È difficile scrivere in questi giorni sul blog. Di fronte alle scene terribili che si vedono in tv e sui giornali non so come reagire. Guardo con ammirazione tutte quelle persone che si sono immediatamente attivate per organizzare soccorsi, raccogliere coperte, donare sangue, pubblicare numeri verdi e mail della protezione civile. Io non ci riesco. Sono ancora stordito da quello che è successo e ogni foto che vedo del disastro mi blocca ancora di più. Non è indifferenza, è semplicemente paura.
Non il timore di farsi male, l'angoscia del pericolo, parlo proprio della purissima e classicissima paura. In genere mi accorgo da quale parte del cervello vengono le emozioni: la felicità è un'esplosione diffusa, la rabbia sale dai lati, la paura parte da dentro, solo che questa paura ha aperto una porta sconosciuta che mi sembra stia nel centro esatto del cervello. È la paura della preda, del coniglio per il lupo, del pesce per lo squalo, e se potesse avere una qualche paura un protozoo, sono sicuro che è quella che ho provato. Ed è la stessa che vedo negli sguardi degli altri che, come me, si ritrovano come imbambolati di fronte a qualcosa di inaspettato.
Quando lunedì notte mi sono svegliato di soprassalto, mi sentivo come in un tagadà, quella giostra che ti fa oscillare come in una padella scossa per non far attaccare le patate sul fondo. Solo che è diverso se a oscillare è quello che di solito appare come la cosa più solida che ci sia, la tua casa. Nel pieno del sonno ci siamo messi al riparo (al riparo da che, dal proprio soffitto? ) sotto la porta d'ingresso, pronti alla fuga ma anche per sfruttare la trave portante sovrastante. È dura ragionare in quei momenti, ma qualche brandello di ricordo mi diceva che quello poteva essere il punto più sicuro della casa. Ancorato al muro, ho aspettato che le scosse finissero, e sembravano infinite, e più duravano più aumentava la paura di non farcela. Poi i bicchieri hanno smesso di tintinnare, la lampada sul tavolo del soggiorno piano piano ha smesso di ondeggiare come un turibolo benedicente e abbiamo finalmente sentito da fuori il rumore delle sirene impazzite. Non siamo scesi in strada come molti, sono tornato a dormire e in un quarto d'ora sono ripiombato nel sonno. Solo la mattina dopo mi sono reso conto del disastro, e col passare delle ore la portata di quelle scosse si è rivelata a tutti. Poi è iniziata l'angoscia per gli amici che vivono a L'Aquila, la paura del telefono che non squilla, l'incertezza. Solo dopo un giorno abbiamo ricevuto notizia di A. sana e salva e dopo un giorno ancora M. ci ha fatto sapere di essere scampato per miracolo a un balcone crollato sulla macchina. Ora non hanno più casa, non hanno più niente.
In tutto questo mi sento anche un gran coglione perché quando andavo all'università tra gli esami facoltativi ho preferito fare gli acquerelli a Tecniche della rappresentazione piuttosto che studiare il più impegnativo Costruzioni in zone sismiche.
L'Aquila
8 April, 2009, 12:36 pm
by Rem
in Diario di bordo
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