Ritorno a Pescara

Siamo tornati a casa dopo un viaggio travagliato di oltre dieci ore. Passare da una temperatura media di -3 a +15 ci ha provocato uno shock termico non indifferente: alla stazione sembravamo due eschimesi sbarcati in una località dei tropici. A Massimiliano mancavano solo i paraorecchi e l’arpione e a me la slitta con gli husky per esprimere chiaramente tutto il nostro stato di estraneità, interiore ed esteriore, al luogo d’arrivo. Questo è l’effetto di quindici giorni passati a NY.
Più che una ridente cittadina dell’adriatico, Pescara col suo clima equatoriale, l’umidità relativa al 90 %, la leggera foschia data dal calore misto smog, la distesa di costruzioni basse (dopo NY, tutto è “basso”) mi ha fatto venire in mente Beirut.
Sia chiaro, non sono mai stato a Beirut ma l’immagino così: sonnacchiosa, calda, afosa, assediata.
La prima impressione percepita è quella di uniformità: qui tutti sembrano simili, di altezza media, vestiti mediamente, i ragazzi tutti cloni degli stessi modelli televisivi (le ragazze con i capelli lisci, un orecchino di plastica colorata a un lobo, la cintura di strass, i jeans stretti stretti che vanno di moda e non fa niente se ti fanno il sederone; i ragazzi dai capelli irti di gel, dall'innaturale colorito U.V.A, il giubottino col collo di pelliccia, le scarpe argentate e le sopracciglia rigorosamente depilate).
È difficile evitare l’impressione di normalizzazione quando fino a qualche ora prima hai viaggiato in un vagone della metro dove il numero di etnie è pari a quello dei posti a sedere, per non parlare dei posti in piedi. Trovi limitante il fatto di poter scegliere solo tra involtini primavera, kebab e arrosticini quando in un isolato a Greenwich Village ci sono più cucine tipiche che seggi alle nazioni unite.
Forse è per questo che da quando siamo arrivati mi sono rintanato in casa ed evito di guardare fuori dalla finestra. Non riesco ancora a riprendere i ritmi pescaresi, vado a dormire alle quattro di notte e mi sveglio alle undici del mattino. Ora che ci penso, anche prima avevo orari un po’ sballati e questo mi porta a una fatale e illuminante considerazione: non avevo il bioritmo fuori fase, semplicemente è sempre stato sintonizzato su New York e non lo sapevo.




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