Giornata concitata quella di venerdì. La mattina la passiamo a lavorare, all'ora di pranzo scappiamo via per andare a vedere la
Whitney Biennial. Lungo il tragitto ci fermiamo a mangiare un felafel al volo che, buono è buono, ma si "riproporrà" durante tutta la giornata con il suo aroma aglifico. Qui a New York tutti parlano di questa Biennale del
Whitney Museum, per la precisione ne parlano tutti male. Ma noi vogliamo stare sulla notizia e non ci facciamo scoraggiare, tanto più che parte della mostra si trova non nella sede storica del Whitney ma presso l'edificio di
Park Avenue Armory. Questa grande costruzione di mattoni rossi era la caserma del Settimo Reggimento e fu costruita tra il 1877 e il 1881 su progetto di Charles W. Clinton. Attualmente è in disuso e in attesa di restauro ma in questi giorni ospita parte della Withney Biennal. Tralasciamo la mostra e gli artisti - avevano ragione tutti, veramente dimenticabile - ma l'edificio è uno spettacolo. Entrando sembra di essere sul set di
Shining: luci soffuse, boiserie di metà ottocento elaborate e macabre, sale dei trofei con teste d'alce intagliate che ti guardano dall'alto.

Ogni stanza è diversa e ricca di atmosfera, sembra che in ogni armadio o anfratto si nasconda un fantasma. Lo spazio più teatralmente incredibile è la Drill Hall, la grande sala per le esercitazioni che è tuttora uno degli ambienti a copertura unica più grandi della città.

Particolare interessante: la mostra è gratuita e per questo si incontrano tantissimi homeless che, sacchi in spalla, seguono disciplinati le spiegazioni delle guide.
Tornati in studio continuiamo a lavorare un po' per poi uscire di nuovo alla volta di Ground Zero. Andiamo a seguire una conferenza in cui il vincitore del concorso del memorial per le vittime delle Torri Gemelle illustrerà l'evoluzione del progetto.
Il luogo della conferenza si trova in uno dei primi grattacieli ad essere stato costruito sull'area di Ground Zero, opera di SOM.

Arriviamo a Lower Manhattan e passiamo il bell'atrio dominato da una facciata blu elettrico e da grandi lettere pixelate che scorrono su una parete luminosa. L'ascensore ci porta al 45° piano: il viaggio dura 30 secondi e sembra di decollare e atterrare su un aereo, tanto che si otturano le orecchie. Quando usciamo dall'ascensore ci troviamo in un piano ancora in costruzione: mancano tutte le finiture e la struttura portante d'acciaio si vede perfettamente sotto il leggero strato di cemento spruzzato.

La conferenza, nonostante il pathos e l'importanza del progetto, è piuttosto moscia. Il progettista mostra una serie di slides che potrebbero riguardare il garage della casa di campagna della zia...
Finita l'esposizione tutti saltano in piedi e iniziano a fare ciò che per tutti i 30 minuti della conferenza avevano desiderato fare: incollarsi sulle vetrate esterne per fotografare uno dei panorami più mozzafiato che può capitare di vedere a New York. Il cielo è limpido e si vede fino a chilometri di distanza. Da un lato si vede il ponte di Brooklyn con la sua scia di macchine, dall'altro l'Empire State Building illuminato di verde, in basso il cantiere di Ground Zero.

Ci stacchiamo a forza da questa vista, è ora di tornare. Sulla strada facciamo una deviazione per cenare in un postaccio famoso per essere il regno dei taxisti pachistani. Inutile dirvi che con pochi dollari si mangia una porzione superabbondante di riso con spezzatino di pollo, verdure varie (tra cui le cosiddette
ladies' fingers o
okra, una strana verdura che ricorda un incrocio tra zucchina e peperone verde),

salsa piccante e naan, un pane schiacciato cotto sul momento sulle pareti di un forno a forma di cilindro.

(immagine via
Stella di sale )