Un uomo senza patria

Troppo tardi ho scoperto Kurt Vonnegut.
Coincidenza ha voluto che dopo due giorni che avevo iniziato a leggere Mattatoio n. 5 Vonnegut sia morto.
Devo dire che la coincidenza mi ha un po' spiazzato e per togliermi qualsiasi dubbio sulla eventuale correlazione tra la mia lettura e la morte dell'autore ho letto l'ultimo libro di Ammanniti, così, come test. E non essendo successo niente (ad Ammanniti, intendo, o almeno spero) ho la coscienza tranquilla.
Vonnegut mi ricorda mio nonno. Stessa generazione, stessa ironia.
Solo che mio nonno invece di scrivere giocava a bocce e pertanto non sarà ricordato dai posteri per quelle perle di saggezza che ogni tanto ci regalava.
Vonnegut, alla veneranda età di 83 anni, ha raccolto i suoi interventi apparsi sulla rivista In these Times e li ha pubblicati.
Il libro, si legge in mezz'ora, è divertente, dissacrante e fa riflettere su tanti temi ma in particolare sulla stupidità umana.
Così, ho pensato, perchè non riportare qualcuno dei pensieri di nonno Kurt?
Beccatevi questo.

"Le comunità virtuali non costruiscono nulla. Non ti resta niente in mano. Gli uomini sono animali fatti per danzare. Quanto è bello alzarsi, uscire di casa e fare qualcosa. Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti."

K. Vonnegut, Un uomo senza patria, minimum fax, Roma 2006, p. 57.



Un'approccio zeldiano all'architettura

Conoscete Theodore Zeldin? Probabilmente no, come me fino a qualche giorno fa, oppure sì, e avete letto i suoi libri o articoli. Zeldin è un personaggio atipico e surreale che ha spostato il suo sguardo di storico dagli avvenimenti ai sentimenti.
Questo signore ha scritto una monumentale opera intitolata History of French Passions (5 volumi: Ambizione e Amore; Intelletto e Orgoglio; Gusto e Corruzione; Politica e Rabbia; Ansia e Ipocrisia ) e la ben più ambiziosa An Intimate History of Humanity (solo il titolo di uno dei capitoli, Perché c'è stato un maggior progresso in cucina che nel sesso, mi spingerebbe al suo acquisto).
Zeldin, le cui idee sarebbero tutte da approfondire, in una conferenza rivolta a un pubblico di designer, ha affermato, in quanto storico e filosofo, di essere più interessato ai fallimenti che ai successi.
Il che mi sembra una tesi decisamente interessante e si ricollega a un libretto da non perdere che si intitola La follia di Banvard.
L'autore, Paul Collins ha raccolto tredici biografie di uomini e donne (in realtà un sola donna) accomunati da un preciso tratto esistenziale: sono dei falliti.
Non dei semplici sfigati o sfortunati ma proprio eroi del fallimento di statura epica.
 Persone che hanno riversato tutte le loro energie e la  loro vita in progetti assurdi quanto ingenui, a volte anche conquistando onori e fama, per poi scomparire nel pubblico oblio o addirittura nella pazzia.
Collins guarda con affetto e ironia verso questi eroi della sconfitta facendoci apprezzare tutta la loro umanità: perché se è difficile paragonarsi a figure esemplari e irraggiungibili come santi, martiri o geni, è invece facilissimo immedesimarsi in dei perfetti perdenti.
Leggere il testo di Collins è stata una rivelazione.
Ho finalmente capito che, se mai scriverò un libro di architettura, avrà come titolo Vite de' più sfigati architetti, pittori, et scultori, da Dedalo insino a' tempi nostri.
Sono gradite segnalazioni e suggerimenti.


L'Ordine funziona

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no... niente paura... non ho cambitato "orientamento" dopo il test dell'"enneatipo"... non è che divento ordinato proprio ora che il mio disordine è in perfetto equilibrio (apparte in studio dove, evidentemente e per cause a me estranee, ha il sopravvento...)...
per Ordine intendo "Ordine degli Architetti".
La passata settimana  è uscita la notizia che il bellissimo programma di Simona Ventura "Colpo di Genio", del quale abbiamo avuto modo di parlare, ha chiuso anticipatamente (ovvero alla seconda puntata) per mancanza di share (solo il 14,90% quando l'obiettivo della rete era il 22%...).
«È infatti emersa la convinzione — recita il comunicato Rai — che il meccanismo del programma sia stato respinto dal pubblico e che la sua prosecuzione non avrebbe portato a risultati soddisfacenti». Il bravo direttore Del Noce dice che il problema certamente non è stato la conduzione della Ventura (si... si...) o le imitazioni del co-conduttore Teo Teocoli (in alto nell'imbarazzante imitazione di Bolle...) ma la scrittura del programma (considerando che tra gli autori c'era anche Federico Moccia...).
Oggi, però, abbiamo avuto la comunicazione ufficiale dal Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti Conservatori (conservatori???... ma non dovremmo innovare??? bhà...) che la chiusura del programma è stata spinta presso le alte sfere politiche in modo da impedire altre esibizioni di architetti in cerca di fortuna. Nella nota, si legge in calce, il CNA ringrazia il blog AST per aver dato voce al problema che, altrimenti, sarebbe rimasto nascosto.
Grazie Tiziano per aver dato modo di chiudere il programma...



Nuvole

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L'altro giorno mi trovavo su una collina ortonese a contemplare il nulla.
Nel senso che tutto intorno a noi era coperto da una fitta foschia e il panorama del mare e della costa, che normalmente è visibile anche per chilometri e chilometri, era completamente scomparso, annullato da uno strato lattiginoso e umido.
Se avessi raggiunto il capitolo 4 del libro che sto leggendo, Cloudspotting, avrei gioito nel constatare di persona l'essere immerso in uno "strato", cioè in una delle più comuni formazioni nuvolose al di sotto dei 2000 msl.
E avrei anche notato il tipo di strato, detto anche foschia o nebbia (a seconda della visibilità maggiore o minore si parla di uno o dell'altro) generato per avvezione (la nebbia per avvezione si forma quando una corrente d'aria umida passa sopra una superficie marina più fredda).
Tutto questo per dirvi del gran piacere che mi sta procurando la lettura di questo volumetto di oltre 300 pagine tutte dedicate alle nuvole.
L'autore Gavin Pretor-Pinney, già nel 2004, ha fondato un'associazione, la The Cloud Appreciation Society che raccoglie amanti delle nuvole sparsi in tutto il mondo e ha creato un sito, ricco di informazioni e foto spettacolari, che è un piacere da scorrere e navigare.
Il libro ha un pregio unico e raro: risveglia la curiosità che fin da piccoli ci porta a rimanere incantati con la testa all'insù e fa riscoprire il piacere di "conoscere" (il libro offre un impianto scientifico di tutto rispetto proposto con una piacevolezza unica e ironica) solo per il piacere di farlo. Ci permette di approfondire il mondo della meteorologia senza alcun fine se non quello di apprezzare la differenza tra cumuli, strati e cumulonembi.
Un piacere ritrovato e prezioso tanto più che, al giorno d'oggi, tutto ciò che viene filtrato dalla nostra mente o ha un uso pratico e utilitaristico o è considerato solo perdita di tempo.


Le leggi della semplicità

John Maeda è un grafico e teorico dei nuovi media che da anni svolge la sua atttività nel “prestigioso” MIT (non so perchè ma i giornalisti seri quando nominano il MIT aggiungono sempre l'aggettivo prestigioso ).
Sarà per le sue evidenti origini orientali, Maeda viene da molti definito “guru” dei media digitali, ma secondo me la ragione dipende dalla qualità zen dei suoi lavori e delle sue ricerche. Quella qualità impalpabile che di fronte alle cose che dice ti fa esclamare “Embè?” che tradotto in forma più esplicita vuol dire: o sono io che non ho capito niente (e questa cosa è così profonda e sottilmente complessa che un occhio disattento come il mio non riesce proprio a  cogliere la genialità insita) oppure è veramente “na strunzata”.
Questo è l'ambiguo interrogativo che mi ha assalito quando mi sono imbattuto nel blog di Maeda dedicato al suo ultimo lavoro Le leggi della semplicità dove è esposto in tutta la sua sfolgorante chiarezza il maeda-pensiero.
Capisco che rispetto alle cervellotiche e incomprensibili descrizioni da nerd incalliti dei tempi del linguaggio-macchina  Maeda faccia un salto impressionante verso l'usabilità e l'”user-friendlità a tutti i costi” ma il confine tra semplicità e ovvietà a volte sembra veramente, ma veramente, molto sottile.

Le leggi della semplicità
John Maeda

1 Riduci
La maniera la più semplice di conseguire la semplicità è attraverso una riduzione ponderata.
(e se invece di "ponderata" fosse "casuale" come avviene nel 99 % delle attività umane?  )

2 Organizza
L'organizzazione fa apparire un insieme di molti come pochi.
(quando si parla di soldi vale il contrario)

3 Tempo
Risparmiare il tempo fa sentire la semplicità.
(io amo rimanere imbottigliato nel traffico, aspettare ore al telefono, impiegare secoli per salvare un file e allora?!? )

4 Impara
La conoscenza rende tutto più semplice.
(scherziamo? La forma di vita più evoluta sulla terra è rappresentata dagli scarafaggi e io non ho mai sentito di uno scarafaggio con laurea e dottorato di ricerca)

5 Differenze
Semplicità e complessità hanno bisogno l'una dell'altra.
(come il pane della nutella)

6 Contesto
 Ciò che si trova alla periferia della semplicità non è assolutamente periferico.
(si, John, andiamo avanti)

7 Emozione
Molte emozioni sono meglio che poche.
(ecco spiegato il boom della cocaina)

8 Fiducia
Crediamo nella semplicità.
(si, John, andiamo avanti)

9  Fallimenti
Alcune cose non si possono mai fare in modo semplice.
(stiamo parlando di computi metrici? )

10 La più importante
La semplicità consiste nel sottrarre l'ovvio e nell'aggiungere ciò che è significativo.
(ma in questa lista dov'è il "significativo? )



A volte serve...

La mia insegnante di inglese delle scuole medie, alta come un puffo e severa fino a far sembrare Margaret Hilda Thatcher graziosa e servizievole come una geisha o una suorina da corsia d'ospedale, non consentiva l'accesso in aula agli studenti che indossando una qualunque t-shirt, felpa o giubotto con scritte in inglese non le sapessero recitare tutto il significato in italiano dell'indumento. Inutile dire che il monocromo per tre lunghi anni ha imperato nella classe. A volte i più creativi si concedevano un quadrettato o qualche bicromia. Oggi, a distanza di vent'anni, mi è tornata in mente quella piccola donnina che urlava imitando, anni prima che uscisse sul grande schermo, il condottiero degli orchi de "il Signore degli Anelli" che incita alla carica il proprio esercito: tra i banchi alla messa domenicale vedo una ragazza al posto davanti al mio che indossa, con evidente ingenuità, una felpa nel cui "prospetto posteriore" (qualcuno direbbe "tra le spalle"...) si leggeva "I AM A WOMAN, I'M NOT A SAINT", come l'omonima canzone cantata da Rosanna Fratello (1971, E.Sciorilli-A.Testa, Ed. Mascotte/Universal/Ariston), precedentemente offerta ma rifiutata da Gigliola Cinquetti e Iva Zanicchi. Se la signorina avesse avuto la mia insegnante di inglese, probabilmente, avrebbe scelto diversamente dal proprio guardaroba, stamattina... A volte la severità serve...


Questione di sciatteria

A studio abbiamo un problema. Il nostro controllore-stile (Massimiliano) ci vieta di indossare magliette bianche intime di cotone che siano visibili sotto la camicia. Io e Peter, invece, rivendichiamo il diritto, morale ed estetico, non solo a indossare tali indumenti ma anche a mostrarli con orgoglio. Anzi, non solo siamo per la maglietta bianca di cotone che occhieggia fra lo scollo della camicia, ma amiamo anche quelle magliette un po' sdrucite, col pallino infeltrito e dal colore giallognolo stile mezzadro. Mai e poi mai indosseremmo magliette con collo a v, o peggio ancora, canottiere.
Per questo, abbimo deciso di fondare un'associazione (club sa troppo di forzaitalia) chiamato Orgoglio Sciatto: correte a iscrivervi.




piccoli mostri crescono

Un mese fa.
JackJack(tre anni) telefona a studio, cerca papà Peter, ma risponde al telefono Rem e gli dice:<< papà non c'è, è andato dall'ingegnere cattivissimo che non lo fa ritornare>>.
Da quel giorno per lui l'ingegnere è una entità mostruosa e cattivissima che gli ruba il papà.(anche se noi gli diciamo che no, non è vero...)

Domenica scorsa.
Piatto di orecchiette al sugo (oriecchiette di Rem, buonissime, il diametro delle orecchiette è uguale all'impronta del ditone pollice di Rem, sugo di Peter). JackJack guarda affamato il suo piatto, Rem gli dice:<<vedi? sono le orecchiette, sono le orecchie dei bambini>>.Jack Jack guarda Rem, poi me atterrito.

Domenica scorsa.
Rem prende le bacchette e si mette a suonare la batteria, non contento di aver già picchiato su grancassa, timpano, rullante, tom-tom, hi-hat, piatto ride e piatto crash, prosegue picchiando sul tavolo di acciaio e vetro, sulla sedia di legno e dulcis in fundo e con grande soddisfazione sulla coppa di cristallo. JackJack era estasiato. (io guardavo sfumare tutti i miei precetti faticosamnete dati a JackJack su come si suona SOLO sui tamburi...non sull'arredamento).

Ieri.
ricordandogli quanto sopra, la risposta di Rem è stata:<< dovevi dirlo anche a me che non si suona sulle suppellettili>>



Idraulico faidate

Tutto è cominciato mentre cercavo disperatamente di scrivere una relazione.
I pensieri continuavano a sfuggire e la mia attenzione, invece di concentrarsi sulla pagina, era tutta presa a captare un rumore di fondo. Un suono che ricordava una fontana, un gorgoglio di ruscello: lo sciacquone del bagno che perdeva.
Alla fine non ho retto più e, armato di tutti gli attrezzi reperiti in casa, ho iniziato a smontare la cassetta.
La maledetta è incastrata nel muro e per armeggiare al suo interno dovevo infilare al suo interno il braccio fino al gomito in una fessura di 15 cm per 15 cm. Dopo vari tentativi di rimettere la guarnizione a posto sono rimasto incastrato col braccio nella cassetta.
Bloccato con mezzo braccio nella parete, la faccia schiacciata sulle mattonelle, le gambe a cavallo della tazza, nella mente si sono affacciati numerosi pensieri omicidi, il primo dei quali rivolto verso lo sciacquone, il secondo verso l'idraulico che ha montato il cesso, il terzo verso chi ha sadicamente progettato una cassetta in cui la manutenzione equivale a un forma estrema di bondage.
Ho fatto un bel respiro, recuperato un po' di calma e, slogandomi il polso, ho estratto l'avambraccio.
Deciso a vendicarmi, ho pensato bene di allargare l'apertura a colpi di martello. Ho mandato in frantumi intonaco e cemento senza alcun esito. Allora ho cercato di strappare la mascherina di plastica prima con le pinze e poi, per il nervoso, con i denti con l'unico risultato di lasciare il mio calco dentale ben impresso sul bordo di plastica. Niente da fare. Ho pensato che sarei riuscito almeno a rimettere la guarnizione nella sua posizione originaria vedendo effettivamente il foro nel fondo della vaschetta che fino ad allora avevo solo tastato con le dita.
Come un dentista, ho usato uno specchietto e come torcia, non avendone una, la lampada della scrivania collegata alla presa dalla parte opposta del bagno. Ho guardato il foro, la guarnizione, ho focalizzato tutto il mio odio sul bordo metallico ma non è valso a nulla: continuava a perdere. Mentre reggevo lo specchietto la lampada mi è sfuggita di mano finendo sulla cabina doccia che si è magicamente aperta in quattro parti.
Sporco di ruggine e calcinacci, con in mano la lampada e nell'altra lo specchietto, il bagno ridotto a un cumulo di macerie, inebetito e stanco mi sono dichiarato sconfitto.
Ho rimesso tutto a posto, bloccato il galleggiate, avvitato viti e bulloni e rimesso in piedi la cabina doccia.
Nel bagno, come dopo una battaglia alla conta dei danni c'erano:
  1. uno sciacquone completamente fuori uso;
  2. le mie braccia così piene di graffi ed ematomi che se mi vedono mi mandano direttamente in comunità senza passare per il SERT;
  3. l'articolazione del gomito che ora raggiunge un innaturale angolo di rotazione.
Ci sono anche delle cose positive: adesso invece dello sciacquone uso un secchio che, essendo personalizzabile quanto a riempimento, permette di avere un controllo più ecologico del consumo d'acqua. Ma, soprattutto, la maggiore rotazione del gomito mi consente di salutare stringendo la mano stando anche di spalle. E comunque, sciacquone dico a te, hai vinto una battaglia ma la guerra è ancora aperta.


Piccoli Fragilissimi Film

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Se mi trovo in questo locale che sembra allestito per una festa di compleanno pre-adolesceziale (palloncini bianco-azzurri ovunque, anche stampati sul telo che fassbinderianamente copre il fondale) in un’ora che normalmente mi vede già nella mia fase REM profonda, il motivo c’è.
Ed è i chilometri che ho passato a far finta di correre in pineta solo per poter cantare a squarciagola mentalmente, come un mantra,

Io laaascio che le cose paaassino e mi sfiorinooo,
perchè non sono in graado di comprendeerleeee.

Se devo essere sincero, Paolo Benvegnù al primo ascolto non mi era piaciuto: troppo cerebrale, i testi surreali e articolati mi sembravano eccessivamente costruiti, la musica classicamente impostata. Poi, invece, Piccoli fragilissimi Film è diventato il sottofondo a molte, tante, delle mie giornate.
Quando l'ex frontman degli Scisma è salito sul palco mi ha dato l’impressione di un reperto anni ’80: vestito di nero, capello a caschetto con frangia basculante, baffetto e pizzetto, giacca nera lucida un po’ troppo tesa su di un ventre rilassato che spesso durante il concerto fungerà da comodo supporto alla chitarra, sgargiante cravatta rossa. Insomma un ibrido tra un Simon Le Bon versione (Please Please tell me know ) Is There Something I Should Know e un Brian Ferry un po’ laido.
Ma quando inizia a cantare tutto cambia.
Il concerto è stato intenso, adrenalinico, i pezzi precisi, taglienti, a tratti esplosivi. I nuovi brani sono complessi e, se fosse possibile, anche più belli di quelli dell’album precedente.
Benvegnù e tutti gli altri musicisti (batterista, bassista e chitarrista) non si sono risparmiati nemmeno una briciola di energia e, cosa divertente, si sono scambiati continuamente i ruoli. A un certo punto, infatti, Benvegnù è passato alla batteria mentre il batterista è passato all’organo e il bassista suonava il contrabbasso.
La palma del polistrumentista più "poli" va però al batterista: con una mano suonava la batteria mentre con l’altra l’organo e contemporaneamente cantava il controcanto.
A riprova della generosità della band, il bis è durato quanto lo spettacolo precedente, con cover, pezzi inediti e per finire una canzone degli Scisma, Troppo Poco Intelligente, che rivela tutta la vena ironica e dissacrante di un cantante solo all’apparenza troppo intellettuale.
Per chiudere il concerto, un Benvegnù in piena libera, si lascia andare a battute alla Zelig:
“Perchè, se come dice l’ex ministro Sirchia – e indica un pacchetto di sigarette – il fumo può uccidere, ricordate che il fuoco non scherza mica.”




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