Orphan



L’ennesimo architetto in un film. Dopo il buffo e romantico architetto di 500 giorni insieme ecco un altro personaggio che fa l’architetto.
Il film è tutt'altro genere dal precedente. Dalla noiosa e intimistica commedia romantica passiamo al thriller con venature horror. Ci mancava tra i generi ma vista l’onnipresenza degli architetti sulle scene prima o poi doveva arrivare.
Il film in questione è Orphan, film “de paura” in piena regola, molto classico nel suo impianto, niente novità, le solite cose viste e riviste. Certo, se c’è un film da cui ci si aspetta delle certezze è proprio l’horror. Il pubblico è affezionato ai meccanismi ben oliati e se manca qualcosa degli ingredienti classici è una vera delusione. E questo film non lascia delusi. Il regista ha fatto bene i compiti e non si è fatto sfuggire nulla.
Una ipotetica riunione con gli sceneggiatori si dovrebbe essere svolta così:
scena con coltello? c’è
scena con martello? c’è
scena con pistola? c’è
scena con fiamme? c’è
scena con lago ghiacciato? c’è
scena con lei che si aggira al buio e illumina le stanze con torcia elettrica? c’è
scena con ripresa dalle spalle che poi si gira, non c’è nessuno e quando tira un sospiro di sollievo compare l’assassino? c’è.

Come potete capire è un film che si basa solo sulla suspance e per questo motivo la storia è assolutamente ininfluente, tanto più che la mente perversa dell’assassina si rivela dopo i primi 15 minuti di film e tutto il resto del tempo è impiegato dai poveri allocchi/vittime ad accorgersi dei guai in cui si trovano.
Che poi non è che ci voglia molto e i personaggi “buoni” non è che abbiano il prosciutto sugli occhi, semplicemente devono far finta di niente di fronte efferati e lampanti esempi di psicosi omicida pur di permettere al regista di riempire i restanti 115 minuti. Efferati perchè la cattiva in questione è una tipetta che fa sembrare Patrick Bateman di American Psicho un innocente boyscout, a suo confronto Jason di Venerdì 13 è un chirichetto appena uscito da catechismo, Jack Torrance nelle fasi estreme di Shining se paragonato a lei sembra un equilibrato venditore di polizze assicurative.
Ma veniamo al nostro architetto. Si chiama Max ed è il padre adottivo dell’Orfana del titolo. Ammettiamolo: nel film non è propriamente sveglissimo e ha uno sguardo che sembra di uno che ha abusato di cannoni in gioventù o si è appena svegliato da un sonnellino comatoso di un paio di anni però, udite udite, ha una casa fichissima. È una villa immersa in un bosco innevato e potrebbe essere una reinterpretazione postdecostruttivista della classica casa in legno americana. Per la precisione siamo in Canada, per cui il riferimento più immediato che mi viene in mente è alle architetture del gruppo Patkau, quelle architetture tutte di legno con degli assurdi e complicatissimi dettagli che fanno sembrare le case delle barche a vela. Bello il soggiorno openspace con camino minimalista e scala, ovviamente in legno, che scende nel mezzo e separa la libreria a tutta altezza dalla zona cucina. Bella anche la camera dal letto con boiserie in legno, testata imbottita, bagno en suite con lavello realizzato in opera in cemento grigio. Insomma una vera mecca per gli arredatori d’interni. Per non parlare dei vari pezzi di design sparsi in giro, tra cui una sedia a dondolo degli Eames messa lì in un angolo. (Per chi se lo chiedesse la casa in questione non esiste ed è stata realizzata in cartone dallo scenografo Tom Meyer al quale si deve rendere il merito di aver saputo sfogliare con attenzione "Case da abitare" per cogliere appieno le nevrosi stilistiche di noi architetti).
Ma la vera chicca è lo studio, perché il nostro architetto ha lo studio in casa. Lo vediamo in alcune scene mentre disegna su quello che per un feticista dello Zuckor equivale a un orgasmo multiplo: un tecnigrafo col piano di cristallo! Io uno così non l’ho mai visto e anche se ero un amante del semplice ed economico paralleligrafo, a vederlo sono rimasto piacevolmente turbato.

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Capite bene che questo architetto, prestante, con una bella famiglia, ma soprattutto con una casa sciccosissima, arredata che è una meraviglia, proprietario di una tale tecnigrafo e, dimenticavo, anche con una casa sugli alberi per i figli che sembra uscita dalla penna di Lebbeus Woods, beh alla fine si merita la fine che fa (per inciso: sventrato e lasciato a sanguinare sul parquet del soggiorno) perché se pure poteva sfuggire alla furia omicida dell’orfana psicopatica di certo non poteva evitare gli effetti nefasti dell’invidia di categoria.


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