Le sorelle Macmamau

    Ora mi rendo conto che non ero mai stato dentro una fabbrica, una fabbrica vera dove si producono cose, la gente lavora insieme, il rumore delle macchine in sottofondo, la sensazione di concentrazione e precisione dei movimenti, l’odore pungente dei materiali grezzi, lo spazio pieno di oggetti, scatole, strumenti accatastati secondo un ordine nascosto ai profani. È un’esperienza che mi mancava e che, forse, mancherà sempre di più vista la politica industriale italiana fatta di fabbriche chiuse e delocalizzate, di cassaintegrazione e concorrenza estera agguerrita. Eppure è un luogo bello, appassionante, solido come sono solidi i legami che si formano quando si fa qualcosa insieme con le proprie mani e il proprio sudore/cuore. Sara e Ilaria Patriarca, le nostre ospiti e “comiche creative guerriere”, ci aspettano già e ci fanno entrare nella grande fabbrica di famiglia, la Patriarca Arredamenti. La sede è nuova e Ilaria, che ne è la progettista, è giustamente orgogliosa. La facciata non è quella banale dei miliardi di capannoni che troviamo in giro, intriga con i suoi decisi tagli diagonali e svela l’interno attraverso una pelle di legno e  vetro. Qui i materiali sono esposti per quello che sono: legno, cemento, vetro, acciaio sono accostati e incastrati in modo semplice ed essenziale, definiscono ambienti pratici e minimali. Sara e Ilaria ci guidano subito in un giro per gli spazi della fabbrica. Iniziamo dal loro ufficio per passare al laboratorio di Sara dove ci divertiamo ad aprire una cassettiera piena di carte, buste, bozzetti, prove di materiali e finiture, un universo imploso che alimenta la sua creatività. Su un tavolo, le casette a cui sta lavorando sono disposte a formare uno strano paese in miniatura, forse eco di quanto accade qualche metro più sotto dove si aprono gli spazi della fabbrica. Questa è una sorta di villaggio, di città razionalista sottoposta a zoning dove ogni funzione ha il suo quartiere, ogni quartiere le sue abitazioni, ogni abitazione  le sue strane stanze, ogni stanza i suoi mobili, enormi pile di imballaggi e meccanismi nascosti. Certo, non siamo in una falegnameria qualsiasi, questa per quanto è pulita, silenziosa ed efficiente potrebbe essere una clinica. Gli oggetti prodotti sono realizzati con precisione certosina e le lavorazioni sono così raffinate da trasformare il legno in un diamante. La zona in cui avviene la laccatura sembra addirittura una stazione spaziale. Le camere di verniciatura ricordano gli ambienti di Spazio 1999 e ogni tanto ne esce fuori qualcuno completamente chiuso nella sua tuta da astronauta. Il giro è interessante e ogni angolo nasconde una sorpresa (i pantografi a controllo numerico, lo spazio per le rifiniture - popolato solo da donne -, le cataste di essenze pregiate, la corte interna che si apre su una collina verde), capisco quanto stimolante sia per Sara e Ilaria lavorare qui, ma anche quanto sia stato difficile, in un ambiente così ben organizzato, riuscire ad affermare la propria individualità creativa, ritagliarsi il proprio spazio personale in cui dar forma a idee e passioni. È questa la scommessa che Sara e Ilaria hanno fatto con se stesse e con gli altri quando hanno deciso di creare una propria linea di mobili e oggetti d’arredo, Macmamau, un progetto in progress che le vede lavorare fianco a fianco su prototipi e sperimentazioni tra scherzi, nottate di lavoro, litigi e riappacificazioni. Un affiatamento incredibile che si nota nei loro lavori, divisi tra la razionalità di Ilaria e l’intuitività di Sara,  ma anche dal modo in cui rispondono alle nostre domande, una simbiosi che porta l’una immancabilmente a finire le frasi dell’altra. Per chiudere, un consiglio per chi si trovasse a Pescara: in via Fabrizi si trova lo showroom, è un’occasione unica per apprezzare dal vivo i mobili su misura, i prodotti Macmamau (vi invito a sfiorarli per apprezzarne la sofisticata lavorazione a intaglio, la perfezione dei dettagli e la pulizia delle forme), gli oggetti d’arredo e tanti altri oggetti realizzati da designer locali e non. ------------------------------------------------ Come volete presentarvi, come Macmamau o come Patriarca Arredamenti? Ilaria – Come le sorelle Patriarca... Sara – Sì, come le sorelle Fendi... I – Non possiamo prescindere dalle nostre origini, se vogliamo Macmamu è una conseguenza. S – Il design entra in ogni aspetto delle nostre attività. I – Se vogliamo fare ordine dobbiamo partire dalla costola di Adamo... dalla nostra educazione... S – Se vogliamo fare ordine dobbiamo partire dal tronco, dall’albero. Ma parlate seriamente? S –I – Certo! Ma intendete la canzone Per fare un albero ci vuole....(ndr. qui mi sono esibito in un imbarazzante momento canoro, ma è che non ricordavo il titolo...) S – Anche. Il “tronco”, metaforicamente, può essere nostro padre ma letteralmente è il legno, il materiale con cui lavoriamo, ma anche la passione con cui lo lavoriamo... I – che comunque è nata dalla generazione precedente, dal lavoro che è stato fatto negli anni e che ha preceduto il nostro che è relativamente molto più recente. Abbiamo iniziato a frequentare l’azienda che avevamo già quasi trent’anni. Non avete vissuto sempre dentro il laboratorio? I – Assolutamente no. Ma come, non gattonavate tra i trucioli? S – (con tono declamatorio alla Eleonora Duse) “Ai tempi” gattonavano tra i trucioli e carteggiavano piccoli mobiletti con le ditine... I – Siamo state, fino ad un certo punto il classico esempio del rifiuto dei figli per il lavoro dei padri... S – Forse più che altro si trattava di indifferenza... I – Nostro padre che tornava a casa disperato: “il lavoro qua, il lavoro là”... e noi nel nido, nel castello insieme alla mamma, tipo principesse... Tipo principesse sul pisello. S – Più che altro sul truciolo... Cosa è successo a trent’anni per farvi avvicinare alla fabbrica? I – Non so se è il destino, ma sicuramente sono cose che assorbi a livello inconscio, fanno parte della tua formazione e arrivano più in profondità di quello che pensi. Siamo entrate in azienda dopo aver percorso strade molto diverse. Che tipo di percorso di formazione avete avuto? I – Fino al liceo artistico il percorso è stato lo stesso per tutt’e due... S – facevamo spesso il “percorso vita” nella pineta...(ndr. battuta comprensibile solo ai frequentatori della pineta a Pescara) E poi, dopo il liceo artistico? I – Sara ha fatto una scuola parauniversitaria... S – una scuola di illustrazione a Roma. Dopo sono stata a Milano in un’agenzia di comunicazione, sono ritornata per un po’ qui e poi sono andata a Berlino. Però la scuola veramente formativa è stata quella di Roma. A berlino cosa facevi? S – Dopo una fase iniziale abbastanza breve in cui facevo i soliti lavori per guadagnare qualcosa, tipici da emigrato, ho iniziato a realizzare decorazioni sulle pareti e sui mobili nei locali. Attraverso la decorazione mi sono avvicinata al mondo dell’arredo, un modo diverso da quello che veniva fatto in fabbrica. Sei dovuta andare a Berlino per poi rientrare nell’attività di famiglia? S – In realtà era sempre un approccio più illustrativo, decorativo, ma alla fine mi sono ritrovata anche ad arredare. È stato un caso, volevo fare esperienza fuori, in nord Europa, volevo imparare una lingua, mi sentivo di voler ancora apprendere molto. E tu Ilaria? I – Ho fatto architettura, che è, e rimane,  il mio più grande amore. In un certo senso l’arredamento è stato quasi un ripiego, una seconda scelta. Ho fatto una vita universitaria all'insegna della goliardia fino a 26 anni – facevo le 3 le 4 del mattino, preparavo gli esami in una settimana – fino a quando mia madre mi ha detto: “O vai a lavorare con tuo padre o ti dai una smossa con lo studio”. E ti sei data una smossa? I – In realtà ho iniziato a lavorare con mio padre, però ci andavo e non ci andavo, non capivo bene i meccanismi. Ancora adesso mi sento più vicina all’architettura che all’arredamento. Sara, per esempio ha una sensibilità più spiccata per il colore, per il decoro, per i piccoli oggetti che cambiano l’atmosfera, io, alla fine, disegno sempre architetture. È una questione di scala? I – Se fotografi le mie cose isolate sembrano più dei pezzi di un edificio che dei mobili. Io dico che ho un po' la mano pesante... S – È massicc. I – Mi vengono le cose un po’ massicc. Come è nata l’idea di Macmamau? I – Dalla disperazione. In che senso? I – Tutto nasce dal fatto che c’era l’azienda di famiglia. S – L’inserimento è stato all’inizio traumatico, fatto di tanta gavetta. I – Io ho iniziato nel ‘99 e discutevo continuamente con mio padre. Era una lotta infinita: "questo non va bene, questo non si può fare"... uno scontro generazionale anche formativo, se vogliamo, per entrambi, ma quando ci vivi in mezzo tutti i giorni.... è difficile da gestire. Due o tre anni dopo Sara, mentre stava fuori, ha iniziato ad avvisare un disagio... S – Non so se definirlo un disagio... Sicuramente l’esperienza in Germania era finita, mi rendevo conto che o rimanevo lì proseguendo un certo percorso con un altro tipo di mentalità, oppure tornavo a casa. Comunque ci pensavo sempre a questa realtà, a questo patrimonio, con tutto quello che comportava sia in negativo che in positivo. Andare via da un posto come Berlino e tornare in una realtà come Pescara non è stato semplice. Torniamo alla “disperazione” I – È chiaro che per lei il passaggio da Berlino a Pescara è stato difficile, ci siamo ritrovate entrambe in difficoltà ma ci siamo poste un obiettivo comune. Era un desiderio latente che giorno dopo giorno ha preso forma. C’è stato un momento preciso in cui avete deciso di iniziare il vostro progetto personale? I – Era un capodanno e al momento del brindisi c’è stato anche un momento di commozione... S – Di commozione cerebrale... I – Lei aveva studiato fuori quattro anni, c’eravamo allontanate parecchio e in quel momento abbiamo deciso di unire le forze. S – Lì è nata la volontà di fare qualcosa insieme, per noi, poi l’idea di Macmamau si è formata col tempo. Qual è il primo progetto Macmamau? I – All’inizio avevamo solo un’idea vaga, volevamo trasferire un mondo grafico, forse più di Sara che mio, nel mondo dell’arredo. S – Erano solo degli interventi su pezzi esistenti, prototipi, pezzi della produzione, che venivano presi e reinterpretati attraverso disegni e decori. Quello è stato il primo modo di fondere i diversi ambiti. Come è nata invece l’idea del disegno al pantografo? I – L’idea è nata dal fatto che Sara dipingeva a mano e ci vuole molto tempo. Non ricordo in che occasione, trovai un materiale particolare, un laminato stratificato, e mi venne in mente che col pantografo si poteva incidere facendo affiorare il colore sottostante ottenendo un effetto “disegno” S – Il pantografo permette di trasferire sulle superfici dei mobili i miei disegni, evitando di agire direttamente a mano. I – Certo, non è versatile come un decoro a mano. Le prime prove erano disegni di Sara al tratto, schizzi a mano libera. S – Quei disegni – ci mostra una tavola con un'inifinità di piccoli disegni a penna – sono del 2006 quando ho avuto la fortuna di prendere la varicella e di rimanere bloccata a casa. I – All’inizio è stato difficile anche dal punto di vista tecnico: trasferire i disegni, impostare la macchina, capire quanto incidere. Sono tutte prove che hanno comportato mesi di lavoro, per il perfezionamento della tecnica anni direi... In generale quanto vi dedicate a Macmamau e quanto all’azienda? S – Le due cose sono sempre intrecciate. Io, per esempio, ho un modo di lavorare molto manuale, diretto, legato all’intervento sul pezzo, per Ilaria è diverso, il momento del progetto e quello della produzione sono momenti più definiti. I – Ho un’impostazione da progettista e poi mi occupo della grafica del 3d, dei cataloghi, tutto quello che è computerizzato passa dalle mie mani. S – Io sono più un falegname... I – È anche più istintiva. I – Mio padre una volta ha fatto questa battuta, perché tutti chiedono “chi fa cosa? ” e lui rispose “A una vengono le idee e l’altra gliele corregge!”. Essenzialmente a Sara vengono le idee in maniera più istintiva, poi io raddrizzo il tiro, le rendo un pochino più strutturate per poterle mettere in produzione. Tra gli oggetti della famiglia Macmamau, qual è quello a cui tenete di più? S – Ci posso pensare? No. S – Veramente non ci ho mai pensato prima... Diciamo che  è sempre quello su cui stiamo lavorando al momento. Il fatto di essere dentro l’azienda vi è di stimolo o in qualche modo vi blocca? I – All’inizio poteva essere un blocco. Avevamo tante di quelle cose da fare, dovevamo entrare più dentro nella produzione, e non avevamo tempo per noi. Poi, pian piano, siamo diventate più pratiche ed ora il lavoro principale, il grosso della produzione che non è rappresentato dalla linea Macmamau, non è più un ostacolo ma, anzi, un arricchimento. S – È chiaro che anche l’aspetto psicologico conta, ormai siamo alla soglia della menopausa... abbiamo avuto il tempo di elaborare, siamo più tolleranti, più flessibili e quindi tutta l’energia che si è liberata è confluita nel progetto. Voi avete anche a che fare con il design più blasonato, di tendenza, come vivete questo rapporto? S – Da una parte c'è Macmamau che incontra ufficialmente il design più blasonato durante eventi importanti come la fiera del mobile di Milano. Sono occasioni di confronto in cui l'aspetto mondano assume una rilevanza spiccata e, almeno personalmente, a volte mi sento fuori luogo, sicuramente non di tendenza. L'anima abruzzese, forte e gentile ma più montana che mondana, mostra il lato insicuro, quello che ci porta a rimetttere in discussione il lavoro, il nostro approccio con le pubbliche relazioni. Come azienda produttrice di marchi internazionali di grande prestigio, per fortuna godiamo anche di un punto di osservazione strategico che ci permette di capire che dietro le facciate luccicanti e cotonate dei grandi marchi si nascondono difetti ed errori umani. Non è tutto oro quello che luccica, questo tranquillizza e riequilibria il nostro spirito critico. Quindi ,evviva l'Abruzzo! I – Anch'io direi che il rapporto ravvicinato con i grandi marchi del design è un vantaggio che ti permette di fare esperienze indirette su tutto il ciclo di vita dei prodotti: dalla produzione alla commercializzazione alla comunicazione, e sicuramente ti avvicina ad un mondo prima conosciuto solo da lontano, con la stampa di settore che spesso racconta delle false verità...(come in tutti i campi credo). Quando cercate ispirazione quali sono le vostre fonti? S – Generalmente non cerco l’ispirazione, la trovo in quello che faccio tutti i giorni. Mi piace guardare le cose non finite, osservarle da più punti di vista, modificarle per trasformarle e farle diventare qualcosa di nuovo. I – Mi sembra di non riuscire a iniziare qualcosa se prima non mi bombardo di immagini, passo ore intere a scaricare immagini di qualsiasi tipo, arte, grafica, architettura. Poi lascio sedimentare e in qualche modo gli stimoli riaffiorano quando progetto. Consigliate un sito? I – Spesso il punto di partenza è Google immagini, anche fffound, navigo tantissimo passando da link a link, (adesso grazie a Pippo ho scoperto anche TUMBLR dal li mi perdo dentro la rete per ore). S – Non mi piace molto guardare i siti, preferisco partire da quello che ho intorno. Una rivista? I – Vado a periodi, per un po’ è stata Domus. S – Ultimamente una rivista che mi piace è Case da Abitare, la trovo vicina alle cose che ci piacciono, questo fondere oggetti vintage a pezzi contemporanei. Un libro? I – Guarire coi perché di Robin Norwood, “Ogni problema è un compito affidatoti dalla tua anima”...dice l'introduzione del libro, ha una visione a 360° sul concetto di metamorfosi, almeno così l'ho inteso. S – Ora sto leggendo i libri di un giornalista tedesco, Alexander Osang che per un periodo ha lavorato come  corrispondente a New York,  Berlin – New York. Alle Kolumnen aus der schönen neunen Welt. Mi piace leggere in tedesco sia per mantenermi in allenamento sia perché mi permette di avere uno sguardo diverso da quello italiano. Un programma tv? I – Anche di serie Z, a me piacciono tutti i programmi in cui c’è un crimine di mezzo, gialli, polizieschi tutto ciò in cui c’è qualcosa da scoprire. Anche perché ho un mondo onirico molto vicino, sogno sempre furti e assassini... S – Non ho un programma preferito, in genere mi piace accendere la televisione e la cosa di per sè mi rassicura. Un film? I – Ce ne sono tantissimi, ti  faccio un elenco che avevo già formulato di 20 titoli: 1) Marta-Fassbinder 2) La mia africa-Pollack 3) New York New York-Scorsese 4) Prendi i soldi e scappa-W. Allen 5) Broadway Danny Rose-W.Allen 6) 2001 odissea nello spazio-Kubrick 7) Amarcord-Fellini 8.) Matador-Almodovar 9) Novecento-Leone 10) Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera-Kim ki-duk 11) Il signore degli anelli-P. Jackson 12) Shrek 1- Adamson e Jenson 13) Il moralista-Bianchi 14) La cena dei cretini-F. Veber 15) Fino all'ultimo respiro-Godard 16) Belle de jour-L. Bunuel 17) L'uomo che amava le donne-Truffaut 18) L'angelo sterminatore-L. Bunuel 19) Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto-L. Wertmuller 20) L'amore di pomeriggio-E. Rohmer S- Infatti c'è un mondo, un film icona per me è “Il Fantasma della Libertà”di Luis Buñuel surrealista, crazy, trasversale. La città in cui vi piacerebbe vivere? S – Nocciano, e non scherzo, come città di confine. I – A me è rimasta impressa Oporto, non so se ci vivrei, ma mi piacciono le sue contraddizioni. Per fare questo lavoro, quali sono le qualità necessarie, quali vi riconoscete e quali vorreste avere? S – Per il mio campo, sicuramente la manualità, lo spirito d’osservazione, la costanza, sono attidudini  importanti, che mi sembra di avere. Non guasterebbe essere più paziente, atteggiamento che aiuta in tante discipline e nella vita in genere, e nel mio caso specifico vorrei avere un livello di tolleranza più elevato.....ci sto lavorando. I – La costanza, obiettivi chiari e una buona capacità di interfacciarsi a tutti i livelli, con le persone con cui lavori, con i clienti. In generale serve avere un buon carattere che aiuta a trovare sempre un compromesso. Sicuramente mi manca l’ultimo che ho detto, un buon carattere, nel senso che all’inizio mi arrabbiavo molto di più. Piano piano ho scoperto che non serve a niente e che devo sempre cercare in qualche modo di mediare e, soprattutto, di arrivare a un risultato. Sicuramente sono una persona costante, anche se ho i miei momenti di fuga, dai quali però ritorno sempre a bomba su quello che stavo facendo. E poi vorrei avere è un po’ più di leggerezza. Cosa vi piacerebbe trovare nel vostro futuro? I – Citando nostro padre, che prima o poi la situazione si sblocch! S – Che si faccia sentire sempre di più questa parte creativa. Una preoccupazione? I – La preoccupazione è legata sempre agli aspetti economici, ma è un problema di qualsiasi attività. S – Avere la responsabilità di una cosa così grande. Fate il nome di amici o colleghi che vorreste far conoscere. I-S – Draga Obradovic anche se sta a Como, però magari si può fare una gita fuori porta, Carmelo Tedeschi che sta a Berlino, ancora più a nord di Como. Tra quelli che stanno qui, e che stimiamo di più, li avete già intervistati, poi c’è Giorgino che fa i graffiti, Annamaria Talone, che si occupa di teatro e Francesca De Angelis che fa tatuaggi.
    links:   Patriarca arredamenti : http://www.patriarcaarredamenti.it/ Macmamau : http://www.macmamau.it/ Sara Patriarca : http://www.sarapatriarca.it/ Il tumblr di Ilaria Patriarca : http://ilariapatriarca.tumblr.com/ Le foto sono di Pippo Marino

    31 thoughts on “Le sorelle Macmamau

        1. Bravo (ma sappi che dovrai inventarti qualcosa per farti perdonare quel’altra imperdonabile distrazione)

            1. in realtà se potessi tornare indietro di qualche anno agli albori di ASTmi pseudonominerei Ray… ma no, ormai sono troppo affezionata alla mia cara LinaBo

    1. che belle le sorelle m.m.m.!
      è da tanto che le conosco, praticamente il primo link che ho attivato dalla prima volta che sono capitata su ast. tanti anni fà (bè, non proprio un’era geologica, ma insomma…)
      e i loro mobili tatuati ci sono sempre piaciuti…
      ma che lo facciamo questo raduno ast al salone del mobile!!!???

    2. un giorno, un mio amico, genialoide del pc, era intento a rimettermi a posto per l’ennesima volta la rete:

      – ma cavolo, perchè non diventi consulente per le aziende… o comuque ti metti a lavorare nel settore, sei un mezzo genio e mi pare che ti diverti come un matto…

      – sei pazzo? trasformare una passione in lavoro? non sarebbe più una passione!

      rob

      1. caro rob, ma anche tu, come il tuo amico esperto di reti, sostieni la separazione delle carriere? Lavoro da una parte e passione dall’altra?

    3. Insomma, ce n’è voluto di tempo, ma alla fine ne è valsa la pena, i vostri articoli sui Creativi sono meravigliosi e ce ne vorrebbero tantissimi di più :)

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