Sul numero 58 di ICON compare una lista di "giovani architetti" degna di nota per una serie di motivi:
- i progettisti sono giovani per davvero, massimo 40 anni, uno solo di 33, e non come nelle liste italiane che, con cadenza mensile, ci propinano varie riviste o organizzazioni di mutuo soccorso più o meno interessate (togliete pure il "meno") sfoggiando giovanissimi sessantenni;
- non tutti quelli presentati costruiscono, ad alcuni è riconosciuta piuttosto la capacità di essere teorici o strateghi della comunicazione;
- sono tutti piuttosto omogenei, frutto delle migliori scuole olandesi, inglesi e statunitensi, oscillanti tra un non troppo imbarazzante glamour e un minimalismo ascetico ma poco zen;
- nel loro curriculum ci sono molti concorsi vinti e realizzati;
- sono bellini, rassicuranti e per niente controcorrente, un po' come le pubblicità su MTV che solo per il fatto che hanno una grafica più electro-pop ti fanno sentire alternativo mentre come consumatore ti comporti esattamente come una casalinga lobotomizzata;
- sono cosmopoliti come il web ci vuole: 3 americani, 3 inglesi, 2 giapponesi, 2 cinesi, 2 francesi, 2 danesi, 1 cileno, 1 indiano, 1 spagnolo, 1 tedesco, 1 olandese, 1 austriaco.
Detto questo, sorge spontanea una domanda: ma gli italiani che fine hanno fatto? Come giovani architetti siamo in grado di affrontare il palcoscenico mondiale con inventiva, provocatorietà e capacità di innovare o siamo ormai ridotti alla sopravvivenza quotidiana della cura dell'orticello che, lungi dall'avere valenza estetica o botanica, è un vero e proprio orto autarchico di bellica memoria?

on 5 May, 2008, 8:38 am
comunque ricordo una biennale di architettura di venezia in cui il padiglione italia era dedicato ai "giovani architetti italiani". anche allora l'obiezione è stata che più di tanto giovani non erano, anzi, erano tutti tra i 40 e i 50.
è ancora presto stamattina, e sto aspettando che a. scenda per andare a prendere il caffè. nel pensiero digiuno mi frullano due banalissime spiegazioni: 1) che l'avanzata età per poter far carriera sia un problema (o risorsa, chissà) caratteristico del nostro paese; 2) che sempre nel nostro paese si realizza poca architettura, quantomeno contemporanea, quindi andare in cerca di pubblicare giovanissimi architetti trentenni quando c'è già un mare di vecchioni che ancora aspettano il loro turno pur avendo teorizzato e prodotto da una vita...
il vantaggio è che buona parte di quei poveri trentenni cosmopoliti di cui sopra, finirà per soffrire del complesso della promessa mancata, di aver già avuto il momento d'oro, cose così... invece noi, anche se l'età avanza, non abbiamo nostalgie e possiamo sempre sperare di diventare famosi in un qualche futuro, anche a settantanni.
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