Il futuro architetto Timoty Young

"Non pensavamo di lasciarlo a scuola per altri due anni," disse suo padre. "Poichè si è messo in testa di fare il disegnatore, potrebbe affrontare il tirocinio prima possibile."
"Il disegnatore?" Fratello Augustine sollevò le sopracciglia. "Credo che vostro figlio possa aspirare a qualcosa di migliore. Vorrei organizzare una buona sesta classe, qui al Saint Michael's, che prepari gli allievi per l'università. Tim è uno dei ragazzi su cui contavo. Che ne pensi Tim?"
"Non lo so." rispose l'interpellato, con sincerità. Non sapeva nulla delle università, eccetto la disputa di una gara di canottaggio tra Oxford e Cambridge.
"E tutto questo, ehm, costerebbe molto?" chiese suo padre.
"Non credo, signor Young. Forse non le costerebbe addirittura niente. L'istruzione universitaria è gratuita, ora, e le sovvenzioni per il mantenimento sono abbastanza generose. È comunque difficile beneficiarne."
"Secondo, me è una buona idea," intervenne la madre.
Il marito, invece, volle sapere che cosa comportava quella scelta. "Pensavamo che l'attività di disegnatore fosse un'ottima idea, dato che arte e matematica sono le sue materie preferite. In un certo senso questa professione le unisce. È quanto ha detto suo zio Ted."
"Certo, ma che cosa ne pensate di architettura?"
"Architettura?"
Alla fine concordarono che Timoty sarebbe andato nella sesta classe a settembre, avrebbe preso il diploma l'estate seguente e, nel corso dell'anno successivo, avrebbe deciso che cosa volesse fare. Mentre rientravano a casa in autobus, la parola "architettura" riecheggiava misteriosa, allettante, minacciosa. Fare l'architetto era certamente un'idea piacevole, sebbene presentasse difficoltà e incertezze.

David Lodge, Fuori dal guscio, Bompiani, Milano 1999, p. 56.     

Tempo fa, non so bene in quale occasione precisa, mentre chiacchieravamo tra amici architetti, è saltato fuori l'argomento del perchè avessimo scelto la facoltà di architettura. Io non ho saputo rispondere, non ricordavo proprio.
Strano che una delle poche decisioni che cambiano veramente l'esistenza non avesse lasciato traccia nella mia memoria.
Va bene non ricordarsi più i nomi dei compagni di liceo - eppure ci ho convissuto per ben cinque anni - fa parte dei meccanismi di rimozione automatici, ma rimuovere anche i motivi della scelta della facoltà è sembrato un po' eccessivo anche per uno molto poco esigente in materia di introspezione come me. Inoltre, non ho voluto investigare con i miei genitori, che probabilmente si ricordano, ma ho desistito per non sembrare definitivamente rimbambito.
Poi, leggendo questo passo, mi sono ricordato. Architettura non era la facoltà che in assoluto avrei voluto fare fin da piccolo - anche in questo caso non ricordo assolutamente cosa dicessi di volere fare da piccolo - ma è stata la naturale scelta perchè mi piaceva disegnare, nonostante non fossi particolarmente portato, mi piaceva la storia dell'arte e, soprattutto, non ero ferrato in matematica avendo studiato al liceo classico. Architettura, facendo una somma di questi addendi positivi e negativi, mi era sembrata il risultato più giusto.
Strano, ma penso che nessuno degli architetti che conosco ha mai affermato, fin dalla tenera infanzia, di voler fare l'architetto da grande.
Invece, tutti i veterinari che conosco sì.


L'architetto Augusto Marinetti

Grazie ad Arturo scopriamo questo bel campione di architetto nostrano.
Da Archeologia del presente di Sebastiano Vassalli (Einaudi 2001) ecco a voi l'arch. Augusto Marinetti.

"Finita l'esperienza scolastica, nell'ottobre del 1971 entrai come praticante nello studio dell'architetto Augusto Marinetti: che era stato un protagonista, a ***, di quella «speculazione edilizia» degli anni Cinquanta e Sessanta, a cui avevo dedicato la mia tesi di laurea e che aveva fatto crescere la città in modo caotico, seguendo gli interessi dei privati.
Marinetti [...], comunque, non pensava altro che ai soldi; e me lo disse chiaramente quando mi chiamò per farmi il discorsetto che faceva a tutti i nuovi arrivati. «Noi architetti, - mi disse in quella circostanza, - per lavorare in questo paese dobbiamo andare d'accordo con gli uomini che governano a Roma e con quelli che governano qui; e poi, nei limiti del possibile, dobbiamo andare d'accordo anche con i rappresentanti dell'opposizione. Il nostro unico ideale è il profitto [...]».
Ricordo anche che mi disse: «Forse, all'Università, ti sei fatto chissà quali idee sulla nostra professione. Levatele dalla testa. Non c'è niente di più lontano dall'utopia, e di più vicino ai soldi, del lavoro dell'architetto. I castelli in aria li fanno i poeti, gli scienziati, i professori, gli avvocati, i politici... Tutti, tranne noi! Noi facciamo castelli per terra: palazzi per uso pubblico o per uso privato, condominii, ville, e li facciamo con i soldi dei nostri committenti. La nostra è la professione più concreta che esista, perchè è basata sui soldi».
In quello stesso periodo conobbi Alessandra, la ragazza che sarebbe diventata mia moglie; e dopo poche settimane lasciai la casa dei miei genitori per andare a vivere con lei in un appartamento del centro storico di ***, praticamente privo di mobili. Anche questo fatto contribuì ad allontanarmi dalle smanie rivoluzionarie degli anni in cui ero stato studente. Passavo le giornate davanti al tavolo da disegno, a tirare righe e righe. Ero poverissimo, e i guai degli altri mi interessavano sempre meno, perchè dovevo far fronte ai miei guai personali. (I veri poveri pensano a se stessi. Sono gli altri, i benestanti, che vorrebbero fargli fare la rivoluzione)"



L'architetto Albert Speer



Inserendo la figura di Albert Speer all'interno della sezione Architetti in libreria so di commettere una forzatura. Il brano che riporto di seguito è tratto da Le Benevole di Jonathan Littell, uno dei libri più duri e ossessivi che abbia letto. Il libro narra, in prima persona, le vicende di Max Aue, ufficiale delle SS poi rifugiato in Francia sotto falso nome a vivere come comune imprenditore di una fabbrica di merletti. Max Aue descrive l'"architetto Speer" quando è già diventato "ministro agli armamenti e alla produzione bellica", un ruolo decisivo all'interno del Reich e della sua politica belligerante successiva al '42.
La cosa che colpisce in Speer, più volte sottolineata nel libro, è la sua straordinaria efficienza di manager, efficienza che già aveva dimostrato come architetto di regime e che poi, dopo l'improvvisa e misteriosa morte di Fritz Todt, gli valse la nomina di Ministro del Reich senza che, in precedenza, avesse mai avuto esperienze nel campo della produzione industriale. Un "architetto" efficiente, con grandi capacità organizzative, amorale, pronto a reclutare nelle proprie industrie prigionieri-schiavi pur di raggiungere gli obiettivi di produzione.

"Il Reichminister Speer arrivò un po’ in ritardo.


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L'architetto Hal Durbeyfield

«Hal, famoso architetto, si sveglia senza ricordare i suoi ultimi quindici anni. Improvvisamente sdoppiato, spettatore della sia propria condizione, si trova a dover riconoscere che ha dimenticato il passato recente e che è costretto a vivere in una casa che lui stesso aveva progettato secondo i dettami di un'audace teoria architettonica, singolare e stravagante. Ricorre quindi a uno psichiatra. "Sapere chi sono implica scoprire perchè ho progettato questa Casa". Si tratta di comprendere l'abitante della Casa a partire dal suo architetto.»

Enrique Vila-Matas, Una casa come un cervello, in "Abitare" n. 489, febbraio 2009, p. 53. Nel racconto Vila-Matas si riferisce al libro Casa  di Enrique Prochazka (Lluvia Editores, Lima 2004) Il racconto lo potete leggere per intero anche qui.


Nana, la bellissima studentessa di architettura

"Vorrei tornare un momento indietro. Vorrei tornare indietro a Nana da sola. Nana era nel caffè dell'Architectural Association in Bedford Square. A quel tempo avevo già incontrato Moshe ma non lo aveva ancora baciato. Dunque era ancora in procinto di innamorarsi. Tuttavia, anche se era ancora in procinto di innamorarsi di lui, Nana non sta pensando a Moshe. Non stava rimuginando, come un'eroina romantica, sulla natura dell'amore. Stava pensando all'architetto Mies Van Der Rhoe. Immagino che la cosa possa sorprendervi. Invece non dovete sorprendervi. C'era una ragione plausibile per il fatto che Nana stesse pensando a un architetto invece che a Moshe. Nana era iscritta al corso annuale di Storia di Teoria alla Scuola di Architettura dell'Architectural Association. Stava facendo il master. Mies Van Der Rhoe era l'argomento della sua tesi. Nana era una ragazza tranquilla, questo lo sapete. Voleva fare carriera accademica. Voleva diventare una storica dell'architettura. Mies Van Der Rhoe è l'architetto d'avanguardia che nel 1921 inventò il grattacielo di vetro. Era un rivoluzionario. Apparteneva al movimento del Bauhaus. Il movimento de Bauhaus era impegnato in un rinnovamento del design e dello stile ispirato alle istanze di una nuova democrazia socialista. Disprezzava tutti gli orpelli. Nel 1930 Mies Van Der Rhoe fu l'ultimo direttore del Bauhaus. Mies bandì ogni attività politica di qualsiasi tipo. Nel 1933 il Bauhaus fu sciolto dal neoeletto governo nazista. nel 1937 Mies partì per l'America. Questo è un saggio sull'architettura rivoluzionaria. L'architettura è spesso rivoluzionaria, ed è un fatto che mi piace. Mi piace il Bauhaus. Ma non è in questa sede che mi interessa il Bauhaus. Qui mi interessa Nana. [...] La tesi del master di Nana era sull'accoglienza critica che Mies Van Der Rhoe aveva ricevuto in America. A lei non piaceva chi lo idealizzava. Nana lo adorava, non c'è dubbio, ma era anche una ragazza che teneva alla precisione. Innanzitutto lei non vedeva alcun passaggio naturale e ispirato a teorie democratiche che portasse dai rivoluzionari progetti di case berlinesi di Mies ai suoi grattaceli americani. Il legame era estetico. Non politico. Secondariamente, era in disaccordo con lo stesso Mies quando questi si mostrava politico."


Adam Thirlwell, POLITICS, Guanda, Le Fenici tascabili, Milano 2005.





L'architetto dai baffi a spazzola


“A quel punto l'architetto propose di accompagnarli alla moschea si Süleymaniye. Avrebbe fatto vedere loro qualcosa di ancora più notevole, disse, di ciò che avevano visto in quell'«Inferno dei Manichini». La moschea, che risaliva a quattro secoli prima, stava spostandosi a poco a poco! [...] Una volta giunti a destinazione (il viaggio fu piuttosto lungo), l'architetto spiegò loro i fatti. Conosceva molto bene i cunicoli sotto l'edificio, avendo lavorato ai restauri e alle riparazioni, ed era anche in buoni rapporti con l'imam, che ben volentieri avrebbe aperto loro le porte in cambio di una mancia. [...]
L'architetto si mise a trafficare senza successo con il lucchetto della porta metallica sistemata un un angolo del portico. Intanto continuava a spiegare come la moschea, a causa del proprio peso e di quello dell'altura su cui è costruita, stesse scivolando da secoli verso il Corno d'Oro, al ritmo di circa cinque o dieci centimetri all'anno. In realtà a quel punto avrebbe ormai dovuto essere arrivata all'acqua, ma il suo spostamento era frenato dai muri di pietra, «il cui segreto deve ancora essere scoperto», che ne circondano le fondamenta, oltre che da «un sistema di fognature cosi complesso e sofisticato da essere tuttora insuperato», dal «marcapiano calibrato con assoluta perfezione» e infine da un «sistema di gallerie e cunicoli» scavati quattrocento anni prima. [...] - È un segreto che l'Occidente non è riuscito a scoprire, - disse l'architetto, con l'entusiasmo di un ubriaco, e si infilò nel corridoio insieme a lei.”

Orhan Pamuk, Il libro nero, Einaudi, Torino 2007, pp. 216-218.


L'architettto Ponthard-Delmaire

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa segnalazione di "Architetti in libreria" fatta da Cosimo Distante e tratta da La fata carabina di Daniel Pennac.

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"[...]Apparte questo, il quartiere è sempre uguale, cioè mutevole. Sta diventando bello pulito, sta diventando levigato, sta diventando caro. Gli edifici rimasti della vecchia Belleville sembrano denti spezzati in una dentiera Hollywoodiana. Belleville è in divenire.

Succede che il sottoscritto, Benjamin Malaussen, conosca la grande mente di questo divenire di Belleville. E' un architetto. Si chiama Ponthard-Delmaire e abita in una casa tutta vetro e legno, immersa nel verde, lassù in rue de le Mare. Un angolo di paradiso per atelier della Madonna. E' un archicelebre, il Ponthard-Delmaire. Gli dobbiamo, tra le altre cose, la ricostruzione di Brest (architettonicamente parlando la Berlino Est francese). Presto pubblicherà dove lavoro io (alle Edizioni il Taglione) una grossa opera sui suoi progetti parigini: quel genere di megabook, con carta patinata, foto a colori, piantina apribile e via dicendo. Con belle frasi da architetti, di quelle che prendono il volo come astrazioni liriche per poi ricadere come blocchi di cemento. La Regina Zabo mi ha mandato a prendere il suo manoscritto: per questo ho avuto l'onore di essere ricevuto da Ponthard-Delmaire, l'affossatore di Belleville. [...]"

p.s. libro di tutto rispetto e con finale a sorpresa dove l'architetto si ripresenta al lettore...
ti allego una immagine di Belleville (quartiere di Parigi dove è ambientato il libro) e una foto di come ho immaginato io l'architetto Ponthard-Delmaire.




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L'architetto Anthony Royal #2

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“Nonostante l'acuto interesse che provava per i comportamenti dei suoi vicini gli riusciva difficile non guardarli dall'alto in basso. I cinque anni di matrimonio con Anne gli avevano fornito una nuova serie di pregiudizi. Di malavoglia, riconosceva di disprezzare i suoi compagni di residenza per come si adattavano volentieri ai posti assegnati loro nel condominio, per il loro ipertrofico senso di responsabilità, per la mancanza in loro di ogni fioritura colorata.


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L'architetto Anthony Royal

“Mentre meditava su queste cose, notò una silhouette familiare con i capelli chiari e la sahariana bianca. Era nell'attico sul lato nord-est del tetto, con una mano posata sul macchinario da ginnastica ritmica. Ai piedi di Royal c'era il pastore tedesco con il suo mantello artico, senza dubbio il più bel cane del grattacielo. Senza fare alcun tentativo di celarsi, Anthony Royal fissava su Laing uno sguardo pensoso. Come sempre la sua espressione era un'inquieta miscela dia arroganza e cautela difensiva, come se fosse fin troppo consapevole dei difetti congeniti dell'imponente costruzione che aveva contribuito a progettare, ma fosse determinato a tacitare ogni critica, anche a prezzo di gesti teatrali come il pastore tedesco e la giacca da caccia bianca. Anche se aveva più di cinquant'anni, i capelli biondi lunghi fin sulle spalle lo facevano apparire magicamente giovane, come se l'aria più fresca di quelle grandi altezze lo avesse in qualche modo preservato dal comune processo di invecchiamento. La fronte ossuta, ancora segnata dalle cicatrici dell'incidente, era reclinata da un lato e dava l'impressione che stesse controllando se un esperimento che aveva predisposto fosse finito.”
J. Ballard, Il condominio, Feltrinelli, Bologna 2005, p. 30.


L'architetto Mario Rossi

"Poco dopo le tre del pomeriggio del 22 aprile 1973, un architetto di trentacinque anni di nome Robert Maitland
Poco dopo le tre del pomeriggio del 22 aprile 2003, un neo laureato in architettura di trentacinque anni di nome Mario Rossi
procedeva sulla corsia di sorpasso in uscita dallo svincolo di Westway, Londra centro.
proseguiva a produrre concorsi e progetti, pensando di essere al centro del mondo.
A seicento metri dal nuovo raccordo con l'autostrada M4, quando la sua Jaguar aveva già superato il limite di velocità di 120 kmh, il pneumatico anteriore sinistro scoppiò.
A tre giorni dalla firma del primo incarico - che presumibilmente l'avrebbe proiettato nel mondo della libera professione- , quando aveva già progettato - senza realizzare nulla - 16 milioni di mc e 400 mila mq di coperture vetrate, accadde un fatto non preventivato, e si rese conto del vero significato del termine "professione".
Rimandata dal parapetto di cemento, l'esplosione d'aria sembrò detonare nel cranio di Robert Maitland.
Rimbalzata dai tanti "te l'avevo detto" di amici e colleghi, l'idea di aver sbagliato tutto a partire dalla facoltà a cui si era iscritto da 18enne sembrò detonare nel cranio di Mario Rossi.
Nei pochi secondi precedenti l'urto, lui strinse forte le razze imbizzarrite del volante, intontito per aver battuto la testa contro il montante del finestrino cromato.
Nei pochi minuti precedenti al congedo da parte del cliente, lui strinse forte i frammenti della sua idea progettuale, intontito per aver sbattuto la testa contro un muro di gomma.
L'auto sbandò sulle corsie libere, da un lato all'altro della strada, accompagnata dalle sue mani che sembravano le mani di un burattino.
Allora cercò di mediare tra le sue nobili idee sul come fare architettura e le continue richieste del committente di aumento della superficie commerciale e di balconi per stendere i panni, accompagnando il discorso con gesti delle mani, che sembravano le mani di un burattino.
Il pneumatico si disintegrò, lasciando una scia nera e obliqua sulla segnaletica bianca che seguiva l'ampia curva della banchina autostradale.
Il progetto si disintegrò e il committente capiì che il suo geometra di cantiere avrebbe fatto un progetto meno "artistico" ma più conforme alle sue esigenze.
Ormai incontrollabile, la vettura sfondò i cavalletti di legno che formavano una barriera provvisoria sul ciglio della strada e, abbandonando l'asfalto, si tuffò nella scarpata erbosa per fermarsi trenta metri più in là, contro lo chassis arrugginito di un taxi capovolto.
Ormai incontrollabile, il progetto sfondò i limiti della decenza, quanto mai limite provvisorio in edilizia, e, abbandonate le sue certezze sulla coerenza nel mestiere, precipitò in una professione ortodossa per fermarsi poco più in là, prima del titolo di "speculatore dell'anno"
Uscito quasi incolume da quel dritto terrificante che per poco non gli era costato la vita, Robert Maitland si abbandonò sul volante, con la giacca e i pantaloni disseminati di frammenti di parabrezza che sembravano lustrini del varietà."
Uscito (secondo lui) quasi incolume da questo terrificante cambio di punto di vista che per poco non gli era costato l'iscrizione all'albo, Mario Rossi si abbandonò sul paralleligrafo, con la giacca etrò e i pantaloni armani disseminati di frammenti di terra secca presa in cantiere, che sembravano quasi decorazioni di capi alla moda...
James G. Ballard, L'isola di cemento
Tadao_AST, l'isola(di ce)mento...


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