Architetti al cinema: Un amore da vicino



Ancora un architetto in un film. Vista la quantità rispetto ad altre libere professioni (avvocati, commercialisti, dentisti, geometri) inizio a supporre che ci sia una precisa strategia commerciale. Siccome siamo tanti, allora un personaggio architetto facilmente becca un target più ampio. È un'ipotesi ma altrimenti non saprei come spiegare questo numero imbarazzante di architetti nei film.
A proposito "imbarazzante" è l'unico termine che mi viene in mente in merito al film in questione: Un amore da vicino, traduzione "a cazzo di cane" di The Neighbor.
Il film è una cagatona coi fiocchi. Vorrebbe essere una commedia romantica alla Harry ti presento Sally o C'è post@ per te, solo che… togliete i dialoghi frizzanti, le battute fulminanti, i personaggi bizzarri, schizzati, nevrotici ma per questo tanto simpatici, qualsiasi episodio che possa rendere anche lontanamente interessante la storia e avrete il film in questione.
Come sempre ci sono due tipi che prima si odiano e poi si amano (molto originale vero? ): lei è una certa Michèle Laroque, che vanta anche un certo curriculum cinematografico, ma qui è quella che definirei una perfetta "patanallessa" (trad. patata lessa).
Immagino che sia la moglie di un qualche ricchissimo produttore oppure che avesse dei soldi da parte da investire in un film americano. Fatto sta che è accattivante e simpatica quanto una borsa dell'acqua-calda fredda.
Lui, l'architetto, è interpretato da Matthew Modine. Se vi stavate chiedendo che fine avesse fatto Matthew, dopo quel capolavoro di Full Metal Jacket ma soprattutto dopo quella pietra miliare di Crazy for You, sappiate che ha fatto una pessima fine, cioè si è messo a recitare in film "cagatone".
Il nostro architetto è, ovviamente, uno spirito libero, impulsivo, artista, amante della pittura astratta (che ama praticare in mutande dopo aver fatto 50 km di jogging selvaggio e aver sudato come una fontana), capace di rifiutare clienti che non capiscano la sua arte (ehi voi, venite qui, vi faccio lo sconto del 20% su qualsiasi preventivo vi abbia fatto 'sto scemo…), con uno studio molto bohémien con foto in b/w di Casa Kaufmann alle pareti, un tecnigrafo su cui non disegna ma su cui piazza un plastico su cui gioca agli indiani coi pupazzetti.
In questo studio non c'è un computer, nemmeno una stampante, incredibile anche mia nonna ha lo scanner figurati una stampantina a getto d'inchiostro, ma lui no! lui è puro, come la sua architettura.
Quando poi va dal cliente mica porta dei disegni, noooo,  lui se ne va in giro con un plastico che sembra un presepe smontato dopo la befana, plastico che poi butta all'aria dopo aver scoperto che il cliente misterioso era proprio la sua odiata/amata. (hops, ho raccontato un episodio della trama, sono contento, il film fa così cagare che se lo merita).
In tutto il film, poi, il nostro architetto dovrebbe sprizzare erotismo da tutti i pori ma non ci riesce proprio anche perché Modine con il passare dell'età ha subito quello che succede a molti americani di pelle chiara, cioè il colorito è diventato fucsia con sfumature gialle, e gli sceneggiatori (in galera dovrebbero mandarli, in galera), per risollevare l'interesse del pubblico nei confronti dell'attore ormai frollato, non trovano altro sistema che farlo stare per tre quarti del film in boxer extra-large a righe rosso-blu, che notoriamente non sono il massimo dell'erotismo, soprattutto se dai suddetti boxer spuntano delle esili gambette pelose.
Morale della favola, come categoria di architetti usciamo abbastanza bene dal film, come spettatori usciamo furenti dal cinema.


Nell'immagine si nota il tipo di carngione del Modine e, vi assicuro, che possa crollare la casa sulla sulla cascata se mento, non è un effetto di photoshop.




Orphan



L’ennesimo architetto in un film. Dopo il buffo e romantico architetto di 500 giorni insieme ecco un altro personaggio che fa l’architetto.
Il film è tutt'altro genere dal precedente. Dalla noiosa e intimistica commedia romantica passiamo al thriller con venature horror. Ci mancava tra i generi ma vista l’onnipresenza degli architetti sulle scene prima o poi doveva arrivare.
Il film in questione è Orphan, film “de paura” in piena regola, molto classico nel suo impianto, niente novità, le solite cose viste e riviste. Certo, se c’è un film da cui ci si aspetta delle certezze è proprio l’horror. Il pubblico è affezionato ai meccanismi ben oliati e se manca qualcosa degli ingredienti classici è una vera delusione. E questo film non lascia delusi. Il regista ha fatto bene i compiti e non si è fatto sfuggire nulla.
Una ipotetica riunione con gli sceneggiatori si dovrebbe essere svolta così:
scena con coltello? c’è
scena con martello? c’è
scena con pistola? c’è
scena con fiamme? c’è
scena con lago ghiacciato? c’è
scena con lei che si aggira al buio e illumina le stanze con torcia elettrica? c’è
scena con ripresa dalle spalle che poi si gira, non c’è nessuno e quando tira un sospiro di sollievo compare l’assassino? c’è.

Come potete capire è un film che si basa solo sulla suspance e per questo motivo la storia è assolutamente ininfluente, tanto più che la mente perversa dell’assassina si rivela dopo i primi 15 minuti di film e tutto il resto del tempo è impiegato dai poveri allocchi/vittime ad accorgersi dei guai in cui si trovano.
Che poi non è che ci voglia molto e i personaggi “buoni” non è che abbiano il prosciutto sugli occhi, semplicemente devono far finta di niente di fronte efferati e lampanti esempi di psicosi omicida pur di permettere al regista di riempire i restanti 115 minuti. Efferati perchè la cattiva in questione è una tipetta che fa sembrare Patrick Bateman di American Psicho un innocente boyscout, a suo confronto Jason di Venerdì 13 è un chirichetto appena uscito da catechismo, Jack Torrance nelle fasi estreme di Shining se paragonato a lei sembra un equilibrato venditore di polizze assicurative.
Ma veniamo al nostro architetto. Si chiama Max ed è il padre adottivo dell’Orfana del titolo. Ammettiamolo: nel film non è propriamente sveglissimo e ha uno sguardo che sembra di uno che ha abusato di cannoni in gioventù o si è appena svegliato da un sonnellino comatoso di un paio di anni però, udite udite, ha una casa fichissima. È una villa immersa in un bosco innevato e potrebbe essere una reinterpretazione postdecostruttivista della classica casa in legno americana. Per la precisione siamo in Canada, per cui il riferimento più immediato che mi viene in mente è alle architetture del gruppo Patkau, quelle architetture tutte di legno con degli assurdi e complicatissimi dettagli che fanno sembrare le case delle barche a vela. Bello il soggiorno openspace con camino minimalista e scala, ovviamente in legno, che scende nel mezzo e separa la libreria a tutta altezza dalla zona cucina. Bella anche la camera dal letto con boiserie in legno, testata imbottita, bagno en suite con lavello realizzato in opera in cemento grigio. Insomma una vera mecca per gli arredatori d’interni. Per non parlare dei vari pezzi di design sparsi in giro, tra cui una sedia a dondolo degli Eames messa lì in un angolo. (Per chi se lo chiedesse la casa in questione non esiste ed è stata realizzata in cartone dallo scenografo Tom Meyer al quale si deve rendere il merito di aver saputo sfogliare con attenzione "Case da abitare" per cogliere appieno le nevrosi stilistiche di noi architetti).
Ma la vera chicca è lo studio, perché il nostro architetto ha lo studio in casa. Lo vediamo in alcune scene mentre disegna su quello che per un feticista dello Zuckor equivale a un orgasmo multiplo: un tecnigrafo col piano di cristallo! Io uno così non l’ho mai visto e anche se ero un amante del semplice ed economico paralleligrafo, a vederlo sono rimasto piacevolmente turbato.

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Capite bene che questo architetto, prestante, con una bella famiglia, ma soprattutto con una casa sciccosissima, arredata che è una meraviglia, proprietario di una tale tecnigrafo e, dimenticavo, anche con una casa sugli alberi per i figli che sembra uscita dalla penna di Lebbeus Woods, beh alla fine si merita la fine che fa (per inciso: sventrato e lasciato a sanguinare sul parquet del soggiorno) perché se pure poteva sfuggire alla furia omicida dell’orfana psicopatica di certo non poteva evitare gli effetti nefasti dell’invidia di categoria.


500 giorni insieme



Partiamo dal titolo. Quello originale è 500 days of Summer dove Summer è anche il nome della protagonista. Quindi in italiano sarebbe dovuto essere 500 giorni d’Estate, che sarebbe suonato anche bene. Sennonché chiamare una Estate non dev’essere piaciuto ai traduttori che hanno pensato bene di chiamarla Sole (nei cervelli-base è chiaro che estate=sole), pertanto il film sarebbe stato logico chiamarlo 500 giorni di Sole, che mi va anche bene, ma no, i nostri hanno deciso di chiamarlo 500 giorni insieme.
Capite bene che le cose già iniziano male, ma sappiate che in seguito vanno anche peggio.
Passiamo alla storia: due si mettono insieme ma non funziona. Che per due ore di film o ti chiami Lelouch (e anche per quello ce ne vuole di fegato... ) oppure è chiaro che sarà una noia mortale vista la pochezza e insipienza del plot narrativo e la bidimensionalità dei personaggi narrati.
Tra l’altro il film è intervallato da siparietti col numeretto che avanza e ci informa a quale fase della tortura film ci troviamo ed è questo il motivo per cui quando si è arrivati finalmente al numero 500 ho inscenato una macarena di esultanza.
Il film si apre con una voce narrante (immagino dio o babbo natale) che afferma perentorio che questa non è una storia d’amore. Infatti è l’equivalente di una botta nelle palle. Anzi, no, mi correggo, non è un dolore lancinante e improvviso quanto piuttosto una sofferenza lenta e dilatata, tipo un ascesso purulento allo stadio più maturo, un salasso fatto con delle sanguisughe sadiche o un’unghia incarnita. Questo per far capire l’effetto che mi ha fatto il film.
Veniamo ai personaggi. Lei è la classica ragazza avvenente ma non troppo, un po’ lunatica ma fondamentalmente istintiva e piena di “gioia di vivere”. Tradotto in termini meno holliwoodiani: una “stronza”.
Lui invece è ingenuo, innocente, buffo e creativo, in pratica un “addormito”.
I due si incontrano, si innamorano e poi... non ve lo racconto magari vi piacciano le unghie incarnite. Fatto sta che le cose però non funzionano benissimo e qui che si capisce la fasullità del film perchè è chiaro che nella vita reale quando una “stronza” incontra un “addormito” è amore eterno. Anzi dirò di più: è simbiosi perfetta, basta osservare gli esempi che normalmente ci circondano per capirlo. Nel film ovviamente le cose vanno diversamente e per arrivare all’epilogo dobbiamo sopportare 15 sanguisughe sadiche sulla schiena.
Torniamo all’addormito perchè è il nostro architetto. Ora, come si fa a rendere in un film il perfetto “giovane architetto sfigato di marca indie”?
1. vestitelo 365 giorni l’anno con camicia, cravatta, gilet triste (che mio nonno ne aveva di più vivaci e alla moda) e tracolla.
2. fategli dichiarare dopo 3 secondi che lui dopo la laurea in architettura per guadagnarsi da vivere ha deciso di lasciare l’architettura e di entrare nel mondo dei cartoncini d’auguri. La cosa è poi sottolineata più tardi quando afferma: “Ho deciso che invece di dedicarmi alla costruzione di architetture, che sono quanto di più effimero, potevo fare qualcosa di più duraturo come  scrivere frasi per biglietti d’auguri, che è una cosa che dura in eterno”. Qui lo sceneggiatore vorrebbe dare alle parole del protagonista un tono ironico ma noi tutti sappiamo che queste sono le uniche parole sensate pronunciate in tutto il film.
3. inserite ogni tanto immagini di frontoni e facciate.
4. fate dichiarare al suddetto di preferire le architetture anni ‘20 di Los Angeles (Gehry avrebbe contestualizzato troppo questa storia d’amore stereotipata e avvincente come il tg1 delle 13.30)
5. sistematelo su una panchina a vedere un panorama urbano caratterizzato dalle precedenti architetture degli anni ‘20;
6. fategli fare uno schizzo del suddetto panorama sull’avambraccio della “stronza”.
7. dietro il letto dell’”addormito” mettete una parete effetto lavagna sui cui il nostro eroe disegnerà un fantastico panorama della città e poi cancellerà i nomi degli studi di architettura in cui proverà a cercare lavoro (ma qui vi sto già svelando troppo e poi, chi è il deficiente che mette una lavagna dietro il letto che poi la notte ti respiri la polvere di gesso)
8. mettetegli in mano una moleskine di quelle con la rilegatura sul lato corto su cui ogni tanto schizzerà disegni dell’amata (ah ah, è vero nell’immaginario collettivo l’architetto disegna sulle moleskine, che ridere, mica passa le ore davanti al computer a disegnare polilinee)
9. fatelo passeggiare mano nella mano con la sua amata fra i corridoi dell’Ikea.

Bisogna dire che alla fine l’addormito si riscatta dalla sua condizione di “cartolinatore di auguri” e passa alla versione “architetto che crede in se stesso”, cioè una specie di yuppie anni ‘90 con cartella dei disegni al seguito e io lo preferivo prima.

Per il resto il film semplifica all’inverosimile il rapporto uomo/donna, in pratica cancella con un deciso tratto di penna esistenzialismo, postmodernismo, ricerca e costruzione del sè, ma anche il libero arbitrio, insomma tutto ciò che rende vivibile e interessante il periodo in cui stiamo vivendo e riporta tutto a una versione infantile della vita che non è quella delle fiabe di Andersen (chè la Sirenetta ha troppi livelli semantici per il pubblico cinematografico) ma direi a quella dei teletabbies.




Architetti al cinema: I Love You, Man

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Ogni tanto, mentre vediamo un film spunta fuori l'architetto di turno.
Questa volta l'architetto spunta all'improvviso nella commedia I love you man, commedia definita sulla locandina come "One of the funniest comedy of  the decade". Cazzate. Non fatevi ingannare, non fatevi portare a vedere uno dei film più noiosi, inconcludenti e pieni di luoghi comuni non dell'ultima decade, non del secolo, direi almeno del millennio.
La storia: il protagonista, il nome non lo voglio ricordare, sto cercando di rimuovere, è un tipo bello (ma non bello e maledetto, direi bello e rassicurante come un paio di mutande comode con l'elastico un po' floscio, per intenderci) sensibile, intelligente, perfetto, premuroso verso la propria ragazza che adora (ovviamente è fantascienza, ma essendo il target il pubblico femminile, loro non se ne accorgeranno nemmeno se avesse un incarnato violaceo e parlasse klingoniano) ma ha un problema: no, non è gay, altrimenti staremmo vedendo In & out, ma ha un blocco psicologico gravissimo per la mentalità femminile, ovvero non ha un amico del cuore. Cioè non ha un amichetto dei giochi, un compagnuccio di merende.
Badate bene, il protagonista vive benissimo la sua vita ma per quella martellatrice di maroni della ragazza è troppo strano che non abbia un amico del cuore che gli faccia da testimone il giorno delle nozze. Così lui, da perfetto zerbino, si da da fare a cercarne uno, tipo annunci su internet, e dopo vari tentativi ne trova uno col quale entra in sintonia perfetta (e qui è chiaro che uno sceneggiatore sano di mente lo avrebbe fatto subito trasferire dall'amico lasciando quella ioja della fidanzata a tappare i fine settimana di pioggia) ma poi, come nella peggiore delle commedie romantiche, litigano, ci sono incomprensioni, delusioni e alla fine, a 30 secondi dai titoli di coda, si riappacificano. Il tutto tra battute e dialoghi che non hanno il ben chè minimo rispetto per l'intelligenza degli spettatori.
In questa commedia, così "sofisticata e per niente stereotipata" solo perché affronta il tema sommerso dell'amicizia maschile (tradotto: quello che le donne si immaginano debba essere l'amicizia maschile, cioè muoversi come epilettici che cercano di suonare una chitarra invisibile, parlare di masturbazione e vomitare birra come geiser) "stranamente" l'architetto è il gay aspirante amico n. 2.

Image Nella foto, l'architetto non è quello di spalle.


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