500 giorni insieme



Partiamo dal titolo. Quello originale è 500 days of Summer dove Summer è anche il nome della protagonista. Quindi in italiano sarebbe dovuto essere 500 giorni d’Estate, che sarebbe suonato anche bene. Sennonché chiamare una Estate non dev’essere piaciuto ai traduttori che hanno pensato bene di chiamarla Sole (nei cervelli-base è chiaro che estate=sole), pertanto il film sarebbe stato logico chiamarlo 500 giorni di Sole, che mi va anche bene, ma no, i nostri hanno deciso di chiamarlo 500 giorni insieme.
Capite bene che le cose già iniziano male, ma sappiate che in seguito vanno anche peggio.
Passiamo alla storia: due si mettono insieme ma non funziona. Che per due ore di film o ti chiami Lelouch (e anche per quello ce ne vuole di fegato... ) oppure è chiaro che sarà una noia mortale vista la pochezza e insipienza del plot narrativo e la bidimensionalità dei personaggi narrati.
Tra l’altro il film è intervallato da siparietti col numeretto che avanza e ci informa a quale fase della tortura film ci troviamo ed è questo il motivo per cui quando si è arrivati finalmente al numero 500 ho inscenato una macarena di esultanza.
Il film si apre con una voce narrante (immagino dio o babbo natale) che afferma perentorio che questa non è una storia d’amore. Infatti è l’equivalente di una botta nelle palle. Anzi, no, mi correggo, non è un dolore lancinante e improvviso quanto piuttosto una sofferenza lenta e dilatata, tipo un ascesso purulento allo stadio più maturo, un salasso fatto con delle sanguisughe sadiche o un’unghia incarnita. Questo per far capire l’effetto che mi ha fatto il film.
Veniamo ai personaggi. Lei è la classica ragazza avvenente ma non troppo, un po’ lunatica ma fondamentalmente istintiva e piena di “gioia di vivere”. Tradotto in termini meno holliwoodiani: una “stronza”.
Lui invece è ingenuo, innocente, buffo e creativo, in pratica un “addormito”.
I due si incontrano, si innamorano e poi... non ve lo racconto magari vi piacciano le unghie incarnite. Fatto sta che le cose però non funzionano benissimo e qui che si capisce la fasullità del film perchè è chiaro che nella vita reale quando una “stronza” incontra un “addormito” è amore eterno. Anzi dirò di più: è simbiosi perfetta, basta osservare gli esempi che normalmente ci circondano per capirlo. Nel film ovviamente le cose vanno diversamente e per arrivare all’epilogo dobbiamo sopportare 15 sanguisughe sadiche sulla schiena.
Torniamo all’addormito perchè è il nostro architetto. Ora, come si fa a rendere in un film il perfetto “giovane architetto sfigato di marca indie”?
1. vestitelo 365 giorni l’anno con camicia, cravatta, gilet triste (che mio nonno ne aveva di più vivaci e alla moda) e tracolla.
2. fategli dichiarare dopo 3 secondi che lui dopo la laurea in architettura per guadagnarsi da vivere ha deciso di lasciare l’architettura e di entrare nel mondo dei cartoncini d’auguri. La cosa è poi sottolineata più tardi quando afferma: “Ho deciso che invece di dedicarmi alla costruzione di architetture, che sono quanto di più effimero, potevo fare qualcosa di più duraturo come  scrivere frasi per biglietti d’auguri, che è una cosa che dura in eterno”. Qui lo sceneggiatore vorrebbe dare alle parole del protagonista un tono ironico ma noi tutti sappiamo che queste sono le uniche parole sensate pronunciate in tutto il film.
3. inserite ogni tanto immagini di frontoni e facciate.
4. fate dichiarare al suddetto di preferire le architetture anni ‘20 di Los Angeles (Gehry avrebbe contestualizzato troppo questa storia d’amore stereotipata e avvincente come il tg1 delle 13.30)
5. sistematelo su una panchina a vedere un panorama urbano caratterizzato dalle precedenti architetture degli anni ‘20;
6. fategli fare uno schizzo del suddetto panorama sull’avambraccio della “stronza”.
7. dietro il letto dell’”addormito” mettete una parete effetto lavagna sui cui il nostro eroe disegnerà un fantastico panorama della città e poi cancellerà i nomi degli studi di architettura in cui proverà a cercare lavoro (ma qui vi sto già svelando troppo e poi, chi è il deficiente che mette una lavagna dietro il letto che poi la notte ti respiri la polvere di gesso)
8. mettetegli in mano una moleskine di quelle con la rilegatura sul lato corto su cui ogni tanto schizzerà disegni dell’amata (ah ah, è vero nell’immaginario collettivo l’architetto disegna sulle moleskine, che ridere, mica passa le ore davanti al computer a disegnare polilinee)
9. fatelo passeggiare mano nella mano con la sua amata fra i corridoi dell’Ikea.

Bisogna dire che alla fine l’addormito si riscatta dalla sua condizione di “cartolinatore di auguri” e passa alla versione “architetto che crede in se stesso”, cioè una specie di yuppie anni ‘90 con cartella dei disegni al seguito e io lo preferivo prima.

Per il resto il film semplifica all’inverosimile il rapporto uomo/donna, in pratica cancella con un deciso tratto di penna esistenzialismo, postmodernismo, ricerca e costruzione del sè, ma anche il libero arbitrio, insomma tutto ciò che rende vivibile e interessante il periodo in cui stiamo vivendo e riporta tutto a una versione infantile della vita che non è quella delle fiabe di Andersen (chè la Sirenetta ha troppi livelli semantici per il pubblico cinematografico) ma direi a quella dei teletabbies.




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