Filippo Timi


Domenica sera, dopo ore di zapping selvaggio mi fermo un attimo sulla trasmissione della Dandini. Generalmente la evito, ho un’ingiustificata antipatia per la Banda Osiris e mi sembra che, andando al fondo, la trasmissione faccia solo markette (con la k di Chiambretti): gli ospiti sono sempre registi/cantanti/scrittori ecc. ecc. sempre e invariabilmente prossimi all’uscita dell’ultimo film/CD/libro.
Ma a un certo punto compare sto tipo, un po’ sciatto, deperito e giallognolo da cattiva alimentazione, occhi spiritati e movimenti scordinati. Si chiama Filippo Timi. Scopro si tratta di un famoso e giovane attore di teatro, vera promessa delle scene, che adesso, guarda caso, pubblica un libro. Va bene, penso, ecco la marketta. Andando avanti resto sempre più colpito da quest’uomo che sembra un concentrato di sfiga: balbetta paurosamente, parla un italiano dall’accento umbro, sembra timidissimo, è scordinato, si muove in continuazione e, dulcis in fundo, è quasi cieco. Ed è uno dei migliori attori teatrali nazionali? Sembra incredibile, voglio dire, quest’uomo è riuscito a sommare su di sé tutto quanto può essere considerato opposto alla sua professione ma, nonostante questo, fa l’attore. Resto folgorato da questo interrogativo: come ha fatto a trasformare punti deboli, insicurezze e mancanze in pregi? Ovvero: come si fa a mutare la sfiga in fortuna?
Spinto da questo interrogativo corro in libreria a comprare il libro che, nelle sue premesse, dovrebbe essere l’autobiografia di Timi scritta a due mani con Albinati. Inizio a leggere prevenuto. Sarà l’ennesimo instant book scritto per cavalcare l’onda del successo mediatico di questo promettente attore, un libretto raccogliticcio a cui l’Albinati scrittore ha dato una ripulita. E invece no.
continua…


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