Coraggio

Da un po’ di giorni ripenso al pensiero #31. Pensavo a Tadao Ando, un grande dell’architettura, un tipo con alle spalle capolavori riconosciuti, il padre di tanti architetti più o meno minimalisti, colui il quale più di altri ha contribuito a creare una vera e propria estetica del cemento a vista.
Ebbene quest’uomo, alla veneranda età di 68 anni da poco compiuti, afferma che per fare quello che fa bisogna avere coraggio. Coraggio di esporsi personalmente, coraggio di parlare alla gente, coraggio di chiedere fondi a sconosciuti per progetti utopici, coraggio di convincere i propri committenti della bontà delle proprie idee, piccole o grandi che siano.
Pensavo, stupidamente, che una volta raggiunto l’empireo dell’architettura (forse sto esagerando, Tadao Ando di sicuro oggi non è sulla cresta dell’onda ma a me personalmente ha risolto più di un esame di composizione) non hai da convincere nessuno, sei un mito dell’architettura, meriti rispetto e assoluta venerazione. I tuoi schizzi sono il verbo e il budget roba da computisti. E invece no. Tadao si fa coraggio quando affronta un progetto. Questo me lo rende molto umano perchè è come ammettere che ogni progetto è una sfida e non è detto che la vinci e in questo caso la sensazione è dolorosa. E che non è vero che l’unica qualità che deve avere un architetto sia l’egocentrismo da divinità fatta carne e penna stilografica: bisogna avere forza, coraggio, determinazione e saper accettare anche di non farcela. Questo è quello che ho pensato quando ho letto la parola “coraggio” ma non mi sono fermato qui perchè ogni tanto mi capita che dei pensieri si agitino nella mente come moscerini intorno a una lampadina. In questo caso la lampadina era il temine “coraggio”. Il coraggio è la capacità di agire sapendo che questo comporterà sacrifici, fatica e magari una sconfitta. È un atteggiamento che appartiene a un momento della vita in cui sai che quello che fai, o ti accingi a fare, non è mai indolore o privo di conseguenze. Non so se attribuirlo alla maturità ma certamente è conseguenza di batoste che prima o poi capita a tutti di prendere. Da giovani è difficile avere “coraggio”, penso che più che altro si sia “temerari”, cioè incoscienti dei pericoli che si corrono, se si è fortunati si è impavidi, o arditi, ma raramente coraggiosi. Il coraggio è qualcosa che viene dall’esperienza e con gli anni, almeno si spera. Forse è sempre lo stesso atteggiamento mentale che semplicemente cambia col tempo, un po’ come il colore dei capelli, l’elasticità della pelle o il gusto per le verdure bollite. Quando Tadao Ando usa la parola “coraggio” è come se ammettesse di aver preso le sue batoste ma che queste non gli impediscono di riprovarci o di credere nel suo lavoro. Questo mi piace, anche più dei segni che le casseforme lasciano sui muri delle sue case.


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