Cavie

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“Ci sono storie che quando le racconti si consumano. Altre, invece, consumano te.” Questa è una delle frasi che spesso si ripetono nell’ultimo romanzo di Chuck Palahniuk e si addice perfettamente al libro in questione.

Il libro non è dei migliori dell’autore ma, allo stesso modo degli altri, apparentemente scivola via lasciando però la sensazione che qualcosa di nascosto ti è rimasto dentro. E questo qualcosa col tempo cresce e inizia a eroderti dentro, come un parassita, come un pensiero-virus che si riproduce sostituendosi alla tue cellule-idee, infetta il corpo, la mente.

Il libro parte da un espediente classico della letteratura, una raccolta di individui si ritrovano loro malgrado reclusi e per passare il tempo raccontano storie. È la struttura del Decamerone, ma il riferimento dichiarato è alle giornate passate da Lord Byron e i suoi amici sul lago di Ginevra, giornate che portarono alla nascita del mito di Frankenstein e di Dracula.

Tutti i partecipanti a questo periodo di clausura letteraria rispondono a un annuncio che promette loro 3 mesi di isolamento per poter produrre il vero capolavoro. Alla fine nessuno avrà scritto niente e tutta la storia si snoda tra racconti che definire macabri è un eufemismo, vicende che scivolano nel cannibalismo e nell’auto-inflizione di torture e mutilazioni sempre più sanguinolente.

Perché è questo che succede: ogni personaggio, a cui viene dato un nome fittizio che ricorda il peccato o crimine da cui fugge, San Vuotabudella, Baronessa Preveggenza, Miss America, Lady Barbona, Conte della Calunnia per citarne alcuni, non produce niente ma vive nell’attesa di poter vendere i diritti di una storia efferata quanto potenzialmente spendibile in miniserie televisiva, film holliwoodiano o semplice comparsata in programmi mattutini. Ogni personaggio anela spasmodicamente alla fama che può ottenere dai media presentandosi come vittima. più vittima delle altre.

Il riferimento parte alto, Byron o la tavola rotonda di Algonquin, ma in realtà si mostra per quello che è: un reality show, come il grande fratello o l’isola dei famosi. E colto il parallelo, nessuna delle efferatezze raccontate nel libro pare più spaventosa di quello che appare sullo schermo della televisione. Non è forse paragonabile a un’automutilazione quello che fanno questi personaggi allo sbaraglio, uomini e donne che per nascondere un vuoto interiore immenso costruiscono elaborate strategie vittimistiche, inscenano scadenti sottotrame sentimentali per catturare anche un solo televoto, raccontano fatti privati ed espongono il proprio corpo alla curiosità morbosa di un pubblico in cerca di emozioni sempre più forti?

Forse esagero ma Palahniuk è un maestro in questo: usa la lente d’ingrandimento del surreale per rivelare la tragica follia del quotidiano.


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