Letture domenicali

Domenica è stata di completo relax: sveglia tardi, metropolitana fino a Central Park, pranzo a base di uova strapazzate, bacon che sembrava cuoio fritto e una montagna di patate fritte, visita fugace alla Hearst Tower di Foster, passeggiata con sosta oziosa sulle panchine del parco. Tanto per passare il tempo, ho dato un'occhiata a uno dei giornali indigeni più diffusi, il The Village Voice e le uniche cose degne di nota sono state le pubblicità che qui vi elenco:

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mi sembra un'ottima idea da esportare anche in Italia, anzi se c'è qualche volenteroso a "masturbakizzarsi" sono aperte le selezioni.

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questi sono dei classici, la chirurgia estetica tira sempre ma come non apprezzare l'efficienza e comodità del lifting da fare nella pausa pranzo?

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Questa è in assoluto la mia preferita: la faccia di lui con in mano le ciocche finte è da oscar.

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E poi dicono che gli italiani sono dappertutto: capisco Amanda Lepore, anche Michael Musto, ma DJ Scotto è un'offesa a tutti i cuochi italiani del mondo.

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questo è tutto un programma, scopriamo così anche l'esistenza del "drag dining".

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questo già dice tutto con il nome.

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A vedere questi annunci sono rimasto allibito: mentre in Italia se sei uno strafatto allucinato schizoide sei ritenuto uno sfigato, qui addirittura ti vengono a cercare e ti pagano per sottoporti a test clinici, c'è da cambiare mestiere...

Per chiudere, tanto per dimostrare che in America c'è posto per tutti e che anche se sei un'attrice con un repertorio espressivo di una melanzana, con una dizione che solo una che esce da un coma durato 7 anni può avere, che è diventata maitre à penser per un tatuaggio che ha sotto l'ombelico, che ha l'erotismo di uno stura lavandino, qui non solo ti dedicano ben due pagine ma li inzeppano pure di elogi esaltati che Meryl Streep se li sogna.
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Sabato

Lo so, da qualche giorno siamo latitanti ma sabato e domenica siamo stati sempre in giro e da lunedì siamo rinchiusi a lavorare. Ma andiamo con ordine.
Sabato mattina siamo corsi alla Deitch Gallery per vedere l'installazione di Michael Gondry ispirata al suo nuovo film. La storia di Be kind rewind si basa sull'idea di poter reinterpretare a proprio modo i film di cassetta, ottenendo tra l'altro un inaspettato successo. L'installazione ricalca esattamente la stessa idea fornendo ai visitatori tutto l'occorrente per creare il proprio personale film.
Il grande spazio della galleria è stato suddiviso in una serie di set low-low budjet nei quali ambientare la sceneggiatura di propria invenzione. All'ingresso si viene forniti di videocamera e si ha accesso a un guardaroba e a vari oggetti funzionali alla storia. C'è, per esempio, la stanza della polizia che vista da un'altra angolazione diventa la sala d'aspetto per il dottore, un stanza da letto di cui si può cambiare la carta da parati, una sala da pranzo che all'occorrenza diventa ristorante. Il set davvero geniale è rappresentato dallo scompartimento di treno che ha come finestrino uno schermo che proietta un paesaggio in movimento. Una pulsantiera permette di scegliere tra quattro tipi di esterni: città notte/giorno e natura notte/giorno. Altrettanto geniale il set per creare riprese esterne in cui un nastro rotante con attaccate macchinine viene fatto scorrere a mano di fronte alla telecamera mentre dietro scorre un video sincronizzato con la velocità della manovella. C'è poi l'immancabile macchina sventrata per le riprese dei dialoghi in automobile e una finta scala mobile in cui la sensazione del movimento è data dallo scorrere alle spalle di un video. Anche in questo caso una manopola consente di scegliere il verso di salita o di discesa.

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All'ingresso, come nel film, ci si trova in un'improvvisata videoteca in cui al posto delle cassette blockbuster ci sono i filmini ideati e girati dai visitatori della mostra. Alcuni dei titoli memorabili sono La notte delle orse mannare lesbiche, Il fantasma del garage e il classico Salviamo il mondo dal riscaldamento globale. Mentre ci aggiravamo tra i set, incuriositi ma anche vergognosi di buttarci a capofitto in un personale adattamento de Il ventre dell'architetto, c'erano decine di ragazzini adrenalinici che urlavano e saltavano da un set all'altro mimando scene di sesso di gruppo e video di rapper sconosciuti, altro che noi vecchi e finti intellettuali da strapazzo.
Usciti dalla galleria ci siamo fatti una passeggiata a Lower Manhattan. Prima sosta per vedere il famoso Century 21 Department Store, che andrebbe ribattezzato il 21th girone infernale dello shopping selvaggio.

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Scampati a orde di compratori impazziti, ci siamo diretti alla stazione dei ferryboat per Staten Island. L'idea era di fare un giro per vedere l'isola dal ferry, idea subito smorzata dalla calca incredibile.

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Risalendo per Broadway diamo un'occhiata a un anonimo Jean Nouvel.

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Di ritorno verso Greenwich Village abbiamo fatto una deviazione per vedere 40 Bond Str., l'ultima realizzazione di Herzog e de Meuron nella grande mela. Si tratta di un condominio extralusso che colpisce per la sua estetica da cioccolatino rivestito di carta stagnola dai rilessi verdi, insomma un mega aftereight, per capirci. Tutta la struttura cromata, dall'andamento asimmetrico, è rivestita da superfici di vetro verde smeraldo, le pareti del piano terra, invece, sono tamponate da lastre di metallo con motivi decorativi irregolari a sbalzo. Per finire, le cancellate che proteggono gli ingressi dei piani terra sembrano ghirigori di glassa. Decisamente un progetto difficile da definire come sobrio e minimalista.

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North, Easth, South, West

Ci svegliamo presto per andare a Grand Central Station, lì prenderemo il treno che porta direttamente a Beacon, destinazione le Riggio Galleries di Dia. La Dia Art Foundation è una delle principali istituzioni artistiche niuyorchesi che ha varie sedi sia in città che fuori. A Beacon, piccola cittadina sul fiume Hudson, a circa un'ora dalla città, si trova uno degli spazi espositivi più grandi del paese. Originariamente si trattava di una delle fabbriche della Nabisco (National Biscuit Company), poi è passata alla International Paper che nel 1999 l'ha donata alla Dia. Abbiamo prenotato una visita a un'opera unica e non avvicinabile durante le ore normali. Si tratta di North, Easth, South, West di Michael Heizer.
Il viaggio in treno è molto bello e vale anche da solo lo sforzo di una sveglia anticipata. Usciti da Harlem, il percorso si snoda tutto lungo il fiume Hudson e basta poco per essere dimenticarsi di essere a pochi minuti dalla città. La giornata è limpida, il cielo enorme ha un colore azzurro sbiadito e tutto è nelle tonalità del fango: il fiume, che in molti punti sembra una baia per quanto è ampio, gli argini, le colline, anche gli alberi.

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Questa poi, è la prima volta che saliamo su un treno americano. Le proporzioni della carrozza sono più larghe che alte, sembra una scatola di carne Montana e i finestrini sono bassi e larghi. Il controllore è una vera macchinetta e trafora biglietti a velocità supersonica. Dove passa lui lascia scie di coriandoli.
Arrivati a destinazione ci accoglie un freddo tagliente e corriamo al museo. Ci scorta all'opera di Heizer una guida vestita tutta di nero, scopriremo poi che si tratta della divisa d'ordinanza. L'opera era stata originariamente realizzata all'aperto e questa è una copia fatta nel 2002. Nel pavimento sono scavate quattro cavità di diversa forma: un cubo con un altro più piccolo scavato nel mezzo, un cono, un prisma a base triangolare che ricorda un tetto visto dal basso e, infine un cilindro. Le pareti interne delle cavità sono rivestite da spesse lastre di acciaio con una patina leggermente purpurea. Ad avvicinarsi vengono le vertigini e ci si sente pericolosamente attirati in basso, una sensazione potente e da brividi.

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Il resto della mattinata è passata tra le opere di Sol LeWitt, incredibili le pareti percorse dai suoi sottilissimi segni a matita, Donald Judd, Dan Flavin, Fred Sandback, Robert Smithson, Walter De Maria e Richard Serra. É stato emozionante muoversi tra le sue gigantesche spirali di acciaio corten per poi ritrovarsi al centro, in spazi raccolti e intimi.

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Non contenti, una volta tornati a New York abbiamo deciso di sfruttare l'entrata gratuita del venerdì sera al Moma.

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C'era una fila lunghissima per entrare ma alla fine ce l'abbiamo fatta e siamo saliti subito a vedere la mostra Design and the Elastic Mind. Inutile dirvi che l'esposizione in sé non è particolarmente interessante e che è molto meglio navigare con attenzione e tempo il fantastico sito web. Sempre al Moma facciamo un giro alla mostra Colour Chart in cui si fa fatica a gustarsi i quadri a causa della ressa. Visto che era ancora presto e vogliamo strafare, decidiamo di uscire e fare una scappata al Guggenheim dove c'è la giornata “pay what you wish”. Arriviamo e troviamo la solita fila che gira intorno all'isolato. Purtroppo dopo un quarto d'ora ci avvisano che hanno terminato i biglietti per la serata, ci toccherà tornare un altro giorno.

ps. Auguri di buona Pasqua a tutti gli Architetti e Non-architetti  SenzaTetto.



Di caserme e memorial


Giornata concitata quella di venerdì. La mattina la passiamo a lavorare, all'ora di pranzo scappiamo via per andare a vedere la Whitney Biennial. Lungo il tragitto ci fermiamo a mangiare un felafel al volo che, buono è buono, ma si "riproporrà" durante tutta la giornata con il suo aroma aglifico. Qui a New York tutti parlano di questa Biennale del Whitney Museum, per la precisione ne parlano tutti male. Ma noi vogliamo stare sulla notizia e non ci facciamo scoraggiare, tanto più che parte della mostra si trova non nella sede storica del Whitney ma presso l'edificio di Park Avenue Armory. Questa grande costruzione di mattoni rossi era la caserma del Settimo Reggimento e fu costruita tra il 1877 e il 1881 su progetto di Charles W. Clinton. Attualmente è in disuso e in attesa di restauro ma in questi giorni ospita parte della Withney Biennal. Tralasciamo la mostra e gli artisti - avevano ragione tutti, veramente dimenticabile - ma l'edificio è uno spettacolo. Entrando sembra di essere sul set di Shining: luci soffuse, boiserie di metà ottocento elaborate e macabre, sale dei trofei con teste d'alce intagliate che ti guardano dall'alto.

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Ogni stanza è diversa e ricca di atmosfera, sembra che in ogni armadio o anfratto si nasconda un fantasma. Lo spazio più teatralmente incredibile è la Drill Hall, la grande sala per le esercitazioni che è tuttora uno degli ambienti a copertura unica più grandi della città.

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Particolare interessante: la mostra è gratuita e per questo si incontrano tantissimi homeless che, sacchi in spalla, seguono disciplinati le spiegazioni delle guide.
Tornati in studio continuiamo a lavorare un po' per poi uscire di nuovo alla volta di Ground Zero. Andiamo a seguire una conferenza in cui il vincitore del concorso del memorial per le vittime delle Torri Gemelle illustrerà l'evoluzione del progetto.
Il luogo della conferenza si trova in uno dei primi grattacieli ad essere stato costruito sull'area di Ground Zero, opera di SOM.

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Arriviamo a Lower Manhattan e passiamo il bell'atrio dominato da una facciata blu elettrico e da grandi lettere pixelate che scorrono su una parete luminosa. L'ascensore ci porta al 45° piano: il viaggio dura 30 secondi e sembra di decollare e atterrare su un aereo, tanto che si otturano le orecchie. Quando usciamo dall'ascensore ci troviamo in un piano ancora in costruzione: mancano tutte le finiture e la struttura portante d'acciaio si vede perfettamente sotto il leggero strato di cemento spruzzato.

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La conferenza, nonostante il pathos e l'importanza del progetto, è piuttosto moscia. Il progettista mostra una serie di slides che potrebbero riguardare il garage della casa di campagna della zia...
Finita l'esposizione tutti saltano in piedi e iniziano a fare ciò che per tutti i 30 minuti della conferenza avevano desiderato fare: incollarsi sulle vetrate esterne per fotografare uno dei panorami più mozzafiato che può capitare di vedere a New York. Il cielo è limpido e si vede fino a chilometri di distanza. Da un lato si vede il ponte di Brooklyn con la sua scia di macchine, dall'altro l'Empire State Building illuminato di verde, in basso il cantiere di Ground Zero.

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Ci stacchiamo a forza da questa vista, è ora di tornare. Sulla strada facciamo una deviazione per cenare in un postaccio famoso per essere il regno dei taxisti pachistani. Inutile dirvi che con pochi dollari si mangia una porzione superabbondante di riso con spezzatino di pollo, verdure varie (tra cui le cosiddette ladies' fingers o okra, una strana verdura che ricorda un incrocio tra zucchina e peperone verde),

salsa piccante e naan, un pane schiacciato cotto sul momento sulle pareti di un forno a forma di cilindro.

(immagine via Stella di sale )



Cena all'americana

Ieri abbiamo passato quasi tutta la giornata a lavorare, colpa anche della pioggia che ha imperversato dalla mattina alla sera. A cena siamo stati invitati da K. che ha voluto farci provare the rrreal ammmerican fffood. Sul piatto c'era pollo arrosto (ma non era pollo, cioè a mangiarlo e a vederlo era pollo ma ci è stato assicurato che si tratta di una razza particolare sconosciuta agli europei e di cui non ricordo il nome) accompagnato da una rossissima salsa di cranberry (fatta con cranberry, mirtilli rossi americani, e succo d'arancia); smashed yellow potatoe (le yellow potatoe sono un tipo sconosciuto di patate il cui sapore e colore è un ibrido tra patata, zucca e carota); ripieno di pollo a volontà. In pratica abbiamo fatto il tipico pranzo del thanks giving a base di pollo invece del tacchino.
Per chiudere, come dessert c'era Apple crisp, un dolce semplicissimo da fare, una bomba calorica gustosissima di cui riporto la ricetta.

Apple crisp
(per 4 persone)
per la copertura:
1/2 tazza di farina 00
1/4 tazza di zucchero semolato
1/4 tazza zucchero di canna
3/4 cucchiaino di cannella in polvere
1/4 cucchiaino di noce moscata
1/8 cucchiaino di sale
6 cucchiai di burro a pezzi
1/4 tazza di noci tritate

per il ripieno
circa 1 kg di mele sbucciate e fatte a fette
un limone spremuto e la sua scorza
2 cucchiai di zucchero di canna

per accompagnare:
panna liquida/gelato alla vaniglia.

Preparazione:
preparare la copertura mescolando tutti gli ingredienti fino a che il burro è completamente assorbito dalla farina e dallo zucchero. Imburrare una pirofila con abbondante burro, versarvi il ripieno precedentemente mescolato e coprire con la copertura. Mettere in forno per una mezzora finchè le mele sono tenere e la copertura dorata.
Servire con panna liquida o gelato alla vaniglia.



Easter Bunnies


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Elefanti a Manhattan

Dopo una giornata passata a lavorare, una cena veloce a base di uova e bacon che ha fatto scattare il maledetto allarme per il monossido di carbonio, usciamo di casa con destinazione Midtown Manhattan.
Fuori dalla metropolitana ci dirigiamo verso l'uscita del tunnel dove troviamo già molta altra gente ad aspettare. Cosa? vi chiederete. Gli elefanti.
Pare che la tradizione voglia che quando il circo arriva in città gli elefanti vengano portati in parata per le strade di Manhattan seguendo un percorso che va dal tunnel di Queens Midtown attraverso la 34th fino ad arrivare a Madison Square Garden dove si trova il resto della compagnia. E siccome per far passare questi poveri elefanti devono bloccare il traffico, la parata si tiene a partire da mezzanotte e dura giusto il tempo di arrivare a destinazione.
Quando il gruppo di sette elefanti in fila indiana sbuca dal tunnel sono arrampicato sulla cancellata del ponte. In basso iniziano a sfilare uno dietro l'altro gli elefanti e sul primo in testa, addobbato con un palandrana con scritto “I love NY”, c'è una specie di domatore con cappello a cilindro. Superato il primo cavalcavia, gli elefanti si mettono in posa per le foto di rito accerchiati da una cinquantina di poliziotti in divisa e via, la marcia riprende.

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Arrivati sul rettilineo della 34th la passeggiata degli elefanti si fa sostenuta e iniziamo a rincorrere il branco con tutti i presenti. Da questo momento in poi la parata si trasforma in una competizione podistica con gente che urla incitamenti, macchine fotografiche impazzite, spettatori che inciampano e si rialzano in una gara che vede gli elefanti sempre vincitori.
Il tutto dura all'incirca un quarto d'ora durante il quale ci perdiamo con gli altri del gruppo, mi becco la macchina fotografica sul naso (e per quanto compatta fa un male cane), spintoniamo un paio di signore niuorchesi assatanate, prendiamo qualche volantino delle varie associazioni animaliste che manifestano contro la serata e degli elefanti vediamo solo le grosse chiappone che ondeggiano tra negozi illuminati a festa e grattacieli vuoti.

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Alcune foto

Per chi è curioso, qui può vedere alcune foto della parata di San Patrizio.


Alla parata di San Patrizio

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Allora, la parata funziona così: c'è tantissima gente tutta pigiata lungo la 5th Av. che si diverte un mondo a portare cappelli, collane, magliette, coccarde tutto rigorosamente verde prezzemolo. Nel mezzo della strada passano le diverse bande musicali, sbandieratori incalliti e persone qualsiasi adornate da fasce tricolori. Dopodichè tutti salutano con la manina e scoppiano urli di gioia che sembrano un ripasso delle vocali: eeeeeeeeeeeeeee, aaaaaaaaaaaaaaaaaa, ooooooooo, uuuuuuuuuu, iiiiiiiiiiii. Il tutto ritmicamente ripetuto ogni 7-10 minuti, il tempo che intercorre mediamente tra una banda e l'altra. Il clima è piuttosto militaresco e dominato dagli urli di adolescenti scatenati verdevestiti rigorosamente ubriachi già alle 10 del mattino. Il momento clou della mattinata è stato quando siamo rimasti bloccati tra la gente in una strada laterale pigiati come sardine marinate. Lì ho fatto una breve ma istruttiva lezione di parolacce ispano-americane gentilmente offerta da un arrabbiatissimo e poco irlandese operaio messicano.
Sulla via del ritorno ci siamo goduti una visita in un grande magazzino che vende solo contenitori: per l'armadio, per la cucina, per lo studio, per la camera da letto, per i rifiuti, per il bagno... il paradiso di ogni precisino


Domenica

Siamo al secondo giorno di camminate e già si fanno sentire gli acciacchi dell'età: schiena a pezzi e sciatica a go-go. Ma andiamo con ordine.
Usciamo la mattina con l'intenzione di andare a vedere il negozio di Comme des garcon dei Future system. Peccato che sia chiuso. Continuiamo verso l'Hudson e arriviamo di fronte all'edificio di Ghery. Ci piace con i suoi vetri serigrafati sfumati anche se a guardarlo da lontano sembra un enorme mont blanc (per intenderci non il monte ma il dolce alle castagne con copertura di panna montata).


Facciamo retro front, rapida fermata a casa e poi una puntatina al Liz Christie Community Garden sulla Houston St.: si tratta di uno dei primissimi giardini creati da cittadini sua aree abbandonati, un esempio di azione politica ed ecologista nella autogestione degli spazi pubblici. Per il pranzo andiamo a mangiare a Chinatown nel più lurido ristorante che abbia mai visto. In compenso le porzioni sono da minatore e il prezzo più che economico. Ritorniamo verso nord sulla Bowery destinazione the New Museum. Tralasciando la mostra dal titolo Unmonumental che definiremmo “unnecessary” nonché “uneconomic” ci aggiriamo per le scarne sale che, come scatole, sono impilate una sull'altra. Ogni piano ospita una sola sala e l'accesso è garantito da semplici scale di servizio e da due ascensori che si affacciano senza filtri sugli spazi espositivi. Durante i giri ci imbattiamo in colui il quale fino adesso ci ha ripagato di tutto il viaggio, un divo del piccolo schermo nonché personale e grandissimo maestro di vita, sto parlando di Randy, il fratello di Earl (l'attore Ethan Suplee).

Vederlo dal vivo è stato incredibile, tanto più che l'attore è identico al personaggio, cioè non è che nel telefilm si sforzino troppo di vestirlo e truccarlo, è proprio così al naturale. Dimenticavo, con lui a vedere la mostra c'era Leonardo Di Caprio, ma è un particolare secondario.
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Ancora sotto shock per l'incontro continuiamo a passeggiare fino ad arrivare al Pearl River, una specie di Standa orientale dove si può trovare il meglio/peggio mondiale della paccottiglia kitsch cinese. Dopo aver vagato tra migliaia di modelli di bacchette, lucerne di carta, pupazzetti semoventi e budda portafortuna ci siamo goduti una tazza di the in una saletta che si affaccia sugli scaffali stracolmi e sta alla stessa altezza di un enorme drago cinese appeso al soffitto e lungo quanto tutto il negozio.
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Per oggi basta, domani ci attende la parata di San Patrizio.


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