Giovani architetti


Sul numero 58 di ICON compare una lista di "giovani architetti" degna di nota per una serie di motivi:
  1. i progettisti sono giovani per davvero, massimo 40 anni, uno solo di 33, e non come nelle liste italiane che, con cadenza mensile, ci propinano varie riviste o organizzazioni di mutuo soccorso più o meno interessate (togliete pure il "meno") sfoggiando giovanissimi sessantenni;
  2. non tutti quelli presentati costruiscono, ad alcuni è riconosciuta piuttosto la capacità di essere teorici o strateghi della comunicazione;
  3. sono tutti piuttosto omogenei, frutto delle migliori scuole olandesi, inglesi e statunitensi, oscillanti tra un non troppo imbarazzante glamour e un minimalismo ascetico ma poco zen;
  4. nel loro curriculum ci sono molti concorsi vinti e realizzati;
  5. sono bellini, rassicuranti e per niente controcorrente, un po' come le pubblicità su MTV che solo per il fatto che hanno una grafica più electro-pop ti fanno sentire alternativo mentre come consumatore ti comporti esattamente come una casalinga lobotomizzata;
  6. sono cosmopoliti come il web ci vuole: 3 americani, 3 inglesi, 2 giapponesi, 2 cinesi, 2 francesi, 2 danesi, 1 cileno, 1 indiano, 1 spagnolo, 1 tedesco, 1 olandese, 1 austriaco.

Detto questo, sorge spontanea una domanda: ma gli italiani che fine hanno fatto? Come giovani architetti siamo in grado di affrontare il palcoscenico mondiale con inventiva, provocatorietà e capacità di innovare o siamo ormai ridotti alla sopravvivenza quotidiana della cura dell'orticello che, lungi dall'avere valenza estetica o botanica, è un vero e proprio orto autarchico di bellica memoria? 



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