La collina verde acido

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Si può amare una collina? Un parcheggio, un’aiola, uno spartitraffico, un filare di alberi, una scritta su un muro, un mattone raccolto dalla strada e poggiato su un muretto, un lampione con attaccata una catena solitaria, un marciapiede sbreccato, un cassonetto mezzo bruciato, una fermata d’autobus su una strada isolata?
A volte tra noi e le cose, senza accorgercene, lentamente, si instaurano delle relazioni amorose. Quel tipo di affetti di cui ti accorgi solo quando all’improvviso mancano. Allora, dapprima senti che c’è qualcosa che non va, avverti uno strano e non identificabile fastidio. Ma non capisci da cosa dipenda. Poi ti rendi conto che è sparito un manifesto, potato un albero, cambiato un lampione.
Questa è la storia della mia relazione con una collina. La mia casa si trova in un curioso crocevia di infrastrutture, un luogo che farebbe la gioia di qualsiasi urbanista dell’ultima generazione per quanto è vicina a praticamente ogni tipo di sistema di trasporto su gomma, ferro e aria. Guardando dalla finestra in anticorodal dorato della cucina, dietro i binari della linea adriatica c’era, l’imperfetto è d’obbligo, una collina. Una di quelle colline che si intravedono verso Francavilla e che sembrano dei funghi estranei al sottobosco pianeggiante che contraddistingue la parte centrale di Pescara.
Ho iniziato ad amare questa collina mattina dopo mattina. Mentre bevevo la mia tazza di latte, con la coda dell’occhio controllavo il colore alterno, a volte più verde, a volte più terra bruciata, del pendio molto ripido, lo stato di salute dei radi alberelli. Cercavo di immaginare cosa ci fosse sulla sommità nascosta dalla fitta macchia di pini. Per anni il suo colore ha funzionato da cartina di tornasole per comprendere il passare di stagioni sempre più incolori. Ormai, non so se avete fatto caso, il cambio delle vetrine è l’unico modo di accorgersi del passaggio da una stagione all’altra. Mentre osservavo la collina pensavo: meno male che sta quasi attaccata ai binari della ferrovia, sennò sicuramente ci costruiscono sopra e addio vista sulla “natura”. E poi è troppo ripida, rischia di franare a ogni acquazzone.
Invece un giorno delle ruspe hanno iniziato ad affettarla, come si fa con una forma di asiago. Prima un lato, poi l’altro, il versante ha assunto un’angolazione più controllabile, più addomesticata. Poi hanno iniziato a d armare metri e metri di pareti in cemento. Poi l’hanno scolpita manco fosse una torta nuziale. L’hanno segnata con uno pseudo percorso con tanto di steccato da parco della Majella, l’hanno completamente spogliata di qualsiasi filo d’erba, arbusto o pianta di ortica. L’hanno avvolta in strati e strati di tessuto color asfalto fermato con rete metallica.
Il colpo di grazia è stato il colore verde. Verde acido. Su una camionetta degli operai in tute bianche sparavano con una specie di cannoncino del colore verde che mimetizzava il poco “bio” colore nero sottostante. Il risultato non è una collina ma il suo stereotipo: non troppo ripida né troppo piatta, perennemente verde, non pericolosa, ottima da guardare dalla finestra di casa ma inospitale per qualsiasi forma di vita.
Una collina ad uso e consumo di abitanti cittadini che “Signora mia, la natura è una cosa meravigliosa ma se poco poco trovo un geco in casa, piuttosto rado al suolo le pareti e le ricostruisco di plastica che è più igienico…”
Oggi quando guardo fuori dalla finestra della cucina vedo degli enormi palazzoni e dietro, quasi a vergognarsi, brandelli di un verde innaturale. È come guardare una donna sbattuta per strada, in calze a rete autoreggenti e trucco pesante. Sfruttata, degradata, svilita per soddisfare l’improrogabile esigenza di seconde-case-uso-investimento di cui questa città ormai sembra fatta.




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