Colazione da MoMA

Dobbiamo far presto, abbiamo un appuntamento davanti al Moma con S., un amico di Massimiliano, giusto per l’ora di pranzo.
Spiego l’antefatto. Massimiliano, che normalmente centellina le sue apparizioni sul blog di AST, è un appassionato frequentatore di Flickr: anima gruppi, crea categorie, mette più commenti lui in giro che un filologo germanista sulla bibbia di Gutemberg. Tra i tanti suoi contatti flickeriani, e sono innumerevoli, più di quanti se ne possano contare in un’agenda Moleskine, c’è S., che lavora a due passi dal Moma e, grazie ai rapporti della sua società col museo (leggi “donazioni di svariati milioni…”) beneficia di ingressi omaggio. Così, invece di incontrarci e scambiare due chiacchiere per la strada passeggiamo per le sale del museo tra Picasso, Manet, Jasper Johns e Bill Viola.

Image

S., originario dell’Abruzzo, si è trasferito a New York dieci anni fa, dopo aver conosciuto la sua compagna e ora si divide tra Roma, dove la sua ragazza ama vivere, e Manhattan, dove, invece, lui ama lavorare.
Gli chiedo come viva questa vita con due velocità, abitudini romane e tempi di lavoro newyorkesi, e mi risponde che a volte, quando è sotto consegna, rimane chiuso per giorni in casa, senza mai mettere il naso fuori dalla porta e proprio non si accorge di essere a Roma. Roma gli piace. Gli piace il verde, le passeggiate nel centro storico, le gite in bicicletta ma per il lavoro non va bene.
– Qui a New York – dice – se ti finisce l’inchiostro della stampante la domenica sera, sai sempre che c’è un posto dove puoi andare a prenderlo. A Roma, invece, i negozi chiudono all’ora di pranzo. Ma come si fa a chiudere all’ora di pranzo! –
S. i ritmi di New York li ha ormai metabolizzati. Mentre ci descrive il suo lavoro ci tempesta di domande sulla situazione a Pescara, il lavoro di architetti, i progetti, le amicizie che scopriamo di avere in comune, i posti da vedere o da evitare, commenta i quadri che ci sono attorno e si sposta da una sala all’altra. Ci fermiamo davanti a una delle tante fenditure che aprono gli ambienti del museo alla città, o per meglio dire, fanno sembrare alcune vedute di New York come delle opere esposte  e guardiamo fuori.
– A volte  – dice – questa città mi sembra come un motore sempre in funzione e noi tutti siamo come l’olio che fa girare continuamente gli ingranaggi. Anche Roma è un motore, solo che è ingrippato. –
Ci lasciamo con l’impegno di rivederci ancora prima di partire, scappa per tornare a lavoro mentre noi continuiamo la nostra visita con calma. L’edificio, progettato da Yoshio Taniguchi e vincitore di un concorso internazionale, mi sembra ben riuscito. Muoversi tra le sale è piacevole, il percorso semplice e lineare, belli gli squarci tra i piani che permettono di traguardare dall’ultimo livello il grande atrio al piano terra. I pavimenti sembrano galleggiare nell’aria e la luce, proveniente dai molti pozzi di luce e dal giardino interno, pervade tutti gli ambienti.

Image

Usciamo dal museo poco prima che chiuda. Prendiamo la metropolitana diretti a casa dove ci aspetta un “party”.
to be contunued...




Page :  1