Un pomeriggio al Museo del Design

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Domenica in macchina ascoltiamo la trasmissione radiofonica Sumo dedicata al nuovo Museo del Design a Milano: ospiti Andrea Branzi, curatore scientifico della mostra attuale, e Aldo Colonetti, direttore di Ottagono.
Tra i due più che uno scontro c'è uno scambio di cortesie e l'intervistatrice è chiaramente delusa dai toni pacati e sereni della conversazione (per altro impossibile da seguire per le continue interruzioni di inutili brani musicali). Incuriosito dalla trasmissione sono andato a vedere di persona.
Il museo è pensato per analizzare e mostrare il design italiano attraverso allestimenti tematici che dovrebbero cambiare ogni 12-18 mesi. L'allestimento attuale, dal titolo impegnativo Che cos’è il Design Italiano?, è ricco, complesso, sofisticato e per niente didascalico. Sono stati scelti sette temi o “ossessioni” (Il Teatro Animista, I Grandi Borghesi e la Sacralità del Lusso, Il Super-Comfort , La Dinamicità, La democrazia impilabile, La Luce dello spirito, I Grandi Semplici ), attraverso cui sono raggruppati gli oggetti in mostra.
All'ingresso, si è accolti da una sontuosa installazione di Peter Greenway dedicata all'ingegno italico. Ogni tema è interpretato attraverso pochi oggetti e da interessanti corti d'autore: cinematografico quello di Soldini fatto interamente di citazioni, ironico quello di Pappi Corsicato in cui l'idea di imbottito è declinata attraverso una serie danzante e colorata di glutei femminili.
Gli oggetti, dicevo, sono pochi, infinitamente pochi se confrontati con la produzione degli ultimi 50 anni, e sono appoggiati su basse pedane imbottite che sembrano dei comodi divani mentre i divani per vedere le proiezioni sono effettivamente scomode pedane. Fa un certo effetto vedere oggetti usati mille volte posti su altarini, resi intoccabili, quando la loro bellezza è proprio quella di essere manipolati, usati, e infine usurati.
L'allestimento, per quanto stimolante e raffinato, sembra voler rivestire di un'aura mistica e intellettuale, oggetti che nella loro banalità sono sedie, tavoli, vasi. Così, le librerie diventano attori su un palcoscenico, le lampade echi spirituali della pittura italiana, i tavoli metafore sociali, i divani utopie irrealizzabili. Mi sono chiesto se l'uso di contanti risorse intellettuali e immaginifiche non nasconda la volontà di emendare la coscienza di ultraraffinati architetti colpevoli di aver progettato prodotti troppo industriali.
La mostra sicuramente merita di essere vista, ma l'allestimento è preponderante sugli oggetti. La sensazione è che la mostra metta in mostra se stessa in un cortocircuito autoreferenziale, ma è il rischio che si corre quando si cerchi di sfuggire agli allestimenti didascalici o filologici.
Dopo questa orgia di significati ancestrali e mitici si sente il bisogno di recuperare la giusta distanza dal design. Basta entrare nel più vicino negozio di mobili dove tutto ha un cartellino col prezzo, sulle sedie ci si può sedere, i cassetti si possono aprire, i piani colpire con le nocche per sentire il suono che fa il tamburato, insomma ritrovare la falsa, ma rassicurante, idea che siano gli uomini a possedere le cose e non il contrario.


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