Quando le dimensioni contano

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Già in precedenza abbiamo accennato ai nostri pranzi a base di panini, ma non vi abbiamo mai specificato che tipo di "panini".
Questo che vedete in fig. 1 è un esemplare medio, dove per "medio" si deve intendere una lunghezza longitudinale non inferiore ai 27 cm e 15 cm trasversale e, importante,  con ripieno almeno a due gusti.
L'opera succitata è un esempio dell'arte paninotetica del grande e unico maestro indiscusso nel centro Italia che prende il nome di Valerio.
Valerio è per i panini quello che è stato Eiffel per l'ingegneria, Borromini per l'architettura, i Curie messi insieme per la fisica e la chimica: un talento naturale, un genio.
Valerio ha un'altezza indecifrabile, non l'abbiamo mai visto se non dietro il bancone dei salumi.
Valerio ha sempre i capelli in piega e un ciuffo sale-e-pepe cotonato ogni mattina dalla moglie parrucchiera.
Valerio è preciso: ogni volta che gli chiediamo di fare i panini ci chiede immancabilmente "Quante fette di pane?" nonostante l'evidente regola universale dei panini che recita

fette di pane = np*2 (dove la variabile np equivale al numero di panini).

Valerio quando taglia il filone di pane è più preciso di un chirurgo. Siccome il banco del pane è un po' alto, lui si mette di profilo rispetto alla pagnotta, come un arciere, e prendendo la mira, inizia un movimento oscillatorio del braccio che parte dal suo occhio e si proietta verso la fetta.
Valerio è metodico come uno svizzero: tagliate le fette le dispone in ordine crescente di grandezza sul piano di lavoro e le unge con abbondante olio nostrano (non mancando mai di far notare colore, consistenza e aroma del suddetto olio).
Valerio è imparziale come la dea bendata: ogni panino deve possedere lo stesso peso, la stessa farcitura di formaggio molle, lo stesso numero di fette di mortadella. Se un panino risulta più piccolo degli altri lui compensa in farcitura.
Valerio è il nume tutelare dello studio: per quanto incasinata e frenetica sia stata la mattinata, dopo il suo panino tutto è più facile e sereno.



Intervista doppia: AiP vs AST

Quando Marco - Architettura in Progress - ci ha contattati per un'intervista sul podcast siamo stati subito curiosi di stabilire un contatto con uno dei blogger che più ci piace seguire. L'idea dell'intervista è poi maturata in una intervista doppia su skype che si è svolta nel pomeriggio di venerdì.
Tra un rendering e un caffè, pentole sul fuoco e riflessioni a ruota libera, abbiamo chiacchierato spensieratamente di blog, facoltà e architetture preferite.
Quella che segue è la registrazione della chattata. Per chi volesse leggersela con calma, è possibile scaricare la versione pdf impaginata con bravura e infinita pazienza da Marco.


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la luce in fondo al tunnel

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Come diventare architetti famosi

Un simpatico gruppo di architetti londinesi di nome "FAT" (http://fashionarchitecturetaste.com/) ha pubblicato tempo fa (2005) 13 regole per diventare architetti famosi...
Avevo perso questo link, e ho ritrovato la traduzione sul sito di Paolo Bettini.
Riporto quel testo nella speranza di non essere denunciato...


FAT
Come diventare
architetti famosi

1 – Non c’è difficoltà a diventare famosi, ma non apettarti troppo: non ti assicurerà né la ricchezza né l’ingresso nell’alta società. Ma se proprio vuoi diventarlo, siamo qui per spiegarti come fare.

2 – Innanzi tutto va in una libreria ben fornita e compra tutte le riviste di architettura che trovi: da quelle capirai cosa NON devi fare.

3 – Ai remainders acquista un libro di architettura pieno d’illustrazioni, di almeno 10-15 anni fa: abbastanza perché gli edifici pubblicati siano completamente fuori moda e pertanto ottimi da copiare.

4 – Tornando a casa trova un nome per il tuo studio: qualcosa di incisivo, magari un po’ stupido, che però riveli pretese artistiche. Non ci sono regole precise, ma evita assolutamente “studio”, “architettura” o “urbanistica”. Il nome deve dare un’immagine di efficienza, suggerire che si trova in una zona alla moda della città e che hai dei dipendenti formidabili. Nessuno deve sapere che in realtà lavori tutto solo nella tua camera da letto.

5 – Ora che hai il nome dello studio, ti serve il primo progetto. Sarà una casa favolosa, con un nome indimenticabile: basta aggiungere la parola “casa” a una parola o frase che va per la maggiore. Se suona bene, vuol dire che va bene. Scansiona delle immagini dal libro preso ai remainders e col Photoshop combinale con altre che ti piacciono. Lavoraci su finché l’immagine ti sembra bella e credibile. Guarda che non somigli troppo alle immagini delle riviste.

6 – Ora è il momento di sviluppare la tua “mistica”. È quella, che venderai, pertanto è importantissima. Se non ti daranno da progettare nulla nei prossimi 10 anni, dovrai viverci, di quella mistica. La tua mistica è quel che dici e il modo in cui lo dici. Se sei un europeo, sei già a cavallo. Se non lo sei, fingi almeno di esserlo. La tua mistica deve sottintendere una politica rivoluzionaria e una filosofia francese (comunque evita di parlare direttamente di quest’ultime due cose, perché non interessano ad alcuno e potrebbero farti fare confusione).

7 – Per allertare le riviste devi scrivere un comunicato stampa, profuso della tua mistica, stuzzicante. E non scordare di metterci il tuo numero di telefono.

8 – Considera che ti rivolgi a dei giornalisti alla disperata ricerca di qualcosa d’interessante (l’architettura è per lo più molto noiosa). Fai dichiarazioni bizzarre, dì loro tutto quel che ritengono sbagliato, soprattutto esprimi opinioni radicali su tutti gli argomenti che affronti. Stamperanno tutto e te ne saranno grati.

9 – Manda il comunicato stampa alle riviste (i loro numeri di fax li trovi nei fascicoli che hai acquistato).

10 – Ma ancora non rilassarti. Prepara delle buste, perché nei giorni che seguono potresti essere troppo occupato a rispondere alle telefonate. Nelle buste mettici il disegno della casa, accompagnandolo con frasi ad effetto (vedi com’è stato opportuno sviluppare una “mistica”?).

11 – Tutte le volte che il telefono squilla, sai cosa fare: parla dell’incisivo nome dello studio, della tua affascinante mistica, dell’eccitante nome della casa. Quando non ti telefonano più vai all’ufficio postale a spedire le buste.

12 – Finalmente puoi rilassarti. Corri in un bar alla moda fra gli architetti (lo riconosci dal look da fabbrica riconvertita, dal costo esagerato degli snack e dai curiosi occhiali che la gente porta). Divertiti pure, ma non scordare la tua mistica. E acquista le riviste che ti pubblicano.

13 – Sii il benvenuto fra le star internazionali.


Paolo Bettini è uno che...

Paolo Bettini è un vero out-sider-radical-snob!
E' uno che nei primi anni settanta è stato piazzato nella facoltà di architettura di Pescara da Giovanni Klaus Koenig e la sua prima reazione, da Veneto, è stata quella di ubriacarsi, prendere un atlante geografico e puntare il dito indice su Tunisi per salire piano piano in direzione nord-est, sperando di incontrare questa ridente cittadina durante il tragitto.
Ha insegnato per un po' di tempo afferendo al dipartimento di "tecnologia delle costruzioni", in qualche anno di duro lavoro riesce a farsi tutto il dipartimento nemico … iniziandosi ad annoiare della sua indiscussa posizione decide di farsi nuovi nemici, cambiando disciplina e diventando un docente di progettazione. Così il nostro radical-architect, con un colpo di mano, si trasferisce al dipartimento di urbanistica e architettura (l'indimenticato D.A.U.) e qui se sono viste delle belle!
Impossibile raccontarle tutte! Ma posso farvi un breve elenco di alcuni momenti indimenticabili:

1. Le sue lezioni su Carlo Scarpa, e sull’abilità del maestro nel gioco del frisbee! Lui ha giocato veramente a frisbee con Scarpa! E nelle pause, mentre Bettini andava in cerca di qualche buona bottiglia, il maestro si dedicava all’architettura.
2. Le sue lezioni su Alvar Aalto … e soprattutto le sue fantastiche diapo 6x6 in cui si intravede il maestro finlandese nudo mentre indisturbato si godeva un tiepido sole nordico.
3. Le sue lezioni monografiche su Casa Curutchet. L’unico corso che ho seguito in cui per dieci lezioni di seguito si è parlato esclusivamente di un’opera architettonica! Con foto inedite … naturalmente.
4. Le interminabili revisioni … due o addirittura tre ore a studente, senza pausa, senza pranzo, senza bere, senza pisciare, in una piccola stanza e tutti assolutamente storditi dall’aria consumata e deviati dalla mole di informazioni e di collegamenti trasversali che venivano proposti: si passa facilmente dai disegni di Burn Hogarth alle piante di Mies per la Crown Hall, dalla pubblicità dell’antica gelateria del corso alla struttura del Madison Square Garden … e tutto seguendo il filo dello stesso ragionamento.
5. La bibliografia consigliata … assolutamente consigliata!
6. Una sua classica domanda d’esame: «… dimmi la data esatta, e l’ora esatta in cui il Movimento Moderno è morto».

Insomma Paolo Bettini è un genio, uno duro, uno cattivo!
Uno che studia (ma studia tanto! ) e che vive d’architettura di comunicazione di design;
uno che se lo incontri ad un party … te lo ricordi;
uno che ha fatto il comico al ciack e allo zelig, che ha fatto anche da spalla a Bergonzoni;
uno che è stato in Giappone e appena sbarcato è andato dal barbiere locale a farsi tagliare i capelli per sembrare giapponese;
uno che ha avuto Mario Botta come studente (a Venezia) e lo ha promosso;
uno che si è girato il mondo a spese di Benetton;
uno che ha seppellito la Barbie;
uno che ha inventato i tappi di liquirizia per le bic (perché ciucciare la plastica? );
uno che con la tessera del P.C.I. in tasca ha lavorato al Comune di Bologna;
uno che ha portato Bob Venturi a vedere le ville palladiane;
uno che Bob Venturi invita volentieri a casa sua per cena;
uno che ha un archivio di cinquecentomila diapositive di architettura;
uno che ha avuto un padre più bravo di lui;
uno che se c’è da infierire contro un indifeso non si tira indietro;
uno che prima vestiva solo Armani e ora veste solo Marlboro Country;
uno che gli fa schifo Le Corbusier anche se lo considera il suo architetto preferito;
uno che … occazzo c’è Bettini, piuttosto salto un anno e aspetto che arrivi un altro prof. per fare l’esame;
uno che si parla di lui anche se si discute di un cavallo di plastica con un pene impiantato sulla groppa!


Caccia al particolare

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Dalla scatola dei soldatini è spuntato fuori questo. A prima vista passa inosservato ma a un'attenta osservazione rivela un particolare inquietante. Indovina cosa?



Serata Mente Locale

Mercoledì serata di presentazione dell’ultimo numero della rivista Mente locale.
Bella serata, memorabile. Ma non per il bel concerto degli Iver & the Driver (lo fanno apposta a finire i pezzi esattamente quando ti iniziano a piacere? ); non per gli “squisitissimi” dolcetti di MM; non per i monologhi del prim’attore (per il quale ci sarebbero voluti i sottotitoli); non per le insistenti battutte sui calvi (sono calvo e come tutti i calvi, non trovo per niente divertenti le battute sui calvi a meno che non le faccia io stesso); non per gli ospiti scomparsi né per per quelli presenti.
Niente di tutto questo. La serata rimarrà indimenticabile per un solo particolare: il vestito della presentatrice.
Dal basso verso l’alto: sandalo nero, tatuaggio sulla caviglia sinistra, fuseaux nero, toppino (non so come si chiama, mi manca il lessico sartoriale) nero, bolerino di pelo di furby fucsia, ma, soprattutto - il particolare indelebile - un indumento ibrido a metà strada tra un pantaloncino nero e una gonna fucsia.
Questo capo era esattamente e letteralmente l’accoppiata di queste due metà di indumenti unite per l’asse di simmetria verticale della bella ragazza.
Il risultato, ancorchè stravagante, era piuttosto imbarazzante perché, parlando in termini architettonici, il nodo strutturale, la giunzione, il sistema connettivo delle due parti non era proprio felicissimo, diremmo “poco studiato”, e  provocava, all’alteza del cavallo, un rigonfiamento - “pacco”- simile a quello che in un neonato denota un pannolone extraassorbente, ma che nel caso di una leggiadra donzella ha l’effetto di una protuberanza inquetante quanto ipnotizzante.
Così ipnotizzante da distrarre l’attenzione da tutto ciò che avveniva nel frattempo sul palco e da rimanere un interrogativo indelebile nella vita di molti dei presenti.
(citazione da Clerks 2: "It’s disgusting and repulsive. But I can’t  look away!")




Metabolismo

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Mentre mangiavamo il nostro solito panino, disquisivamo di diete e metabolismi vari e siamo arrivati alla conclusione che è la sedentarietà da autocad/photoshop/rhino/illustrator la causa principale della nostra strabordante pancetta, da cui, parafrasando il titolo di un noto film, “La panza dell’architetto”.


Una botta e via

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Sabato si è tenuta in facoltà una conferenza dell’esimio maestro Mario Botta, il quale ha presentato la sua ultima creazione, un “dono” per la comunità di Sambuceto: la nuova e segretissima chiesa di San Rocco.
In realtà l’evento della mattinata non era la conferenza in sé (del resto Botta non è certo un architetto sulla cresta dell’onda) ma l’annunciata manifestazione di protesta dei fedeli sambucetesi, incavolati per non esser stati interpellati sulla decisione di abbattere e ricostruire in altro luogo l’amata parrocchia.
(Piccola digressione: ma come facevano i parrocchiani a non sapere nulla se già nel 2004 era stato fatto un concorso – Tetraktis, per chi se lo ricorda – che già dava per assodato l’abbattimento della chiesa e la costruzione in sua vece del nuovo municipio? E che fine ha fatto quel concorso se poi di punto in bianco spunta Botta a progettare la piazza? Chi progetterà il nuovo municipio? )
Arrivato tardi e pertanto perse le prime battute dell’incontro, sono rimasto amaramente deluso.
Mi aspettavo cori da stadio, fedeli incatenati alle poltrone rosse della sala, pie donne inneggianti slogan di protesta del tipo “SVIZZERO: NO GRAZIE!”, oppure “GESÙ GIUSEPPE E MARIA, ALLONTANATE BOTTA DALLA CHIESA MIA”, o ancora “A BOTTA RISPOSTA: Giù LE MANI DALLA PARROCCHIA”.
Niente di tutto questo.
La conferenza si è svolta in assoluta tranquillità seguita da un civile ed emozionato intervento di un solo sambucetese.
Del resto, come si fa ad attaccare uno che sembra la nonnina di Heidi? A Botta, con quella capigliatura bianca cotonata, gli occhialetti, la camicia senza collo e la sciarpetta, manca solo il riflessante azzurro nei capelli per essere identico a mia nonna.
E poi, ha parlato con pacatezza, semplicità, ha spiegato i suoi progetti con la partecipazione di un artigiano.
Insomma, sarà anche un po’ old-style, ma il suo lavoro lo sa fare.
La conferenza è stata tutta un susseguirsi di sue architetture religiose che poi sono culminate, guarda caso, nel capolavoro di Sambuceto, il quale si è rivelato la classica “chiesa alla Botta” di cui vi do ora la ricetta:

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“Chiesa alla Botta” (per 500 persone)
ingredienti:
    1 monografia di Khan da tenere sott’occhio;
    1 manciata di forme geometriche regolari;
    svariate tonnellate di mattoni o, se non ne avete in casa, di Lecablock bicromi;
    1 spolverata di polvere dorata per decorare.

Esecuzione:
prendete la vostra figura geometrica prescelta (quadrato, esagono, cerchio a vostro     piacimento), disponetela in pianta ed estrudetela verso l’alto. Io ho usato SketchUp     ma Rhino o Autocad andranno bene lo stesso.
Estrudetela rispetto al piano di imposta secondo un asse ortogonale o inclinato a         seconda di quanto vi sentite “moderni” in quel momento.
Tagliate, incidete e sagomate la parte superiore del prisma ottenuto in modo tale da     ottenere una figura diversa da quella di partenza, per es. quadrato-cerchio,                 cerchio-ellisse, quadrato-croce, come nel caso di Sambuceto.
Ricoprite di mattoni e la chiesa è servita.

Ora, tornando al progetto, il problema non risiede tanto nella chiesa, che di per sé è anche interessante, ma nell’impianto generale che vuole esaltare, connettendoli fisicamente, i due virtuali centri cardinali del paese, quello sacro della chiesa e quello profano del municipio.
Il piano, infatti, prevede una piazza ellittica di fronte al nuovo municipio che si collega con un ampio percorso pedonale alla nuova chiesa passando sotto la trafficata via Tirino.
(A proposito del sottopasso, Botta ha esclamato: “Se non c’era il sottopasso io nemmeno accettavo di fare il progetto!” come se attraversare la strada sulle strisce pedonali fosse un insulto all’architettura bottiana.)
Il fatto è che se fossi stato io il parroco, col cavolo che mi facevo rifilare quel campetto su via Tirino a due passi dalla attuale piazza principale la cui importanza è data (altro che futuro nuovo municipio) dal mercato settimanale che vi si svolge e dall’edicola dove tutti i pescaresi vanno in incognito a comprare le riviste sporche.
Se proprio avessi dovuto scegliere un’area, l’avrei certamente presa vicino al vero centro cittadino, il cuore pulsante della rinascita culturale ed economica sambucetese: l’Auchan.
Anzi, per dirla tutta, avrei scelto un bel terreno a metà strada tra l’Auchan e l’Ipercoop, così sai quanti fedeli finalmente in chiesa la domenica. Inoltre, basta col vecchio nome di San Rocco, solo Madonna ormai si può permettere di chiamare il figlio così. Avrei scelto qualcosa di più moderno, che so, qualcosa tipo “Nostra Signora del 3+2” o “ Il Sacro Mall dello Shopping Celeste”.





Ritorno a Pescara

Siamo tornati a casa dopo un viaggio travagliato di oltre dieci ore. Passare da una temperatura media di -3 a +15 ci ha provocato uno shock termico non indifferente: alla stazione sembravamo due eschimesi sbarcati in una località dei tropici. A Massimiliano mancavano solo i paraorecchi e l’arpione e a me la slitta con gli husky per esprimere chiaramente tutto il nostro stato di estraneità, interiore ed esteriore, al luogo d’arrivo. Questo è l’effetto di quindici giorni passati a NY.
Più che una ridente cittadina dell’adriatico, Pescara col suo clima equatoriale, l’umidità relativa al 90 %, la leggera foschia data dal calore misto smog, la distesa di costruzioni basse (dopo NY, tutto è “basso”) mi ha fatto venire in mente Beirut.
Sia chiaro, non sono mai stato a Beirut ma l’immagino così: sonnacchiosa, calda, afosa, assediata.
La prima impressione percepita è quella di uniformità: qui tutti sembrano simili, di altezza media, vestiti mediamente, i ragazzi tutti cloni degli stessi modelli televisivi (le ragazze con i capelli lisci, un orecchino di plastica colorata a un lobo, la cintura di strass, i jeans stretti stretti che vanno di moda e non fa niente se ti fanno il sederone; i ragazzi dai capelli irti di gel, dall'innaturale colorito U.V.A, il giubottino col collo di pelliccia, le scarpe argentate e le sopracciglia rigorosamente depilate).
È difficile evitare l’impressione di normalizzazione quando fino a qualche ora prima hai viaggiato in un vagone della metro dove il numero di etnie è pari a quello dei posti a sedere, per non parlare dei posti in piedi. Trovi limitante il fatto di poter scegliere solo tra involtini primavera, kebab e arrosticini quando in un isolato a Greenwich Village ci sono più cucine tipiche che seggi alle nazioni unite.
Forse è per questo che da quando siamo arrivati mi sono rintanato in casa ed evito di guardare fuori dalla finestra. Non riesco ancora a riprendere i ritmi pescaresi, vado a dormire alle quattro di notte e mi sveglio alle undici del mattino. Ora che ci penso, anche prima avevo orari un po’ sballati e questo mi porta a una fatale e illuminante considerazione: non avevo il bioritmo fuori fase, semplicemente è sempre stato sintonizzato su New York e non lo sapevo.




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