Sabato si inaugura una nuova libreria in città.
È un buon segno: contro il calo endemico dei cinema, la scomparsa delle biblioteche di quartiere, il declino dei negozi di dischi, è un segnale che forse qualcosa in città si muove.
Il locale ha subito tali trasformazioni che accoglie distrattamente anche questo ennesimo cambio di tipologia merceologica. Da cinema nel tempo è diventato negozio di vestiti benettoniani, vestiti per “ggiovani”, sala conferenze e, ora, libreria.
C’è il pubblico delle grandi occasioni culturali pescaresi: nugoli di signore ottantenni che profumano di cipria, indossano metri di perle, agitano come coniglietti-duracell ventagli colorati e gareggiano in acconciature dalle cotonature aggressive quanto ardite (e in questo devo dire, con orgoglio, che mia nonna batte tutte essendo stata nominata “testa cotonata dell’anno” per ben tre volte consecutive: in pratica, 1/3 dell’altezza dichiarata di mia nonna è fatta di capelli e lacca – più lacca che capelli – e ha il grande vantaggio di non dover indossare il casco quando si fa portare in moto dai suoi prestanti spasimanti ultracentenari).
A completare il parterre, un distinto assessore (“Scusi mi sa indicare il reparto rimedi naturali, ops, credevo fosse del negozio...), imboscati per il prosecco e frutta tropicale (si riconoscono dal costume e gli infradito) e, soprattutto, orde di adolescenti di sesso femminile in tempesta ormo-letteraria.
Gli organizzatori hanno pensato bene di
assoldareinvitare un Autore per tenere a battesimo il locale e la scelta è caduta giustamente sul più osannato-presenzialista scrittore della piazza, tal
Federico Moccia.
Ora, non ho nulla contro questo uomo in quanto non ho letto niente di suo nè tanto meno ho visto film tratti da sue fatiche letterarie, ma ho provato un po’ di compassione per questo individuo, in completo sportivo nel mezzo di un caldo tropicale, costretto a scambiare due chiacchiere simil-interessate con ragazzine inebetite dall’adorazione (o semplicemente inebetite), pronto a farsi fotografare con sorriso da ictus, guancia a guancia con le suddette mentre madri supertecnologiche scattano fotografie con cellulari dell’ultima generazione.
É vero compatimento quello che provo per lui quando la summenzionata ninfetta, dopo un nanosecondo, gli gira le spalle e, senza nemmeno salutare, si mette a inviare via mms la foto appena fatta a tutte le amiche della palma (ndr. per gli indigeni pescaresi la palma è l’ombrellone).
Mentre osservo la varia umanità presente, giro tra i brutti scaffali, guardo i titoli dei libri notando ancora una volta l’assenza di sensatezza nella scelta dei titoli della sezione architettura, critico mentalmente il font usato per indicare le sezioni tematiche, osservo inorridito i particolari trascurati come intonaci non sistemati, angoli sbozzati, mattonelle mal messe, controsoffitti mancanti, luci improvvisate, tutti dettagli che rivelano un’apertura frettolosa. Ma il mio cuore di architetto subisce quasi una sincope alla vista di travi sospese in acciaio ingentilite da vasi di edera e fiori sanremesi: ricordate gente, se non volete avere sulla coscienza la morte estetica di un architetto e volete a tutti i costi che da una trave penda qualcosa che non sia comune ragnatela, si deve trattare solo delle alghe dei
fratelli Bourollec, punto e basta!

Mentre lascio il negozio guardo il Moccia: è esausto, annientato, stravaccato sul tavolo di cristallo, con una mano si regge la testa e con l'altra scrive meccanicamente dediche.
Forse, in questo momento, sta rimpiangendo di aver scritto un libro che parla di lucchetti appesi a ponti e sta giurando a se stesso che il prossimo libro sarà un pamphlet sull'esistenzialismo russo.
Forse.