“Dovete immediatamente andare a Times Square. È il posto da vedere quando piove!” – è quanto ci ha detto A. e subito ci ha preparato uno schema delle strade fare per il “tour del turista italiano”.
Il percorso prevede di prendere la metropolitana fino alla 42° su Time square, poi prendere la 5° , fare un giro nel Rockfeller Center e poi dritti all’Apple Store.
Infagottati come due eschimesi freddolosi prendiamo la metro sotto casa e risaliamo alla fermata sulla 42° ed è subito uno spettacolo. Times square è completamente racchiusa da edifici che sembrano sfidarsi a chi lo ha più grosso, lo schermo ovviamente. Le facciate scompaiono dietro questi schermi giganteschi che proiettano immagini pubblicitarie a ciclo continuo.
È un’esplosione di colori a cui manca il sonoro. O meglio, la colonna sonora è data dal rumore della strada e del traffico ma non sembra in sincrono con il film che stai vedendo. Le strade bagnate riflettono luci e colori amplificando l’effetto da videogioco, una casa degli specchi formato maxi.
Sembra di essere nel bel mezzo di una scena di Blade Runner: atmosfera fumosa, vapore che esce dai tombini, risciò (ho detto veramente risciò, non mi sono sbagliato, qui è pieno di questi trabiccoli trainati da una bici) che corrono come pazzi in mezzo al traffico, gente intabarrata fino al naso di tutte le nazionalità.
Questi schermi sono pensati non per degli umani ma per dei giganti. Insomma, ho capito cosa deve provare una lucertola che per sbaglio passa sotto un televisore: cazzo, se rimango qui mi ceco gli occhi, meglio che mi allontano!
Da una parte penso che questa sia una sindrome tutta americana: più grande è, meglio è. Per citare lo spot pubblicitario del film Godzilla, “le dimensioni, qui, contano”.
Non so se è megalomania ma forse è “ottimismo preventivo”. L’idea è che se sei grande, grosso e possente tutto non può che andarti bene, un po' la filosofia di bush sull’iraq. Dall’altra parte è una dimostrazione di potere, commerciale soprattutto, rivolta soprattutto a chi è fuori del sistema, ovvero stranieri e poveracci.
Ma proseguiamo nel tour. Camminare per le strade è incredibile. I palazzi nella notte diventano schermi trasparenti, si smaterializzano trasformandosi in perfette sezioni prospettiche. Che dire, poi, dell’immagine del Chrisler Building che si staglia su di un cielo nuvoloso e sembra sbucare fuori da una nebbia creata da un sapiente scenografo.
Il problema è che qui è difficile “vedere” qualcosa, si può solo replicare l’atto del vedere ciò che già hai acquisito attraverso film e fotografie. Manca il senso della sorpresa e della scoperta. La frase più ripetuta è proprio questa: “sembra un film”.
Dopo qualche passo arriviamo al Rockfeller Center e diamo una veloce occhiata alla pista di pattinaggio dove qualche decina di adolescenti sta pattinando al suono di musica da discoteca. L’impressione è quella di una balera con tanto di luci colorate, fontane e dj tamarro.
Dopo un po’, proseguendo, arriviamo all’Apple Store, il cubo di vetro che sembra riecheggiare la piramide del Louvre dicendo: la piramide la sanno fare tutti ma un cubo? Solo noi!
Scendiamo giù e troviamo questa grande sala dove ci sono un’infinità di postazioni tra computer, ipod e portatili di fronte ai quali persone di tutte le età stanno piegate a 90 gradi (alla pecorina, per intenderci) con la testa schiaffata a 3 cm dallo schermo lcd indipendentemente dalle dimensioni di questo, micro come nel nano o gigantesche come i 50 pollici di quelli più grandi. Non so se si tratta di venerazione, ma sicuramente prostrazione si. Persino massimiliano, che sotto sotto è venuto a ny per farsi un giro alla mac-mecca non mi è sembrato particolarmente colpito.

