
1. Ascoli è sempre una sorpresa. Entri nella città, ti
addentri in vie e viuzze sempre col naso in su: “guarda quel palazzo, che bella
quella cornice, interessante la quinta urbana…”
E poi, all’improvviso arrivi nella Piazza del Popolo e hai davanti a te uno spettacolo unico, sempre magnifico. Questa volta il pavimento
bagnato dalla pioggia creava strani riflessi con la luce fredda del pomeriggio.
2. Sala strapiena. Ambiente familiare, sembra di stare in
facoltà a Pescara per quanti sono gli studenti che si sono spostati per
assistere alla conferenza. Che bello rivedere amici di vecchia data, A+A, D. capellone, un po’ di chiacchiere e aggiornamenti sulle ultime novità. La parte più bella della conferenza.

3. Eisenman è un po’ ingrassato dall’ultima volta che l’ho
visto a Roma. Sembra un appagato ragioniere in fase pre-pensione, non ha certo
l’aura da “archistar”. Per non parlare della conferenza. Solita solfa
sull’asservimento dell’architettura alla “visione” che dal ‘400 fino ai media
televisivi di oggi sembra aver causato
tutti i mali della disciplina. Insomma, cose che scriveva e diceva negli anni
’70, aggiornate al “nine-eleven”, come dice lui, e allo strapotere del “brand”
e dell’’”advertising”. E ancora, l’idea di “passività” che offusca la mente dei
fruitori e mina la stessa architettura che, a detta sua, può riscattarsi
attraverso una “passività non passiva, ovvero, radicale”. Per inciso, non
capisco perché un architetto debba ancora rifarsi a Heidegger, Wittgenstein o
Derrida per legittimare il proprio fare architettura. È come se uno si
vergognasse del fatto che tira su muri, costruisce pilastri, sceglie la carta
da parati o mette i cessi nelle case. Mi sembra che ogni disciplina sia un arte
quando svolge la sua funzione con onestà e intelligenza, senza scomodare
filosofi o metafisiche postmoderne. Ma è una mia opinione.
Tre i progetti
presentati: il memorial di Berlino, la Città della cultura della Galicia, a Santiago
di Compostela, e un ‘orrido, ma veramente orrido’ progetto per un concorso. Ma
dico io, invece di chiudere in bellezza, che fa, si spara la cartuccia più
moscia? Boh!
La conferenza termina
con un momento di tragicomica banalità: essendo un fan accanito di calcio (cosa
più volta ribadita nella presentazione) gli regalano una maglietta dell’Ascoli
con dietro stampato “10 EISENMAN”. E lui che fa? Salta su euforico, si toglie
il maglioncino blu e si infila a forza la maglietta, tutta strettina, aderente
aderente, sulla camicia.
Scusate ma se non è questo il sintomo del declino di
uno dei massimi esponenti dell’architettura contemporanea, allora cos’è?

4. Ancora sconvolti dall’exploit da “Sagra dell’oliva:
interviene Raul Casadei, Gigione e Peter Eisenman”, scendiamo in piazza per ripartire. Tra i ragazzi che parlottano
noto un ragazzino, bassino, tarchiatello, tutto vestito di nero, capelli
ciocche ciocche e colpi di sole, solo. È un lampo. Capisco subito che è il
figlio di Eisenman. E capisco anche che non dev’essere una vita facile essere
il figlio di un “genio”, sentirsi paraculato in diretta dal proprio genitore
perché si preferisce un incontro di fantacalcio a una partita allo stadio
(aneddoto raccontato con divertito sadismo dal padre), cercare di vivere una
vita da adolescente medio quando tuo padre per tirare una linea deve prima
citarti l’opera omnia di Deleuze e Guattari.
Lina Bo, Tadao, Owen: voi c’eravate. Che impressioni avete
avuto?