Le città

    Uochi Toki – Le città
    Laze Biose (2006)

    Voghera è una città comunemente detta trascurabile, solo che io riesco a distinguere il suo livello di insignificanza dalle altre città di eguale insignificanza. In questo luogo abbiamo trascorso gli anni del liceo e oltre senza le cosiddette possibilità che una grande città offre, senza lamentarci, senza l’aspirazione di spostarci a tutti i costi in agglomerati urbani più grandi per sancire un crescere fittizio. I nostri coetanei pretendevano dei subitanei momentai motivi di distrazione, ci trattavano come buffi estranei quando non ci dimostravano simultanei negli ambienti, nei discorsi, nel prendere parte a tutto. Noi sapevamo che il loro tutto per noi era sempre una parte del tutto. A sedici anni sapevo già che la soluzione della mia inerzia non l’avrei trovata in una città più grande. Siamo sempre stati distaccati, ci siamo sempre fatti i cazzi nostri, vagando a piedi per gli spazi che, oltre ad essere vissuti, venivano anche osservati. Sottolineavamo un gap già esistente fra noi e una città come tante altre.

    Pancarana è un sintetico esempio di paese bagnato dal fiume: esistono solo i campi, la mia casa, la mia ex-camera da letto. Se non vuoi parlare con gli umani, vai a Pancarana: l’unico momento di coralità con gli abitanti è quando succedono disastri. Il fiume esonda, e lì altro che problemi di socialità, altro che droga polizia manifestazioni conflitti musicali, lì si rischia di perdere la casa. E ci sono dei ragni enormi, che quando lo dico nessuno ci crede: solo Damiano ne ha visto uno, una volta.

    …per la propria esigenza, ci sono dei soggetti che possono dormire…
    …nel manuale ce ne sono…
    …da, da dirci, da raccontarci…
    …uno nove nove sette, l’hip-hop con le tette, non…
    …la tua mente è già in mio controllo, accendo il motore, lo sai…
    …smazzo di assorbenti…
    …sono pronto per il decollo, ti condurrò…
    …qualcuno ti lancerebbe una pizza rovente in faccia per ogni tua risposta esatta…

    Milano è la città dove sono nato, e alla quale non appartengo per niente, nemmeno nelle frequenti volte in cui torno in questo luogo spoglio ed impassibile, nel quale anche la pretenziosità perde il suo significato. Dietro ogni edificio ci sono dubbi sul perché sia stato progettato, oppure i furbi che inseriscono costruzioni sottili in spazi febbrili per rendersi invisibili. Dietro mille iniziative tutte uguali si possono vedere i vuoti cosmici degli abitanti imperterriti nel tentativo di dimostrare che esistono degli ideali, nei tentativi di risultare propositivi, per poi fallire coscientemente davanti alla potenza dei vuoti spinti caratteristici degli ambienti pieni di propositi avveniristici. Ci sono tuttavia molte persone che sanno quale sia lo spirito di questa città, e che lo interpretano con la sufficienza, con la sbarrata emozionalità. Per questo vado a Milano quando voglio ristabilire la mia tranquilla freddezza, la mia voglia di niente: Milano è un interessante punto di partenza, pieno di cose non iniziate ed extracomunitari global disillusi.

    Tortona è uguale a Voghera, solo che la gente è un tantinello più sgamata, e c’è una pasticceria che fa degli ottimi baci di dama. In più c’è Fabio, un ragazzo che conosciamo, il quale involontariamente, incoscientemente, è sempre riuscito a influenzare in modo consistente la vita della gente intorno a lui. Non è proprio carismatico, è che ti viene automatico dargli retta.

    Bologna mi piace solo perché c’è un sacco di gente con cui litigare e tante costruzioni da osservare. Odio la multi-identità che questa città si porta dietro, odio la sua tradizione di libertà conservante, odio la gente non autoctona — cioè la maggior parte. Vedo flussi di gente come fiotti di sangue da ogni parte: risalgo la corrente per capire da dove parte questo flusso umano che mi coinvolge come un davanzale in marmo. Mi adatto nella misura in cui mi permetto di andare in giro e osservare come animali questi esemplari di umani, studentesse fuori sede ed universitari inconsciamente ipocriti in cerca di prede e di un passato da raccontare. E poi la ritualità di questo luogo influenza solo colui che ci crede, colui che non vede la data di scadenza sul ricambio generazionale, rischiando di trovarsi in una città, in un locale pieno di gente di passaggio, facendo finta di non stare invecchiando. Solo i veri duri possono abitare a Bologna, sfruttando la corrente del divertimento alternativo con il giusto peso negli occhi. Una città non può essere solo università, slogan, ebbrezza e ragazze. Guardate meglio!

    A Montelupo c’è una casa che a volte diventa grande come un paese.

    A Riccione ci sono un sacco di cose interessanti, ma noi ci andiamo solo per beccare Damiano, il quale non è interessante e cita i miei scritti per canzonarmi. Ti ho fregato, Damiano!

    …Cesano Maderno…

    Considerare la città di Nettuno un luogo balneare è banale. Conosciamo i suoi abitanti più interi che si destreggiano fra ambienti sociali diversi, piani regolatori abusivi disconnessi, organizzazione di crimini più o meno densi, organizzazione di eventi, gente dinamica piena di iniziative, molte delle quali dannose per le altre persone, ma va bene! Tutti si conoscono: è difficile farsi i cazzi propri, o mantenere nascosto qualche affare losco. Quelli che ci riescono sono anche quelli che si salvano dalle calamità sociali che accadono in posti come questo, dove la gente si ritrova all’aperto, senza necessario bisogno di un luogo d’incontro ufficiale o di un locale dove marcire. Puoi uscire a qualsiasi ora per comprare da mangiare: si tratta di gente primordiale, che non oserebbe mai negare il diritto a nutrirsi. Ambienti in cui sembra quasi illecito non essere maschilisti, dove però ci sono molti individui partecipi pronti a capirti anche se sono evidenti dei gap socio-culturali. Nettuno è più cosmopolita di Roma, e meno pulita di Genova, e ci abiterei fisso.

    Alla fine, finisco sempre in queste città vuote, tutte uguali: chissà come mai. Abito ad Alessandria, dove manca una vera e propria forza d’identità, che però è presente e si sente nei piccoli paesi del territorio circostante. In circostanze difensive antiche, le campagne, le colline decidettero di costruire un luogo nuovo dove trasferire e accentrare il commercio e il potere territoriale: per questo è ancora vivo l’orgoglio proprio di ogni piccolo paesino, per questo a prima vista puoi definire rozzo ogni abitante alessandrino. La campagna vince: lo puoi evincere anche dall’urbanistica improbabile, da qualche confluenza stradale difficile, dalla tolleranza del vigile, dall’abitudine degli abitanti a trattare le persone dalle mani giganti che lavorano nei campi. Piazze grandi, le iniziative culturali sono pressoché insignificanti, anzi, decisamente sottostanti alle considerevoli sagre di paese. Tutto questo conferisce alla popolazione una curiosa tolleranza per chi arriva in Alessandria. Tanto è un ricettacolo, una macedonia di personaggi sconvenienti a loro modi tutti diversi. Ecco perché si chiama Alessandria: perché ricorda la gloriosa città ellenica piena di influenze culturali differenti! Che cazzata. Studio il territorio: geografia storica, geografia personica. Sono una persona vuota: per questo mi riempio della vita degli altri, in modo da essere tutti. Se eliminassi gli abitanti di una qualsiasi città potrei rimpiazzarli tutti da solo. Ho bisogno di spazio, e non chiedermi di dove sono, perché vuoi solo risposte brevi.


    6 thoughts on “Le città

    1. AST,
      una lezione urbana.
      Non conoscevo grazie mille.

      Saluti,
      Salvatore D’Agostino

      PS: sicuramente è una risposta a qualche lezione di urbanistica accademica ascoltata ai tempi dell’università.

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