Avremmo voluto parlarvi delle peregrinazioni in giro per la città con -11 gradi di temperatura, della visita al Whitney, alla Morgan Library con la nuova ala di Renzo Piano, al PS1 dove ci siamo congelati aspettando il tramonto nella Turrel's room, della cena con risotto e crostata, del lavoro frenetico per cercare di chiudere... ma troppe cose da fare prima di lasciare New York per l'Italia.
Busy days
30 January, 2007, 4:26 pmManhattan Party
28 January, 2007, 4:55 pm
Interno newyorkese, luci soffuse, musica di sottofondo, candele e fiori sparsi ad arte. Sembra di essere in un film di Woody Allen. I personaggi sono quelli: artisti, poeti, attori, curatori d’arte, giornalisti, qualche medico e… noi.
All’inizio ci sentiamo a disagio, come pesci fuor d’acqua, anche perché l’età media è quella di Allen, appunto, sui settant'anni. In realtà abbiamo chiacchierato con tutti bevendo vino californiano e mangiando sushi vegetariano. Mortale l’insalata condita con una salsa al limone e aglio. Massimiliano per sbaglio l’ha mangiata e appena ha aperto bocca ha sparato un’alitata che ha fatto girare sconvolti tutti i vicini. Per fortuna che un bel sorso di vino ha smorzato l’effetto sulfureo del condimento sennò addio resto della serata.
In generale gli americani con cui conversiamo sono subito accoglienti. Appena sanno che veniamo dall’Italia iniziano a cercare immancabilmente di parlare italiano, se va bene, o, in alternativa, spagnolo, portoghese e francese. Finita la sequenza di “buonna serrra”, “como sta”, “spagheddi” e “vorei un capuccino” si passa alla sezione “vacanze” con l’enumerazione di tutte le località visitate in una vita. Solo dopo questa trafila si inizia a parlare come le persone normali in modo più comprensibile. E tutto questo si è ripetuto ogni volta che abbiamo attaccato a parlare con qualcuno.
Durante la serata abbiamo conosciuto uno scultore/attore, tipo alla redford, un po’ cowboy (secondo me un gigolò) che ci ha raccontato di aver avuto una compagna che viveva in un trullo (pensa un po’), una ex infermiera che ci ha terrorizzato sulla pericolosità di Brooklyn (“quando uscite dalla metropolitana fiondatevi nel museo senza guardare nessuno. Non fate capire che siete turisti. Niente cartine o guide turistiche. E se vi fermano per strada guardateli fissi negli occhi – e faceva con due dita a V tipo serpente - pssss psss – per chi non lo avesse capito psss psss è il sibilo del serpente) e così, en passant, ci ha raccontato di aver deciso di avere un figlio da sola ad età avanzata ( mi ha bisbigliato qualcosa all’orecchio, allora io ho detto se poteva ripetere e lei scandito la frase: “ho usato LO SPERMA DI UN DONATORE” provocandomi l’inghiottimento del nocciolo di oliva che avevo in bocca); una simpaticissima fumettista che realizza cartoni animati (è stata un anno a studiare a Roma e parla un italiano praticamente perfetto, sconvolgente se si pensa che manca dall’Italia da vent’anni! ); una poetessa canadese (io immaginavo che le poetesse fossero un po’ tutte anzianotte, vestite di tweed, con i baffi grigi, e invece questa poteva essere la sorella minore di Edwige Fenech); una altolocata signora bionda che, o ha trent'anni e alle spalle un’adolescenza passata tra droghe e alcool, oppure ha ottant'anni e il miglior chirurgo estetico del mondo.
C’è anche un altro italiano, un "artista", fondamentalmente un imbucato, che, appena arrivato si è fiondato sul buffet, si è stappato una bottiglia di vino, si è seduto e ha spazzolato tutto quello che aveva davanti. Appena ha finito se n’è andato, non prima però di aver fatto vedere a tutti l’ultima sua opera che ha provocato nei presenti il più ricco campionario di espressioni facciali ipocriti che mi sia mai capitato di vedere (excellent, amazing, wonderful, incredible…)
Colazione da MoMA
27 January, 2007, 7:07 am
Dobbiamo far presto, abbiamo un appuntamento davanti al Moma con S., un amico di Massimiliano, giusto per l’ora di pranzo.
Spiego l’antefatto. Massimiliano, che normalmente centellina le sue apparizioni sul blog di AST, è un appassionato frequentatore di Flickr: anima gruppi, crea categorie, mette più commenti lui in giro che un filologo germanista sulla bibbia di Gutemberg. Tra i tanti suoi contatti flickeriani, e sono innumerevoli, più di quanti se ne possano contare in un’agenda Moleskine, c’è S., che lavora a due passi dal Moma e, grazie ai rapporti della sua società col museo (leggi “donazioni di svariati milioni…”) beneficia di ingressi omaggio. Così, invece di incontrarci e scambiare due chiacchiere per la strada passeggiamo per le sale del museo tra Picasso, Manet, Jasper Johns e Bill Viola.

S., originario dell’Abruzzo, si è trasferito a New York dieci anni fa, dopo aver conosciuto la sua compagna e ora si divide tra Roma, dove la sua ragazza ama vivere, e Manhattan, dove, invece, lui ama lavorare.
Gli chiedo come viva questa vita con due velocità, abitudini romane e tempi di lavoro newyorkesi, e mi risponde che a volte, quando è sotto consegna, rimane chiuso per giorni in casa, senza mai mettere il naso fuori dalla porta e proprio non si accorge di essere a Roma. Roma gli piace. Gli piace il verde, le passeggiate nel centro storico, le gite in bicicletta ma per il lavoro non va bene.
– Qui a New York – dice – se ti finisce l’inchiostro della stampante la domenica sera, sai sempre che c’è un posto dove puoi andare a prenderlo. A Roma, invece, i negozi chiudono all’ora di pranzo. Ma come si fa a chiudere all’ora di pranzo! –
S. i ritmi di New York li ha ormai metabolizzati. Mentre ci descrive il suo lavoro ci tempesta di domande sulla situazione a Pescara, il lavoro di architetti, i progetti, le amicizie che scopriamo di avere in comune, i posti da vedere o da evitare, commenta i quadri che ci sono attorno e si sposta da una sala all’altra. Ci fermiamo davanti a una delle tante fenditure che aprono gli ambienti del museo alla città, o per meglio dire, fanno sembrare alcune vedute di New York come delle opere esposte e guardiamo fuori.
– A volte – dice – questa città mi sembra come un motore sempre in funzione e noi tutti siamo come l’olio che fa girare continuamente gli ingranaggi. Anche Roma è un motore, solo che è ingrippato. –
Ci lasciamo con l’impegno di rivederci ancora prima di partire, scappa per tornare a lavoro mentre noi continuiamo la nostra visita con calma. L’edificio, progettato da Yoshio Taniguchi e vincitore di un concorso internazionale, mi sembra ben riuscito. Muoversi tra le sale è piacevole, il percorso semplice e lineare, belli gli squarci tra i piani che permettono di traguardare dall’ultimo livello il grande atrio al piano terra. I pavimenti sembrano galleggiare nell’aria e la luce, proveniente dai molti pozzi di luce e dal giardino interno, pervade tutti gli ambienti.

Usciamo dal museo poco prima che chiuda. Prendiamo la metropolitana diretti a casa dove ci aspetta un “party”.
Spiego l’antefatto. Massimiliano, che normalmente centellina le sue apparizioni sul blog di AST, è un appassionato frequentatore di Flickr: anima gruppi, crea categorie, mette più commenti lui in giro che un filologo germanista sulla bibbia di Gutemberg. Tra i tanti suoi contatti flickeriani, e sono innumerevoli, più di quanti se ne possano contare in un’agenda Moleskine, c’è S., che lavora a due passi dal Moma e, grazie ai rapporti della sua società col museo (leggi “donazioni di svariati milioni…”) beneficia di ingressi omaggio. Così, invece di incontrarci e scambiare due chiacchiere per la strada passeggiamo per le sale del museo tra Picasso, Manet, Jasper Johns e Bill Viola.

S., originario dell’Abruzzo, si è trasferito a New York dieci anni fa, dopo aver conosciuto la sua compagna e ora si divide tra Roma, dove la sua ragazza ama vivere, e Manhattan, dove, invece, lui ama lavorare.
Gli chiedo come viva questa vita con due velocità, abitudini romane e tempi di lavoro newyorkesi, e mi risponde che a volte, quando è sotto consegna, rimane chiuso per giorni in casa, senza mai mettere il naso fuori dalla porta e proprio non si accorge di essere a Roma. Roma gli piace. Gli piace il verde, le passeggiate nel centro storico, le gite in bicicletta ma per il lavoro non va bene.
– Qui a New York – dice – se ti finisce l’inchiostro della stampante la domenica sera, sai sempre che c’è un posto dove puoi andare a prenderlo. A Roma, invece, i negozi chiudono all’ora di pranzo. Ma come si fa a chiudere all’ora di pranzo! –
S. i ritmi di New York li ha ormai metabolizzati. Mentre ci descrive il suo lavoro ci tempesta di domande sulla situazione a Pescara, il lavoro di architetti, i progetti, le amicizie che scopriamo di avere in comune, i posti da vedere o da evitare, commenta i quadri che ci sono attorno e si sposta da una sala all’altra. Ci fermiamo davanti a una delle tante fenditure che aprono gli ambienti del museo alla città, o per meglio dire, fanno sembrare alcune vedute di New York come delle opere esposte e guardiamo fuori.
– A volte – dice – questa città mi sembra come un motore sempre in funzione e noi tutti siamo come l’olio che fa girare continuamente gli ingranaggi. Anche Roma è un motore, solo che è ingrippato. –
Ci lasciamo con l’impegno di rivederci ancora prima di partire, scappa per tornare a lavoro mentre noi continuiamo la nostra visita con calma. L’edificio, progettato da Yoshio Taniguchi e vincitore di un concorso internazionale, mi sembra ben riuscito. Muoversi tra le sale è piacevole, il percorso semplice e lineare, belli gli squarci tra i piani che permettono di traguardare dall’ultimo livello il grande atrio al piano terra. I pavimenti sembrano galleggiare nell’aria e la luce, proveniente dai molti pozzi di luce e dal giardino interno, pervade tutti gli ambienti.

Usciamo dal museo poco prima che chiuda. Prendiamo la metropolitana diretti a casa dove ci aspetta un “party”.
to be contunued...
Di ponti e spirali
26 January, 2007, 1:32 am
Giornata impegnativa: mattinata a lavoro con A. e poi via, per le strade a rubare i raggi di un sole caldo come non ne avevamo visto da quando siamo arrivati.
Scendendo per Broadway ci fermiamo all’Apple Store a Soho tanto per gustare la differenza con quello già visto. Stessa scena ma questa volta lo spazio è più arioso e meno oppressivo, resistiamo un po' di più anche perché Massimiliano decide di acquistare la ram per il suo mac.
Riprendiamo la passeggiata ed entriamo da Prada. Ovviamente non ci sfiora nemmeno l’idea di fare acquisti ma ci giriamo intorno alla ricerca di dettagli e materiali sotto lo sguardo costante di venditori elegantissimi e azzimati.
Scendendo oltre, seguendo Lafayette av., arriviamo a Chinatown che ci coglie un certo languorino. Entriamo nella peggiore bettola che ci capita a tiro e scopriamo perché tutti a NY vengono da queste parti per mangiare: solo due dollari per un involtino primavera e una porzione industriale di riso alla cantonese. Mangiamo in piedi tra anziani cinesi che sembrano degli ulivi secolari per quanto sono storti e artritici.
Completamente ristorati affrontiamo finalmente il ponte di Brooklyn e lo spettacolo è esaltante: dall’alto del deck si riesce a catturare con un solo colpo d’occhio lo skyline di Manhattan. La passeggiata sul ponte dura una mezzoretta, più che altro per il tempo passato a fare infinite foto o ad aiutare altri turisti che decidono immancabilmente di farsi immortalare con lo sfondo della città.

È ancora presto e spinti dall’adrenalina provocata dalla vista del panorama (o più probabilmente dal glutammato di sodio del cinese) prendiamo la metro e arriviamo al Guggenheim decisi a entrare e visitare la mostra Spanish paintings. El Greco to Picasso. All’interno il museo è spettacolare: sembra di vorticare e si è completamente presi dall’onda ascensionale generata dalla spirale. La mostra è interessantissima, svela ascendenze e influenze delle pittura seicentesca su tutta l’arte del novecento ma basta girarsi verso lo spazio centrale per dimenticarsi di tutto.
Non si può resistere alla tentazione di affacciarsi sul grande vuoto per scorrere il nastro inclinato del parapetto e la gente che si muove per le gallerie. È uno spazio complesso e disorientante per l’assenza di punti di vista predefiniti e prospettive imposte. Il movimento è centripeto e tutto è attirato verso il cuore del vuoto centrale. Un vero capolavoro che verrebbe voglia non si arrestasse al quinto livello ma continuasse a crescere verso l’alto, all’infinito.
Scendendo per Broadway ci fermiamo all’Apple Store a Soho tanto per gustare la differenza con quello già visto. Stessa scena ma questa volta lo spazio è più arioso e meno oppressivo, resistiamo un po' di più anche perché Massimiliano decide di acquistare la ram per il suo mac.
Riprendiamo la passeggiata ed entriamo da Prada. Ovviamente non ci sfiora nemmeno l’idea di fare acquisti ma ci giriamo intorno alla ricerca di dettagli e materiali sotto lo sguardo costante di venditori elegantissimi e azzimati.
Scendendo oltre, seguendo Lafayette av., arriviamo a Chinatown che ci coglie un certo languorino. Entriamo nella peggiore bettola che ci capita a tiro e scopriamo perché tutti a NY vengono da queste parti per mangiare: solo due dollari per un involtino primavera e una porzione industriale di riso alla cantonese. Mangiamo in piedi tra anziani cinesi che sembrano degli ulivi secolari per quanto sono storti e artritici.
Completamente ristorati affrontiamo finalmente il ponte di Brooklyn e lo spettacolo è esaltante: dall’alto del deck si riesce a catturare con un solo colpo d’occhio lo skyline di Manhattan. La passeggiata sul ponte dura una mezzoretta, più che altro per il tempo passato a fare infinite foto o ad aiutare altri turisti che decidono immancabilmente di farsi immortalare con lo sfondo della città.

È ancora presto e spinti dall’adrenalina provocata dalla vista del panorama (o più probabilmente dal glutammato di sodio del cinese) prendiamo la metro e arriviamo al Guggenheim decisi a entrare e visitare la mostra Spanish paintings. El Greco to Picasso. All’interno il museo è spettacolare: sembra di vorticare e si è completamente presi dall’onda ascensionale generata dalla spirale. La mostra è interessantissima, svela ascendenze e influenze delle pittura seicentesca su tutta l’arte del novecento ma basta girarsi verso lo spazio centrale per dimenticarsi di tutto.
Non si può resistere alla tentazione di affacciarsi sul grande vuoto per scorrere il nastro inclinato del parapetto e la gente che si muove per le gallerie. È uno spazio complesso e disorientante per l’assenza di punti di vista predefiniti e prospettive imposte. Il movimento è centripeto e tutto è attirato verso il cuore del vuoto centrale. Un vero capolavoro che verrebbe voglia non si arrestasse al quinto livello ma continuasse a crescere verso l’alto, all’infinito.
Sleepwalkers
25 January, 2007, 5:01 am
Da casa decidiamo di fare una passeggiata fino al MoMA. Sono all’incirca quattro chilometri ma ne valgono la pena.
La Settima Av. è caotica, piena di gente, negozi e fastfood di tutti i tipi, ma soprattutto è viva. Nel tragitto facciamo un salto da Macy’s, uno dei grandi magazzini più imponenti della città ma scappiamo subito inseguiti da aggressivi promoter di profumi. Questa sera è piacevole camminare per le strade della Settima e della Sesta, c’è meno gente e anche se fa freddo non c’è vento.
Nella sottile lama di cielo che si intravede tra i palazzi ogni tanto si vede l’Empire State Building e ci ripromettiamo di andare fin su per vedere NY non più con la testa piegata all’insù ma dall’alto verso il basso.
Finalmente arriviamo al MoMa che fa buio, il momento ideale per vedere le proiezioni di Doug Aitken. Il progetto, dal titolo Sleepwalkers, Sonnambuli, consiste in cinque filmati proiettati in parallelo su altrettante facciate esterne del museo. Non vi nascondo che è stata un’emozione profonda.

I video sono bellissimi. Interpretati da cinque attori (Tilda Swinton, Cat Power, Donald Sutherland, Seu Jorge, Ryan Donowho) raccontano per immagini la giornata di cinque personaggi newyorkesi che, presi dalle attività quotidiane, raggiungono stati onirici e surreali.
È emozionante vedere queste immagini, quasi sempre primi piani e dettagli al limite dell’astrattismo, proiettati e centuplicati sulle facciate del museo. Capita così di notare tra i palazzi lo sguardo sognante di Cat Power o scorgere riflesso sul curtain wall di un edificio il volto inquietante di Tilda Swinton. È forte il contrasto tra la città e i video, le facciate adiacenti sembrano indifferenti alle storie narrate così come lo sono per le vite dei migliaia di passanti. Le immagini parlano di New York e le strade ricambiano creando la colonna sonora perfetta.
La percezione cambia totalmente con le superfici su cui avviene la proiezione. Sul lato cieco si apprezza di più la narrazione del video, nel giardino del museo la qualità delle immagini cambia radicalmente. Le pareti sono completamente trasparenti e le immagini proiettate si fondono con le sale del museo e la gente che è dentro. Dall’esterno non si capisce più se si stia assistendo a una proiezione o se si stia guardando attraverso la superficie del vetro, scrutando la vita della gente che, suo malgrado, è diventata parte del film che si gira quotidianamente nella città. Un forte ribaltamento, uno spiazzamento dello sguardo.
Per chiudere, una nota divertente: la troupe di una televisione brasiliana ci ha ripreso mentre guardavamo i video. Ci hanno fatto star fermi mentre ci riprendevano da diverse angolazioni e poi ci hanno anche intervistati!
– Che ne pensate del fatto di proiettare i video sulle pareti esterne e costringere la gente a stare al freddo? – ha chiesto l’intervistatrice.
– I video sono così belli e le sensazioni così intense che ci si dimentica del freddo – ho risposto mentre saltellavo sul posto cercando di riscaldarmi le chiappe ormai congelate.
La Settima Av. è caotica, piena di gente, negozi e fastfood di tutti i tipi, ma soprattutto è viva. Nel tragitto facciamo un salto da Macy’s, uno dei grandi magazzini più imponenti della città ma scappiamo subito inseguiti da aggressivi promoter di profumi. Questa sera è piacevole camminare per le strade della Settima e della Sesta, c’è meno gente e anche se fa freddo non c’è vento.
Nella sottile lama di cielo che si intravede tra i palazzi ogni tanto si vede l’Empire State Building e ci ripromettiamo di andare fin su per vedere NY non più con la testa piegata all’insù ma dall’alto verso il basso.
Finalmente arriviamo al MoMa che fa buio, il momento ideale per vedere le proiezioni di Doug Aitken. Il progetto, dal titolo Sleepwalkers, Sonnambuli, consiste in cinque filmati proiettati in parallelo su altrettante facciate esterne del museo. Non vi nascondo che è stata un’emozione profonda.

I video sono bellissimi. Interpretati da cinque attori (Tilda Swinton, Cat Power, Donald Sutherland, Seu Jorge, Ryan Donowho) raccontano per immagini la giornata di cinque personaggi newyorkesi che, presi dalle attività quotidiane, raggiungono stati onirici e surreali.
È emozionante vedere queste immagini, quasi sempre primi piani e dettagli al limite dell’astrattismo, proiettati e centuplicati sulle facciate del museo. Capita così di notare tra i palazzi lo sguardo sognante di Cat Power o scorgere riflesso sul curtain wall di un edificio il volto inquietante di Tilda Swinton. È forte il contrasto tra la città e i video, le facciate adiacenti sembrano indifferenti alle storie narrate così come lo sono per le vite dei migliaia di passanti. Le immagini parlano di New York e le strade ricambiano creando la colonna sonora perfetta.
La percezione cambia totalmente con le superfici su cui avviene la proiezione. Sul lato cieco si apprezza di più la narrazione del video, nel giardino del museo la qualità delle immagini cambia radicalmente. Le pareti sono completamente trasparenti e le immagini proiettate si fondono con le sale del museo e la gente che è dentro. Dall’esterno non si capisce più se si stia assistendo a una proiezione o se si stia guardando attraverso la superficie del vetro, scrutando la vita della gente che, suo malgrado, è diventata parte del film che si gira quotidianamente nella città. Un forte ribaltamento, uno spiazzamento dello sguardo.
Per chiudere, una nota divertente: la troupe di una televisione brasiliana ci ha ripreso mentre guardavamo i video. Ci hanno fatto star fermi mentre ci riprendevano da diverse angolazioni e poi ci hanno anche intervistati!
– Che ne pensate del fatto di proiettare i video sulle pareti esterne e costringere la gente a stare al freddo? – ha chiesto l’intervistatrice.
– I video sono così belli e le sensazioni così intense che ci si dimentica del freddo – ho risposto mentre saltellavo sul posto cercando di riscaldarmi le chiappe ormai congelate.
Lower Manhattan
24 January, 2007, 5:09 am
Lunedì niente musei, anche perché la maggior parte sono chiusi. Così ci siamo diretti verso sud con l’intenzione di raggiungere ground zero. Il grande cratere è semplicemente transennato, non c’è retorica o sentimentalismo, solo una grande voragine e tutt’intorno edifici nuovissimi o ancora in ricostruzione. Dal World Financial Center si riesce a vedere dall’alto il tutto mentre alle nostre spalle suonano musica country di fronte a un esiguo pubblico di turisti inebetiti dal gran caldo della hall con tanto di palme caraibiche.

Proseguiamo facendo un pezzo di waterfront, davvero suggestivo al tramonto, e poi ci dirigiamo attraverso Fulton St. verso il lato est di manhattan. Dal Pier 17, attrazione, o per meglio dire, macchina cattura turisti, si vede con un colpo d’occhio il fronte della città con i suoi grattacieli e le vecchie catapecchie a tre piani. Tutta la zona è caratterizzata da questi incredibili contrasti: alto/basso, lussuoso/povero, nuovo/decrepito.

Dall’estremità del molo si può vedere il ponte di Brooklyn che collega l’isola di Manhattan con l’altra parte di città. Cerchiamo il punto per salire e attraversare il ponte ma si fa tardi, è una passeggiata che faremo un altro giorno.

Proseguiamo facendo un pezzo di waterfront, davvero suggestivo al tramonto, e poi ci dirigiamo attraverso Fulton St. verso il lato est di manhattan. Dal Pier 17, attrazione, o per meglio dire, macchina cattura turisti, si vede con un colpo d’occhio il fronte della città con i suoi grattacieli e le vecchie catapecchie a tre piani. Tutta la zona è caratterizzata da questi incredibili contrasti: alto/basso, lussuoso/povero, nuovo/decrepito.

Dall’estremità del molo si può vedere il ponte di Brooklyn che collega l’isola di Manhattan con l’altra parte di città. Cerchiamo il punto per salire e attraversare il ponte ma si fa tardi, è una passeggiata che faremo un altro giorno.
Glitter and Doom
23 January, 2007, 5:27 pmDomenica mattina. Usciamo di casa diretti verso il Metropolitan (o come lo chiamano qui “met”) con l’intenzione di passarci gran parte della giornata. Appena usciti dalla metropolitana ci accoglie un vento siberiano come mai avevo incrociato. La faccia diventa un budino al crem caramel e le orecchie rimangono attaccate al cranio solo grazie al cappello.
Mentre cerchiamo di apparire disinvolti nel nostro stato di ibernazione semovente ci superano da destra e da sinistra orde di indigeni che fanno footting diretti a central park. Allibiti decidiamo di fare un salto di fronte al Guggenhei giusto il tempo di scattare qualche foto prima di perdere falange, falangina e falangetta. Prima sorpresa: l’esterno del museo di Wright è in restauro.

Poco male. Scappiamo come dei pinguini verso il Metropolitan nella speranza di scongiurare l’assideramento.
Il “met” è uno dei pochi musei di NY dove si entri gratuitamente. Veramente ognuno può dare quanto vuole ma nelle biglietterie la frase “as you wish” è scritta piccolissima e tutti ci cascano.
La collezione è molto bella, spiccano Picasso, Van Gogh, Monet, solo per citarne alcuni. Molto bella la sala che ospita la ricostruzione di un piccolo tempio egizio (ma che ci fa un tempio egizio a NY? ) e che si affaccia con una grande vetrata su Central Park: insomma, giusto il mio ideale di depandance…
La cosa che più è rimasta impressa, però, è stata la mostra dal titolo Glitter and Doom, dedicata ai ritratti di artisti tedeschi a cavallo delle due guerre. Crudeli e grotteschi i dipinti di Otto Dix, Grosz e Schad, per non parlare degli schizzi preparatori e di molti disegni.
La sera, tornati a casa, ci siamo fatti la mitica “colazione all’americana” con uova strapazzate e bacon croccante. Lo so che andrebbe mangiata la mattina ma friggere uova e pancetta appena svegli non è proprio il massimo.
terrific ny, terrificante pe
22 January, 2007, 7:51 pm
ehi laggiù! kj mi ha detto che vi vuole tenere per 6 mesi! pensateci!
qui nel nostro studio/garage stanno accadendo cose davvero eccitanti:
siamo alle prese con una tegola in eternit caduta sul balcone del condominio che dovremmo ristrutturare,
l'esecutivo non parte,
anche l'altro esecutivo non parte,
nessuna notizia del definitivo,
porto ai piedi delle geox,
sto lavorando su un compaq presario del 2002,
RIMANETE LI'...E TROVATE IL SISTEMA DI FAR VENIRE ANCHE NOI!!!!
qui nel nostro studio/garage stanno accadendo cose davvero eccitanti:
siamo alle prese con una tegola in eternit caduta sul balcone del condominio che dovremmo ristrutturare,
l'esecutivo non parte,
anche l'altro esecutivo non parte,
nessuna notizia del definitivo,
porto ai piedi delle geox,
sto lavorando su un compaq presario del 2002,
RIMANETE LI'...E TROVATE IL SISTEMA DI FAR VENIRE ANCHE NOI!!!!
Il paese dei Mac
21 January, 2007, 3:07 am
È proprio vero che in America ci sono così tanti Mac che li trovi anche per strada…
Pomeriggio passato a Chinatown
21 January, 2007, 2:57 am
Per le strade c’è confusione, ogni metro c’è un negozietto che vende le stesse cose, magliette con la scritta I LOVE NY, ombrelli, guanti, borse, imitazioni, come dalle nostre parti. Non appena ti avvicini ti chiedono “Watches, Rolex?” come se acquistare dei Rolex per la strada fosse cosa da tutti i giorni. Le strade sono monotematiche: solo gioiellerie, solo parrucchieri, solo unghie finte, solo ristoranti, solo pesce, solo frutta e verdura. Di fronte ai fruttivendoli regna una ressa costante. Sembra che la gente ci si fiondi solo perché c’è casino, proprio come da noi in piazza.
Insegne solo in cinese, senti parlare solo cinese, anche il Mac Donald ha l’insegna in doppia lingua. Entrare in un supermercato è stato divertente: frutti mai visti, oggetti pacchiani, enormi pesci vivi stipati in piccoli acquari che ti guardano e sembrano chiederti “Liberami, liberami”.
In tutto questo bailamme non stupisce che al reparto “santini” si possa trovare un’immagine di Gesù, però in tecnicolor come si usa nella supersatura iconografia cinese.
Al ritorno ci siamo fatti Broadway Av. e siamo ritornati di colpo nell’America più consumistica. Negozi da tutte le parti e poi, all’improvviso troviamo lo showroom Prada di Koolhaas. Peccato che avesse appena chiuso ma anche dall’esterno è un bello spazio, interessante con l’onda che scende giù e poi risale.
Mentre guardavamo con il naso schiacciato sul vetro ha iniziato a nevicare con violenza e siamo dovuti scappare via. I fiocchi di neve andavano così forte che entravano come proiettili anche nelle orecchie.
Urge un paraorecchie che qui sembra l’accessorio-moda a cui proprio non poter rinunciare.
