Tubercolina

A volte sembra di vivere nel passato. Oggi, per esempio, ho scoperto che per fare attività di ricerca nell’università, oltre a possedere tutti i requisiti intellettuali e culturali dell’uopo (in pratica la terza media e un paio di occhiali che fanno “intellettuale”) è fondamentale dimostrare di non avere la tubercolosi. Ma dico, di fronte a morbi ben più a la page come SARS, influenza dei polli e morbo della lingua blu, ancora pensano alla tubercolosi? E poi, mi verrebbe da dire, non mi avete visto? Faccio 40 minuti di corsa al giorno e non mangio fritti dal ’96! Ma si sa, le istituzioni sono un po’ retrograde e questo attaccamento a infezioni ormai datate è quasi un moto nostalgico, un sentimento malinconico rivolto a una società tisica e denutrita distante anni luce dall’attuale società dei centri benessere e del wellness + fitness imperanti.
Così, dopo la regolare trafila nei “cerchioni” danteschi della ASL mi sono recato a fare il test della tubercolina. E lì il salto nel passato è stato completo. La struttura è un reperto archeologico risalente al ventennio e l’unico segnale che siamo nell’era dei bit sono gli avvisi stampati su fogli A4 con l’immancabile e omologante Times New Roman. La sala d’aspetto poi fa stringere il cuore. Ci sono quelle panchine di ferro lunghissime, scomode e così lisce che ho visto signore anzianotte gonna-vestite rimanere tese e rigide con i piedi ben puntati a terra per non rischiare di scivolare e rompersi il femore.
È qui, poi, che inizia la guerra psicologica e le armi sono i cartelli sulle pareti. Uno vorrebbe ignorarli, far finta di niente sapendo che letto uno non puoi più fermarti, ma poi cedi e scopri di essere possibile vittima di BPCDU (non so cosa sia ma pare che sia la prima causa di morte negli Stati uniti) asma bronchiale, Sars, carcinoma ai polmoni e tubercolosi. Ormai psicologicamente distrutto arriva il turno dalla dottoressa. (Per inciso, avete notato come le dottoresse delle asl sembrano sempre delle dame di carità disturbate durante un torneo di canasta) “Prego – mi dice la biondissima e messimpiegata dottoressa - si sieda li e metta il braccio sinistro sul lettino. Sa, abbiamo cambiato metodica ultimamente. Non usiamo l’esame precedente con i quattro puntini, poco attendibile, ora usiamo queste SIRINGHE e INIETTIAMO direttamente il contenuto della fiala SOTTOPELLE”. Queste tre paroline hanno scatenato un leggerissimo panico. Ma come, non si fa così, mi ero preparato psicologicamente a quella specie di innocuo e indolore timbrino, è frode, inganno della pubblica fiducia, truffa del consumatore. Fatto sta che metto in atto la procedura standard di fronte a siringhe: far finta di indifferenza e soprattutto, mai, dico, MAI, guardare l’oggetto appuntito in questione. Per smorzare la tensione inizio a sparare nullità verbali tipo: “Ma non ci sono effetti collaterali, vero? O interazioni pericolose con altri farmaci?” La dottoressa: “Nooo. A meno che lei non faccia uso di cortisone.” Giuro, per un nanosecondo una vocina nella testa mi ha detto “Di di si e scappa via”. Poi però ho sentito (sempre perché secondo procedura gli occhi erano rivolti altrove) scartare il blister della siringa, togliere il tappino di gomma tipo penna biro, il frescolino dell’alcol sull’avambraccio e… e poi ho fissato l’alone bianco sulla parete dietro la testa della dottoressa, un alone quasi mistico nella sua lucentezza, un colore lattescente indefinibile se non con un “bianco asl” fatto di migliaia di passate di vernice lavabile. È stato un attimo e ho sentito qualcosa tipo un graffietto, insomma nulla, eppure, dopo, avrei tanto desiderato che la dottoressa mi avesse detto: “Bravo, ti sei comportato da vero ometto!”.
Tra tre giorni torno per il controllo.


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