13 tzameti. Li guardo dall’inizio alla fine e sto lì incollato, felice.

    Musica?
    Molto varia e a periodi, nel senso che prendo un disco e lo ascolto ininterrottamente per un mese. Quando supera il test del mese diventa uno dei dischi della vita. Ora sto con l’ultimo degli Arcade Fire, tra l’altro sono amico di uno di loro perché il tipo che mi ha insegnato a stampare in Canada era sempre con lui, e allora il disco ha un sapore più intenso, mi ricorda Montreal.

    Questa non ce l’hai raccontata: che ci facevi in Canada?
    Ho passato tre mesi a imparare la tecnica della serigrafia da uno stampatore politico, stampava cose per manifestazioni anarchiche ottime e, in generale, tanto materiale controinformativo.

    Da Grottaglie hai fatto la valigia e sei andato in Canada?
    Non proprio. Mentre facevo la specialistica di Semiotica a Bologna mi annoiavo tantissimo e così, per passare il tempo, ho seguito una scuola di grafica a Milano. Per completare il corso dovevo fare un periodo di stage presso uno studio di grafica nella regione. Ruppi così tanto il cazzo da convincerli a farmi andare fuori, per esempio in Canada, dove la serigrafia ha una sua dignità e un suo valore riconosciuto.
    Ti racconto come è andata. Avevo scritto a tutti in Canada e nessuno mi aveva degnato della minima considerazione. Ero a Bologna, in giro, depressissimo, perché il giorno dopo avrei dovuto dare la risposta definitiva alla scuola indicando il posto dove avrei fatto lo stage. Mentre passavo in piazza Aldovrandi, sento chiamarmi dalla finestra e vedo Gaia, una mia amica, che mi invita a salire a casa sua perché era il suo compleanno. Salgo, e al centro del salotto, deserto, trovo una ragazza. Ci salutiamo, si chiama Rachel, e scopro che è canadese di Montreal. Le dico che volevo andare in Canada e che avevo cercato di contattare un sacco di studi tra cui quello di un questo tale, Jessy. Lei mi dice che era un suo carissimo amico e lo chiama immediatamente. Lì era mattino prestissimo, lui stava di sicuro dormendo, e lei gli chiede se aveva intenzione di prendermi, lui dice di sì e chiude il telefono. Dopo due settimane sono andato lì, da questo Jessy, e mi ha insegnato a stampare, una storia delicatissima… Le grafiche per gli Arcade Fire le faceva la ragazza di questo stampatore, una tipa mitica, non so se ha fatto anche le ultime…

    Città in cui vivresti?
    Napoli mi fa impazzire, è senz’altro il posto più bello del mondo. Se fossi educato, un cittadino per bene, Torino. New York l’ho vista e la prima cosa che ho pensato è che lì ci vivrei. Se dovesse succedere qualcosa nella mia vita, che ne so, una rottura, prenderei il primo aereo per New York, ma dev’essere come reazione ad una rottura estrema. Non lo farei mai volontariamente perché lo sentirei come un tradimento nei confronti di Grottaglie.

    Quali sono le qualità che servono per fare il tuo lavoro? Quali possiedi e quali ti mancano?
    Mi mancano…

    A proposito, qual è il tuo lavoro?
    Artigiano serigrafo, venditore, commerciante, assistente degli artisti quando vengono qui…

    Organizzatore di un festival internazionale di graffiti…
    Sì, ma ogni cosa è fatta con il minimo sforzo possibile. Per poter fare tutto è necessaria la superficialità totale, non puoi stare a pensare al dettaglio, lo vedi che non c’è attenzione allo studio, al laboratorio…

    Direi proprio di no… ma potrebbe essere tutto calcolato, un caos progettato ad arte…
    Nooo, se perdessi il tempo a sistemare lo studio non potrei rispondere alle mail o fare altro.
    Quindi, la superficialità è fondamentale, poi, aggiungerei la noncuranza, il disprezzo per la legalità e la retorica di tutte le istituzioni. È una qualità senza la quale non potrei fare le cose che voglio, cioè, potrei, ma dovrei trovare compromessi, organizzare, chiedere permessi, scrivere progetti, chiedere finanziamenti…
    Ho visto tanti esperimenti in rima con questo che, però, hanno risultati molto meno efficaci proprio perché legati a modi più canonici e consequenziali. La mia filosofia è che se c’è un muretto da distruggere, prima lo distruggi e poi ti chiedi chi sia il proprietario. Poi, quando viene, gli parli.

    Una qualità che ti manca?
    Vorrei essere più temperato, flessibile. Mi rendo conto che non concedo molto, ho un ego abbastanza grosso e quando, nella stanza con me c’è anche un altro egomaniaco, si creano inevitabilmente dei contrasti. Dovrei imparare a starei zitto a volte, anche nei confronti degli artisti. Vorrei poter dare ancora più libertà, senza neanche informarmi su quello che stanno per fare. Questo mi compromette spesso anche l’umore, perché non riesco a vivere ste cose con distacco. Se vedo che un’opera del festival mi fa schifo, mi prende proprio male fisicamente.

    Cosa ti aspetti dal tuo futuro?
    Mi piacerebbe trovare un’altra cosa in cui investire così tante energie. Indipendentemente da questo, vorrei raggiungere una stabilità emotiva, sono sempre alla ricerca di qualcosa e quando la ottengo, scompare… Forse vorrei avere meno ambizioni, riuscire ad accontentarmi di quello che ho. Da un lato potrebbe essere un freno per la creatività, dall’altro significherebbe sapersi godere il presente, cosa che non sono mai riuscito a fare. Quando raggiungo dei grossi risultati, la soddisfazione dura un attimo perché nel successivo sto già pensando a fare qualcosa di più grande.

    Invece, una preoccupazione?
    Vorrei essere un genitore giovane e, in questo momento, manca la persona con cui realizzare questa aspirazione. Purtroppo, più passano gli anni, più la possibilità di realizzare il mio desiderio si allontana…

    Non mi sembra un’attitudine molto punk…
    Non so se è punk o no, è una cosa che sento da sempre. Sono arrivato alla conclusione che le cose buone da fare per un mondo compromesso come il nostro sono poche: coltivare la terra, procreare e curare. Vorrei fare cose concrete, tangibili, che portino un reale benessere alle persone, voglio lavorare sul lato animale della faccenda piuttosto che su quello culturale.

    Consigliaci qualche tuo amico che vale la pena di conoscere.
    Lo volete pazzo?

    No! Non dobbiamo essere aggrediti, non dobbiamo andare con una scorta armata, deve essere vivo e possibilmente raggiungibile attraverso i normali mezzi di locomozione o comunicazione…
    Il primo che mi viene in mente è Giovanni Donadini, Canedicoda. Ha gruppi musicali, fa moda, magliette, però tutto in modo leggero e disincantato, con un’estetica violentissima eppure efficace. A livello tecnico mi affascina perché disegna molto male, va sull’astratto, però ha una visione e una capacità compositiva che un grafico gli dovrebbe invidiare a priori, è un vero mago, un vulcano. Solo che è così vulcanico che non so che tipo di intervista si può fare con lui, è proprio fuorissimo… Con Nico Vascellari hanno fatto questo evento che invidio tantissimo perché avrei voluto farlo io: col loro gruppo, i With Love, hanno organizzato una serie di concerti da loro, a Vittorio Veneto, nella salumeria, dal meccanico, o alla pizzeria al taglio, con la gente che pogava tra salumi e formaggi…
    Altri che ti consiglierei sono Ericailcane, perché non si ferma un secondo, è molto concreto, e 108. Anche Blu sarebbe bello da intervistare però, per sua scelta, non ha mai rapporti con la stampa e non rilascia interviste.
    Per finire, Cyop e Caf. Lavorano a Napoli dove non solo dipingono per strada ma gestiscono una miriade di attività culturali e sociali. In particolare, si occupano di una rivista, Monitor, molto incentrata sul territorio, che pur essendo autofinanziata, è super curata sia dal punto di vista dei contenuti che della grafica.  Te li straconsiglio, hanno fatto talmente tante esperienze che se te le raccontano ci riempi un libro.

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    http://www.famefestival.it/
    http://www.studiocromie.org/

    slideshow su flickr


    40 thoughts on “Fame, arancini ed eterotopie

    1. la fotografia con il segnale di divieto di accesso con su scritto YOU è significativa; l’ego spropositato deborda da questa intervista in modo così evidente che sembra palpabile;

    2. in tutto questo, mi sono dimenticato di dire che, mentre il boxer mi ringhiava a 5 cm di distanza, discorrevamo amabilmente con due giovani architetti che lavorano e ci seguono da Bologna.
      A loro un saluto particolare, che possano diventare dei nuovi, e migliori, cucinella!

    3. ciao!
      sto scrivendo la tesi di laurea sul Fame e volevo citare questo ed altri articoli apparsi qui (‘tutti al fame’ e ‘notizie da grottaglie’). qual’è il nome dell’autore?
      scrivo Rem?
      avresti un contatto tipo una mail?
      volevo chiederti un paio di cose…
      grazie!
      ileana

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