Progetto scartato per Castel del Monte

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Nei polverosi archivi della soprintendenza siamo riusciti a trovare una delle ipotesi per Castel del Monte che furono scartate da Federico II perchè, a quanto pare, non c'era nemmeno una bifora...



Svelato il mistero di Castel del Monte

Image Sulle origini del castello di Federico II a Castel del Monte sono state scritte montagne di pagine: luogo magico, catalizzatore di forze cosmiche, centro esoterico, osservatorio astronomico, astronave aliena e nascondiglio del santo graal. Tutte cazzate. La verità è un’altra e lapalissiana nella sua evidenza: è il luogo perfetto per dormire.
Le cose sono andate così.
Federico II si rigirava da ore nel suo letto regale. “Che caldo asfissiante, e ste zanzare malefiche, e poi che casino questa statale: sempre trafficata da carovane, tir e adolescenti in sella. Non ce la faccio più. Ora basta! Sono o non sono il re?”
Detto questo si alza in fretta e furia, prende una pergamena e scrive sopra “Il posto ideale per dormire: caratteristiche
  1. il posto deve essere isolato, non ci devono essere statali, sentieri o strade di nessun tipo nel giro di 2 km;
  2. deve essere in alto, così d’estate non fa troppo caldo;
  3. i muri devono essere belli spessi da allontanare qualsiasi rumore e tenere caldi d’inverno e freschi d’estate;
  4. non voglio stalle che la notte non voglio sentire un fruscio;
  5. non c’è bisogno di cucine perché tanto per la colazione basta un cornetto col caffè;
  6. voglio una stanza per ogni giorno della settimana più una per la colazione;
  7. in ogni stanza voglio il bagno che se la notte mi scappa non devo fare i chilometri.
Dopodichè chiama il suo geometra di fiducia e gli chiede di buttar giù la piantina. Il primo tentativo non ebbe successo: “E che è sta cosa: mi sembra un albergo con questa infilata di camere e corridoio”.
Il secondo tentativo, una tipologia a pettine alla Giorgio Grassi non ebbe successo. Il terzo era un quadrato con corte centrale, compatto ma non elegante, fino ad arrivare alla pianta ottagonale. “Questa si che mi piace, e dato che ci sei, recuperiamo delle finestre e un portale avanzati da casa di mia nonna”.
E questa è la vera storia di come è nato Castel del Monte.


sulla pecora nait e altre divagazioni

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L'imperdonabile ritardo nel rendicontare l'avvenuta visita al Pecora Nait già tradisce la non completa soddisfazione.
Certo, la pecara alla callara è pur sempre la pecora alla callara, ma mangiata su una panca traballante, con piatti di carta e forchette che cedevano miseramente sotto i miei colpi vigorosi ...
E poi per quale ragione disturbare il fiero pasto con musica assordante (e mal mixata) di qualche giovane di buona volontà ma di poca esperienza?
Per non parlare del teatro dialettale... per me assolutamente insopportabile: nell'80% dei casi, se non più, è solo una espressione volgare di una tradizione linguistica e culturale che più passa il tempo e più mi sembra perduta. Non basta usare termini che suscitano l'ilarità generale per fare teatro dialettale. Non basta un ma chi sctì ddì (ma cosa dici) o un ma vatt'a 'mbenn (ma vatti a impiccare) o un sctà svrevugnate (questa svergognata) per portare avanti la tradizione abruzzese.
Mi spiace dirlo, ma il dialetto vero è aulico: non è l'insieme sregolato di varianti e declinazioni locali, l'ammasso di forme e modi di dire di campagna, ma una lingua vera e propria, con una sua grammatica e una sua terminologia. Certo, la terminologia può avere varianti locali, ma se la frissora si chiama frissora, non puoi chiamarla la tiella... è un'altra cosa...
Insomma, non è la parlata del cafone e non può essere ridotta a questi minimi termini.
Il dialetto è una cosa seria.
Almeno quanto cacio e ove...




una scena già vista...

L'orologio segna l'una di notte.
Tadao e norman, con rispettive fidanzata e moglie, si avviano verso l'auto.
Nella destra rispettivamente un cartonato da tre litri di merlot e una busta con una varietà insolita di gadget.
Nella sinistra, sempre rispettivamente, una confezione da tre bottiglie di trebbiano cerasuolo e montepulciano della linea collezione e una confezione di vino da due bottiglie, mediamente pregiate.
Norman mi ha anche confessato che non ha più spazio in casa per riporre tutte le bottiglie che andiamo comprando...
La moglie di norman porta una busta con le pietanze non consumate della cena da portare via in comodi contenitori di plastica trasparente, e tadaa le nostre buste di gadget e porchetta inscatolata.
Un'altra sagra è terminata.
Era "Tarallucci e Vino", a Casalbordino, nella azienda vinicola di cui il mio carissimo amico A. è socio (architetto, con la moglie architetto... hanno anche uno studio di progettazione, ma credo che abbiano capito tutto della vita...). Ed è proprio il sentitissimo dovere di ospitalità di lui che ha consentito a me e norman di abusare dei nostri apparati digerenti, perchè nonostante fossimo arrivati alle 22:30, quando le famossissime polpettine erano ahimè già finite, A. ha fatto ricucinare una abbondante porzione di una ottima pasta fatta a mano, con il sugo di cinghiale. A quel punto, nonostante avessimo già cenato (anche se leggero), potevamo dire di no?
Spero di non rimanere schiavo del personaggio...
In ogni caso ci sentiamo il prossimo week end, per la PECORA NAIT, geniale evento enogastronomico a base di pecora e suoi derivati (costolette, arrosticini, pecorini vari, etc.) che si svolge a Penne dal 17 al 21 c.m.
Per ora. BUON FERRAGOSTO A TUTTI!!!




la tata, il sommellier e l'adescatore

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La parafrasi del capolavoro di Sergio Leone mi sembra pertinente, perche muoversi tra mobilifici e mobilieri è pericoloso tanto quanto il far west. Certo, non si rischia la vita, ma la salute si.
La saga del cambio della cucina a casa dei miei è cominciata, come chi segue il blog sa, circa due mesi or sono. Da allora preventivi, modifiche, accessori, essenze, materiali sintetici di ultima e penultima generazione, chiamate di sollecito e lunghissime navigazioni su internet sono state la più intensa distrazione dal mio lavoro e dalla mia tesi di dottorato degli ultimi tre anni.
Ho trovato anche altre tipologie di venditori di mobili (oltre alla tata e al sommelier), ma mi voglio soffermare solo su una, perchè credo che raccontandovi di questa mia riflessione, maturo un po' di responsabilità sociale.



[ more.. ]


non voglio "più" che clara

non vedo molti concerti, ma stavo inseguendo i non voglio che clara da tempo, finalmente rem io lina bo e f......o siamo siamo riusciti a raggiungerli ad Ancona

perchè atteggiarsi a delle star e chiudere una bella esecuzione con un accordo sbagliato (per poi accorgersene e aggiungerne un altro e peggiorare tutto...)
perchè suonare un pianoforte con una sigaretta in mano e continuare a sbagliare...?
Fabio de Min è sicuramente un ottimo compositore, un bravissimo cantante, un ottima presenza scenica... ma...


dedica radiofonica

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Come in tutte le radio che si rispettino, ci vogliono le dediche.
La canzone è august day song, di bebel gilberto (in tutte le quattro versioni) con questo messaggio:
alla mia tadaa, nel giorno del suo compleanno, con infinito amore e gratitudine.
tadao




Concorso "L'accessorio estate 2006"

Qui in studio, visto l'elevato scazzamento provocato dal caldo e dalla mancanza di una seria vacanza, abbiamo indetto un concorso interessantissimo dal titolo "L'accessorio estate 2006". Queste sono le categorie e le nomination.

Categoria "accessorio moda estate 2006"
Denise: canottiera di cotone senza maniche anticolica;
Massimiliano: mazda mx-5;
Peter: maglietta di ricambio;
Rem: calzino in neoprene.

Categoria "accessorio architettura estate 2006"
D: la gru;
M: i grattacieli fallici;
P: i balconi a biscottino;
R: i buchi.

Categoria "accessorio inefficace estate 2006"
D: il Domus con la copertina dedicata a Casa Malaparte;
M: birra sapporo;
P: ...;
R: la monorotaia.

Categoria "accessorio bibita estate 2006"
D: limonata;
M: fetta di limone;
P: la temperatura ambiente;
R: fetta d'arancia (obbligatoria per lo spritz).

Categoria "accessorio cibo estate 2006"
D: kinder pinguì;
M: california maki;
P: panino;
R: salatini.



Cavie

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“Ci sono storie che quando le racconti si consumano. Altre, invece, consumano te.” Questa è una delle frasi che spesso si ripetono nell’ultimo romanzo di Chuck Palahniuk e si addice perfettamente al libro in questione.

Il libro non è dei migliori dell’autore ma, allo stesso modo degli altri, apparentemente scivola via lasciando però la sensazione che qualcosa di nascosto ti è rimasto dentro. E questo qualcosa col tempo cresce e inizia a eroderti dentro, come un parassita, come un pensiero-virus che si riproduce sostituendosi alla tue cellule-idee, infetta il corpo, la mente.

Il libro parte da un espediente classico della letteratura, una raccolta di individui si ritrovano loro malgrado reclusi e per passare il tempo raccontano storie. È la struttura del Decamerone, ma il riferimento dichiarato è alle giornate passate da Lord Byron e i suoi amici sul lago di Ginevra, giornate che portarono alla nascita del mito di Frankenstein e di Dracula.

Tutti i partecipanti a questo periodo di clausura letteraria rispondono a un annuncio che promette loro 3 mesi di isolamento per poter produrre il vero capolavoro. Alla fine nessuno avrà scritto niente e tutta la storia si snoda tra racconti che definire macabri è un eufemismo, vicende che scivolano nel cannibalismo e nell’auto-inflizione di torture e mutilazioni sempre più sanguinolente.

Perché è questo che succede: ogni personaggio, a cui viene dato un nome fittizio che ricorda il peccato o crimine da cui fugge, San Vuotabudella, Baronessa Preveggenza, Miss America, Lady Barbona, Conte della Calunnia per citarne alcuni, non produce niente ma vive nell’attesa di poter vendere i diritti di una storia efferata quanto potenzialmente spendibile in miniserie televisiva, film holliwoodiano o semplice comparsata in programmi mattutini. Ogni personaggio anela spasmodicamente alla fama che può ottenere dai media presentandosi come vittima. più vittima delle altre.

Il riferimento parte alto, Byron o la tavola rotonda di Algonquin, ma in realtà si mostra per quello che è: un reality show, come il grande fratello o l’isola dei famosi. E colto il parallelo, nessuna delle efferatezze raccontate nel libro pare più spaventosa di quello che appare sullo schermo della televisione. Non è forse paragonabile a un’automutilazione quello che fanno questi personaggi allo sbaraglio, uomini e donne che per nascondere un vuoto interiore immenso costruiscono elaborate strategie vittimistiche, inscenano scadenti sottotrame sentimentali per catturare anche un solo televoto, raccontano fatti privati ed espongono il proprio corpo alla curiosità morbosa di un pubblico in cerca di emozioni sempre più forti?

Forse esagero ma Palahniuk è un maestro in questo: usa la lente d’ingrandimento del surreale per rivelare la tragica follia del quotidiano.


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