Un Maestro


Mercoledì scorso sono stato a una conferenza in facoltà. Ospite Roberto Maestro, un vecchio docente di disegno che può essere descritto come uno strano ibrido tra babbo natale e Roberto Benigni, con l’avvertenza, però, di prendere dal primo l’aspetto fisico e dal secondo la verve istrionica. Conferenza strana, come spesso capita: un vecchio docente va in pensione e gli si dedica una specie di tributo, si assiste a una sorta di passaggio d’armi, un incontro o travaso di esperienze tra una generazione e un’altra. È stato un po’ come ascoltare i racconti di un nonno che descrive i tempi andati, osservare la bellezza dei disegni e delle prospettive a mano, la forza e precisione di un progetto e di un’idea che si costruisce attraverso segni e schizzi sulla carta. Ma è stato anche l’occasione per misurare tutta la differenza con la nostra generazione. Sentire definire i computer “macchinette infernali” fa pensare alle invettive di un cocchiere contro il treno a vapore, di un amanuense contro la macchina da scrivere, di un telegrafista contro il cellulare. Mi chiedo se si tratti una condizione inevitabile con l’età. Se così, allora quando saremo vecchi noi che cosa rimpiangeremo e cosa definiremo infernale? Oppure siamo già così permeati dal concetto consumistico di innovazione tecnologica da essere in grado di assorbire qualsiasi ritrovato tecnico ci possa capitare tra le mani? Mentre ascoltavo le parole di Maestro e guardavo i suoi disegni una cosa mi ha colpito in particolare. Maestro, pare soprattutto ultimamente, crea i suoi schizzi a occhi chiusi, correggendo con pochi tratti quanto fatto senza guardare. È un’idea eloquente e spiazzante: per disegnare è necessario guardare con gli occhi della mente. Questo mi ha fatto ricordare un racconto meraviglioso, come spesso lo sono, di Carver. Si intitola Cattedrale. Nel racconto il protagonista riesce a vedere e a comprendere cosa sia una cattedrale chiudendo gli occhi e lasciandosi guidare la mano da un cieco mentre questi disegna su di un foglio di carta. È un’inversione di ruoli. Non è il cieco ad affidarsi a un vedente per conoscere il mondo esterno ma il contrario. E questo avviene per tramite di un disegno che non viene visto ma “sentito”. Forse è questo che rimpiange Maestro: la bellezza e la forza di un pensiero che si fa materia prima ancora che concetto astratto. E tutto attraverso il movimento di un braccio, un gesto del polso, il contatto leggero della grafite sulla carta.


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