Rimozioni


Mentre rileggevo i commenti al post sugli arredi zoomorfi anni ‘70 e contemporanei, guardando quei metri quadrati di pelliccia sintetica in technicolor, è riaffiorato nella mia memoria un ricordo che avevo rimosso con cura.
Tutta la mia infanzia è stata vissuta rotolandomi fra le ciocche marroni di un tappeto sintetico che ricordava la pelliccia di Chewbecca, l’amico più intelligente e peloso di Han Solo (lo sveglissimo Harrison Ford) in Guerre stellari.
Mi madre l’aveva acquistato come “tappeto dei giochi”, solo che all’epoca le madri si fidavano di più delle fibre sintetiche e i problemi igienici legati alle colonie di acari erano perlopiù sconosciuti.
Quel tappeto era per gli acari ciò che la foresta amazzonica era per le formiche rosse: una riserva di vita infinita. Oggi, nessuna madre oserebbe avvicinare il proprio figlio a un tessuto che non sia in fibre 100% naturali, prive di sbiancanti, additivi chimici, certificato come antisettico, ignifugo e rispettoso dell’ambiente, ma all’epoca il semplice fatto di essere quasi indistruttibile, di nascondere fra i suoi peli qualsiasi tipo di macchia e di poter essere messo in lavatrice, lo rendeva passibile di essere il terreno di gioco dei pomeriggi dei propri figli.
A differenza dei puf, il mio tappeto non aveva fattezze animali: era un animale con vita propria. Il ricordo più vivido che ho, a parte il colore “cacca di cane” (negli anni ‘70 andavano molto di moda tutte le tonalità della cacca) era il suo forte odore animale, lo stesso odore che ha il pelo di un cane che ha corso per ore sotto la pioggia e poi si sia asciugato male come un asciugamano senza ammorbidente. Era un odore particolare perché oltre alle fragranze di tipo selvatico, conferite dal nostro rotolarci e scazzottarci sopra in continuazione, se ne aggiungevano altre di tipo sintetico, per capirci quell’odore tipico che hanno i capelli delle bambole usate come sostitute di scope, quell’aroma in cui si mescolano l’odore di polvere secca e le note sintetiche e un po’ petrolifere della plastica, che un tempo puzzava di plastica, ora non più.
Quali effetti può aver provocato sulla mia crescita il mio amico Chewbecca bidimensionale non saprei dirlo, di certo so che se oggi ho un avversione patologica per qualsiasi forma di peluche e verso qualsiasi tappeto, il motivo c’è.




Genealogie

Grazie al prezioso suggerimento della nostra ’inestimabile Zaha scopriamo che Marras col suo progetto di puf caprino non ha fatto altro che aggiornare un progetto ben più radicale e interessante. Grazie al fantastico sito Omodern scopriamo infatti che i nostri nonni fashio-home-designer avevano già pensato a un’intera serie di oggetti pelosi per le stanze dei poveri e indifesi figli.

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Nella foto si possono vedere le combinazioni di pelo sintetico e occhioni ammiccanti distribuibiti su
  • puf
  • sedia
  • tappetino
  • copriletto
Il tutto reperibile nei sobri colori giallo scoria radioattiva, rosa fetta di maiale con influenza suina, azzurro calippo bleu.
Premesso che il coordinato anni 70 è infinitamente più bello di quello di Marras, mi chiedo:
  1. quali tipi di turbe psicologiche saranno venute nelle menti dei poveri bambini costretti a vivere tra pareti di peluche che ti osservano libidinose;
  2. quali turbe psicologiche avevano i produttori e soprattutto gli acquirenti di tal coordinati dell’orrore;
  3. infine, cosa poteva succedere se inavvertitamente un mozzicone di sigaretta fosse caduto nelle vicinanze del letto, cosa probabilissima visto che chi fosse stato costretto a dormire in una stanza del genere doveva per forza di cose far ricorso a dosi massicce di marijuana, ma anche a droghe molto più pesanti, solo per poter riuscire a dare un senso di realtà a ciò che vedeva intorno. 



Mai più senza: il nuovo puf di Kenzo Mason

Non riesco a capire con quale mancanza di gusto si possa far passare al telegiornale delle 13.00 servizi dedicati al "design": ma non lo sanno che a quell'ora la gente mangia?
Mi trovavo a infilare l'ennesima forchettata di fusilli e zucchine quando l'occhio è inevitabilmente caduto su una scena a dir poco orripilante: in un cortile milanese Antonio Marras, uno dei grandi nomi dello stile italiano del mondo, cavalcava, anzi per dirla tutta si ingroppava, una finta pecora.
Cioè, questo amplesso inter-specie (e per capire di cosa parlo bisogna aver visto la scena topica di Clercks 2) tra adulti consenzienti era il servizio di presentazione dell'ultima creatura uscita dalla mente (interspecie) di Marras per Kenzo Mason, un puf che ricorda l'incrocio tra una pecora e cugino It degli Addams, e per evidenziare che si tratta di un'operazione altamente ironica nonchè stilosa, c'è tanto di campanaccio appeso a una cintura di capretto.
Le massaie a Dubai correranno a frotte per assicurarsi un oggetto così raffinato. Certo, però, che Marras deve avere un autoironia smisurata se, da buon sardo, mette in scena uno degli stereotipi più veteri che vedono l'uomo sardo attratto irresistibilmente da schiene ovine da cavalcare all'ombra dei nuraghi.
 

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Archistar versus il Popolo

Date un'occhiata a questa lettera a Repubblica di oggi.
In sostanza il direttore di "A Vision of Europe" si lamenta degli Archistar e dà ragione al Principe Carlo. Recentemente mi avevano proprio parlato di questo fantastico studio o società, A Vision of Europe, che, mi è stato detto, ama "progettare ad una dimensione più umana", con un concetto "rinascimentale" dell'architettura. Roba da brivido, insomma.
Mi piace in particolare dove dice che la popolazione in maggioranza (stragrande! ) vorrebbe vivere "in una città tradizionale, o restaurata o nuova". E il Principe Carlo (il Grande Mecenate) che rappresenta il Popolo! Una collezione di topos letterari...

Preciso che l'articolo sul dibattito a cui fa riferimento questa lettera, non l'ho visto, perciò non sono molto attendibile.
Il loro sito comunque è questo: http://www.avoe.org/
Ovviamente intervenire su questo dibattito è una forma di pubblicità da parte loro.
Secondo me l'articolo è un esempio di delicata perversione del dibattito sugli Archistar. L'Archistar produce un Pensiero Unico a tutte le latitudini, loro producono un "Pensiero Regionale Unico" a tutte le latitudini.
Derive dello Slow Food?
Mi viene in mente l'avversione al Movimento Moderno negli anni '30 (che ha accomunato nazisti e stalinisti) e il tetto a capanna sul Bauhaus.
E comunque c'è sempre qualcuno che vuole dirti come vuoi vivere...
forse mi sono fatta un po' prendere la mano con le generalizzazioni... che ne pensate però?


NO!DESIGN! #31: Nicotinespoon

Per la serie NO!DESIGN riceviamo un'opera pensata e realizzata da Mirko aka _fLeMmA__ Garufi e presentata ora in una mostra a Siracusa.
Questo il testo di presentazione:

«bisogna cercare nel testo ciò che il destinatario vi trova in riferimento ai propri sistemi di significazione e/o in riferimento ai propri desideri, pulsioni, arbitri.. » (J.D.)

messaggio promozionale.. dopo il caffé usi la tazzina come posacenere? fatti allora anche tu un inutile nicotinespoon.. anche in “versione elegance”, col cucchiaio dall’argenteria, calice in cristallo dal servizio buono della mamma e sabbia dalla prestigiosa località balneare di Marina di Melilli.. enjoy it..


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Ancora scosse

Anche questa notte una nuova scossa ci ha svegliati alle tre di notte. Questa volta con calma mi sono alzato, ho indossato unamaglia nell'eventulità di dover scendere in strada e sono andato a mettermi nell'autoproclamato "posto più sicuro della casa". Ero preparato, il copione l'ho studiato bene. Quando il sismografo di casa, il lampadario del soggiorno, ha dato l'ok, sono tornato a dormire. Ora basta scosse, torno a casa a taranto, a vedere i riti della settimana santa tanto per ricordarmi cche dopo ogni "crollo" c'è sempre una ricostruzione.


L'Aquila

È difficile scrivere in questi giorni sul blog. Di fronte alle scene terribili che si vedono in tv e sui giornali non so come reagire. Guardo con ammirazione tutte quelle persone che si sono immediatamente attivate per organizzare soccorsi, raccogliere coperte, donare sangue, pubblicare numeri verdi e mail della protezione civile. Io non ci riesco. Sono ancora stordito da quello che è successo e ogni foto che vedo del disastro mi blocca ancora di più. Non è indifferenza, è semplicemente paura.
Non il timore di farsi male, l'angoscia del pericolo, parlo proprio della purissima e classicissima paura. In genere mi accorgo da quale parte del cervello vengono le emozioni: la felicità è un'esplosione diffusa, la rabbia sale dai lati, la paura parte da dentro, solo che questa paura ha aperto una porta sconosciuta che mi sembra stia nel centro esatto del cervello. È la paura della preda, del coniglio per il lupo, del pesce per lo squalo, e se potesse avere una qualche paura un protozoo, sono sicuro che è quella che ho provato. Ed è la stessa che vedo negli sguardi degli altri che, come me, si ritrovano come imbambolati di fronte a qualcosa di inaspettato.
Quando lunedì notte mi sono svegliato di soprassalto, mi sentivo come in un tagadà, quella giostra che ti fa oscillare come in una padella scossa per non far attaccare le patate sul fondo. Solo che è diverso se a oscillare è quello che di solito appare come la cosa più solida che ci sia, la tua casa. Nel pieno del sonno ci siamo messi al riparo (al riparo da che, dal proprio soffitto? ) sotto la porta d'ingresso, pronti alla fuga ma anche per sfruttare la trave portante sovrastante. È dura ragionare in quei momenti, ma qualche brandello di ricordo mi diceva che quello poteva essere il punto più sicuro della casa. Ancorato al muro, ho aspettato che le scosse finissero, e sembravano infinite, e più duravano più aumentava la paura di non farcela. Poi i bicchieri hanno smesso di tintinnare, la lampada sul tavolo del soggiorno piano piano ha smesso di ondeggiare come un turibolo benedicente e abbiamo finalmente sentito da fuori il rumore delle sirene impazzite. Non siamo scesi in strada come molti, sono tornato a dormire e in un quarto d'ora sono ripiombato nel sonno. Solo la mattina dopo mi sono reso conto del disastro, e col passare delle ore la portata di quelle scosse si è rivelata a tutti. Poi è iniziata l'angoscia per gli amici che vivono a L'Aquila, la paura del telefono che non squilla, l'incertezza. Solo dopo un giorno abbiamo ricevuto notizia di A. sana e salva e dopo un giorno ancora M. ci ha fatto sapere di essere scampato per miracolo a un balcone crollato sulla macchina. Ora non hanno più casa, non hanno più niente.
In tutto questo mi sento anche un gran coglione perché quando andavo all'università tra gli esami facoltativi ho preferito fare gli acquerelli a Tecniche della rappresentazione piuttosto che studiare il più impegnativo Costruzioni in zone sismiche.


L'architetto Hal Durbeyfield

«Hal, famoso architetto, si sveglia senza ricordare i suoi ultimi quindici anni. Improvvisamente sdoppiato, spettatore della sia propria condizione, si trova a dover riconoscere che ha dimenticato il passato recente e che è costretto a vivere in una casa che lui stesso aveva progettato secondo i dettami di un'audace teoria architettonica, singolare e stravagante. Ricorre quindi a uno psichiatra. "Sapere chi sono implica scoprire perchè ho progettato questa Casa". Si tratta di comprendere l'abitante della Casa a partire dal suo architetto.»

Enrique Vila-Matas, Una casa come un cervello, in "Abitare" n. 489, febbraio 2009, p. 53. Nel racconto Vila-Matas si riferisce al libro Casa  di Enrique Prochazka (Lluvia Editores, Lima 2004) Il racconto lo potete leggere per intero anche qui.


inutilmente-iper-alfabetizzati

«In tutta Europa una generazione che si sente tradita. E va in piazza» di Roberto Ciccarelli (pubblicato su IlManifesto del 29.03.2009
"Già nel 2006, un rapporto Eurostat rivelava che il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni si era attestato in questi paesi intorno al 23 per cento. Ne è seguito un drastico allungamento del periodo di formazione ed una massificazione di impieghi al ribasso, come ha rivelato la recente inchiesta Almalaurea in Italia. Il risultato, osserva Isabelle Sommier, direttrice del Centre de recherches en sciences politiques della Sorbona, «è un diffuso sentimento di tradimento. Esiste in Europa un'intera generazione che si sente vittima di una promessa non mantenuta quando gli viene proposto un lavoro senza rapporto con la propria formazione». [...]
«La disillusione è tanto più forte in quei paesi, come la Francia e l'Italia - dice - che hanno vissuto in pochi anni un salto tra la generazione dei genitori e quella dei figli iper-alfabetizzati. Questa generazione sente di avere perso l'indipendenza che i genitori hanno attribuito al sapere gratuito».

Mi viene in mente che anch'io sono uno di quei figli "iper-alfabetizzati", forse "iper" no, ma diciamo "abbondantemente" alfabetizzato e che una sera di un annetto fa ho incontrato una mia omologa a una cena all'aperto. Questa ragazza, di cui non ricordo il nome, era decisamente iper-alfabetizzata: laurea in scienze politiche, master in relazioni internazionali, stage al ministero degli esteri e in varie organizzazioni ecc. ecc. e mi stava raccontando che stava cercando con tutte le forze di aprire un asilo nido condominiale. Il suo progetto non era motivato dall'amore per gli infanti ma dall'esigenza di trovare uno sfogo lavorativo sufficientemente remunerato che non fosse un call center. Perchè lei, terminati stage e tirocini gratuiti, era arrivata al punto di mollare l'idea di lavorare nel settore in cui aveva una "iper-specializzazione" e guardava con invidia a parrucchiere, estetiste e badanti che avevano prospettive lavorative ben più rosee delle sue.
Mentre teneva in mano un bicchiere di aranciata calda mi diceva con la foga tipica di una sindacalista metalmeccanica quale non era: "Rivoglio indietro gli anni passati a studiare. Perchè nessuno mi ha avvisato che era tutto inutile?"
Se questa è la sensazione di noi "inutilmente-iper-alfabetizzati" di 30-40 anni, cosa dobbiamo dire a chi si iscrive oggi nelle nostre università?


NO!DESIGN #30 | Portaombrelli

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Portaombrelli
- Base per recinzioni di cantieri e affini
Autore: Peter



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