
La sala è completamente buia quando entrano le "13 bellezze di New York" che si alterneranno su di una pedana rotante e i cui volti, stravolti e rimontati, saranno proiettati su un megaschermo che fa da sfondo.
Antony compare al centro del palco attorniato dalla band costituita da piano, chitarra, basso, violino, viola, clarinetto, fisarmonica e batteria. Sembra uno di quei bambini che vanno alla prima comunione. Ha quella goffaggine tipica di chi ha un corpo ancora indeciso su quale forma prendere.
È vestito tutto di nero e porta una parrucca nera che spesso si sistema con un leggero gesto della mano.
Inizia a cantare. Scompare il corpo e rimane un coro d'angeli, una sinfonia celeste, un'orchestra meravigliosa che sgorga dalla gola grassoccia. Un miracolo.
Questa è la sensazione che avvolge tuta la sala. La consapevolezza diffusa di assistere a un evento unico e irripetibile. Antony si muove appena, a scatti. Muove le mani come dirigesse un'orchestra invisibile. Dietro ci sono le immagini oniriche e inquietanti delle donne, sorta di bambole viventi che impersonano personagi immaginari di una storia cantata. I nuovi pezzi sono commoventi, l'arrangiamento di quelli già noti sontuoso e sorprendente ma i momenti più alti avvengono quando, dopo poche battutte di
I fell in love with a dead boy, Antony si ferma e la sala rimane nel buio sospesa in un silezio che sembra non finire mai. Il cuore in gola, aspetti che riprenda a cantare mentre il silenzio riecheggia e rimbalza tra le pareti dell'auditorium. E poi l'emozione straripa con
Hope there's someone. Chiude la serata
You are my sister. Inutili gli sforzi di tutta la sala che appalude per dieci minuti consecutivi, batte i piedi e chiede a gran voce un bis. Antony e il regista della performance Charles Atlas compaiono veloci sul palco, fanno un rapido inchino (e ti rendi conto che Antony nonostante la mole non sia così goffo come sembra) e scompaiono dietro il palco.